Jacobin Italia

I war games all’epoca dell’Iraq

20 Settembre 2023

I videogiochi sono ormai un potente strumento ideologico. E per anni quelli di guerra sono stati ambientati in scenari che evocavano il Medio Oriente. Così il conflitto ha creato immaginario e si è spostato sullo schermo digitale

Oggi le varianti sono di più, ma per decenni il set più diffuso negli sparatutto realistici è stata l’ambientazione pseudo-mediorentale. Per citare alcuni esempi, sono ambientati in Iraq Call of Duty 4: Modern Warfare, Battlefield 3 e Tom Clancy’s Splinter Cell: Blacklist. Non sembrerà azzardato affermare che i videogiochi abbiano svolto un ruolo ideologico nel promuovere la «guerra al terrore» americana. Il legame tra giochi e industria militare, però, è molto più profondo di quanto possa sembrare a prima vista.

Ne hanno scritto con dovizia di particolari Nick Dyer-Witheford e Greig de Peuter nel saggio Games of Empire. I padri dei primi videogiochi erano dipendenti del vasto complesso militare-industriale americano. Già negli anni Cinquanta, gli operatori informatici delle forze armate che si annoiavano a tracciare le traiettorie dei missili per tutto il giorno trovavano il tempo e il modo di riprogrammare le macchine per giocare. Una primordiale riproduzione del Blackjack comparve già nel 1954 presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, sede del Progetto Manhattan, su un IBM 701 che pesava oltre dieci tonnellate.

Non passò molto tempo prima che i vertici del governo intuissero il potenziale di queste invenzioni ludiche. Negli anni Sessanta furono sviluppati videogiochi che simulavano la guerra nucleare, in particolare dopo la crisi dei missili di Cuba. I giochi di simulazione di guerra esistevano già nel XIX secolo, ma i videogiochi hanno aperto una strada più semplice e molto meno costosa per raggiungere gli stessi obiettivi su scala più ampia. A differenza di altre forme di addestramento militare, i videogiochi di simulazione funzionano come un potente strumento ideologico, che può essere utilizzato per promuovere il militarismo ad ampio spettro nella società. Basti pensare che America’s Army, gioco finanziato dal Pentagono e sviluppato con il popolare Unreal Engine, è stato distribuito gratuitamente alla vigilia dell’invasione dell’Iraq proprio come strumento di reclutamento.

Oltre a questi legami ovvi e diretti con l’esercito, esistono una serie di connessioni più sottili e diffuse. Innanzitutto, una fiorente industria di consulenti militari che si occupa proprio di conferire «realismo» ai videogiochi. La stessa dinamica si ritrova nell’industria cinematografica, di cui i militari e il potere politico hanno da subito intuito il potenziale di propaganda. Roger Stahl ha definito questa forma di cultura pop infusa di militarismo «militainment», un universo in cui «la violenza di Stato viene tradotta in un oggetto di consumo piacevole».

L’imperativo del realismo militare ha dato ai consulenti ampio potere di plasmare l’industria videoludica americana, nonostante gli sviluppatori non ricevano direttamente istruzioni dal Pentagono. Lo si può vedere nella serie Call of Duty, come nelle varie iterazioni della saga firmata Tom Clancy, tra cui Splinter Cell: Blacklist che presenta la tortura come un vero e proprio aspetto del gameplay e dove alcune scene sono state censurate a seguito di polemiche.

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