«Uragani di risvegli nazionali hanno investito la terra, scuotendola, cambiandola, cambiandola in meglio» tuona Sukarno, primo presidente dell’Indonesia, nell’aprile del 1955 davanti ai delegati riuniti a Bandung. Il momento è storico. La conferenza afroasiatica vede la partecipazione di 29 paesi asiatici e africani. Il (cosiddetto) Tiers Monde ribolle.
Il Terzo mondo ribolle
Nella città indonesiana al centro degli incontri, le questioni politiche della decolonizzazione in Asia e in Africa, ma anche il contenzioso tra Stati uniti e Repubblica popolare cinese, presente con una delegazione guidata da Zhou Enlai. I lavori si concludono con la condanna di tutte le forme di oppressione di tipo coloniale, inclusa quella della supremazia sovietica in Europa orientale. Di lì a poco avrebbe preso corpo la guerra vietnamita per l’indipendenza. Il Terzo mondo inizia a proporsi sulla scena della politica internazionale e, tra il 1957 e il 1969, si susseguono circa venticinque incontri tra conferenze e vertici: dalla prima Conferenza di solidarietà afro-asiatica del Cairo a quella dei popoli africani a Tunisi, dalla Conferenza Tricontinentale dell’Avana a quella di Algeri dei paesi in via di sviluppo fino alla Conferenza consultiva dei paesi non allineati di Belgrado.
In Algeria, solo pochi mesi prima di Bandung, la notte di Ognissanti, era iniziata l’insurrezione lanciata dal Fronte di liberazione nazionale (Fln) con settanta attacchi coordinati contro basi dell’esercito e stazioni di polizia nella regione dell’Aurès. La guerra d’Algeria avrà l’effetto di convincere Parigi a venire a patti con i movimenti nazionalisti di Marocco e Tunisia per l’incapacità di combattere su più fronti contemporaneamente. Il Terzo mondo diventa il melting pot di tutti quei popoli che odiano il colonialismo e che sono contro l’imperialismo. La liberazione è nella lotta e l’ondata di anticolonialismo, che si sta diffondendo a macchia d’olio, rappresenta un processo storico attraverso il quale i popoli oppressi si trasformano in soggetti storici.
Negli stessi mesi in cui si diffonde il termine «neo-colonialismo», ambiguo ma pregnante, coniato da Jean-Paul Sartre nel 1956, a Parigi si svolge il primo Congrès International des Écrivains et Artistes Noirs dedicato alla «Crisi della cultura» che si tiene nell’anfiteatro Descartes dell’Università della Sorbona, la cui locandina è disegnata da Pablo Picasso. Gli scrittori più importanti dell’Atlantico nero (tra cui Léopold Senghor, Aimé Césaire, Richard Wright e Frantz Fanon) si incontrano per dibattere sul ruolo della cultura per i popoli africani nel progetto di ricostruzione postcoloniale. Un momento fondamentale per la cultura nera, come enfatizza Alioune Diop, fondatore ed editore della rivista Présence Africaine nel discorso di apertura: «Se dalla fine della guerra l’incontro di Bandung costituisce per le coscienze non-europee l’appuntamento più importante, credo di poter affermare che questo primo Congresso internazionale degli scrittori e artisti neri rappresenterà per i nostri popoli il secondo evento di questo decennio». Sebbene sia un incontro dal taglio culturale, gli interventi si legano alla rivendicazione delle libertà politiche, dal momento che Diop incita tutti i partecipanti a insorgere «contro il razzismo e l’imperialismo dell’Occidente», e anche Césaire, autore del Discours sur le colonialisme, critica le conseguenze disastrose della colonizzazione.
