Il termine «mito» deriva dal greco μῦϑος e significa «parola, discorso, racconto, favola, leggenda». Senza volerci dilungare sull’insieme dei campi del sapere che hanno investigato la costruzione e le funzioni del mito nel dare corso a sistemi di credenze e conoscenze più o meno complessi, qui è sufficiente rimarcare alcuni elementi salienti per la definizione di mito. Esso non si basa su una dimostrazione; chi detiene il potere ne fa uso per plasmare la realtà, offrendo perciò una rappresentazione distorta o parziale di quest’ultima; ha una funzione politica. Poiché è superflua la sua dimostrazione, il mito è opposto a logos, cioè la dimostrazione tramite argomentazione razionale della verità.
La mitopoiesi digitale
Il mito del digitale racchiude l’eccessiva enfasi riposta sulla capacità salvifica delle tecnologie digitali e include l’idea di una produzione completamente dematerializzata, automatizzata, democratizzata ed ecologicamente sostenibile, in cui la conflittualità tra capitale e lavoro scompare. Questa visione fallisce nel cogliere la portata reale delle trasformazioni in atto, ed è inoltre funzionale a consentire l’aumento dello sfruttamento del lavoro e della natura su scala globale. Infatti, contrariamente a quanto sostenuto a partire dagli anni Novanta da un certo tecno/digital-utopismo ascrivibile all’immaginario della Silicon Valley, i bits del mondo virtuale sono composti anche da atomi del mondo «reale» o materiale. Detto altrimenti: virtuale e reale non rappresentano reami distinti, ma sono co-costitutivi. Muoversi in questa direzione permette di far tornare al centro, di rendere visibile, la dimensione del lavoro e dei processi organizzativi e di auto-organizzazione che costellano il capitalismo digitale, spesso celati dall’intermediazione tecnologica. Portare avanti una riflessione critica che metta in guardia in merito alla mitizzazione del digitale e delle sue diramazioni è, perciò, fondamentale. Negli ultimi anni il dibattito sulla digitalizzazione e sulle sue applicazioni nelle varie sfere sociali ha conosciuto un’importante accelerazione. Una spinta propulsiva è sicuramente arrivata dalla crescente contestazione che ha avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici della gig economy, in particolare nella logistica dell’ultimo miglio dei settori della consegna a domicilio e del trasporto urbano.
Governare il digitale
Nel libro Many-Headed Hydra, Peter Linebaugh e Marcus Rediker ricostruiscono la storia celata dei protagonisti delle rivoluzioni atlantiche, cioè i lavoratori che eseguivano mansioni che nessun altro avrebbe voluto eseguire e che hanno costruito «l’infrastruttura del capitalismo mercantile». Ebbene, il ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici dell’economia di piattaforma non è così dissimile. Un’interessante riflessione su questa linea è stata proposta, ad esempio, da Rida Qadri, la quale ha identificato i lavoratori di piattaforma come infrastrutture delle tecnologie globali. Dalla sua ricerca di campo sugli autisti delle piattaforme di mobilità urbana a Jakarta è emerso come il radicamento delle tecnologie in un dato contesto dipenda dalla conoscenza che possiedono lavoratori e lavoratrici e dalle fitte relazioni sociali su scala locale nei quali sono inseriti. In altri termini, l’algoritmo delle piattaforme digitali prende forma anche sulla base dell’appropriazione (o estrazione) delle competenze degli utenti che ne fanno uso.
