«Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all’ultima giornata della sua interminabile attesa. Da alcuni giorni la grande speranza aveva acquistato una verosimiglianza meravigliosa, via via che sulla carta della Germania appesa negli uffici, nei tinelli di mille e mille case, le bandierine fatali si spostavano da una parte e dall’altra, in minacciose protuberanze, serrando sempre più la loro stretta. Per vie misteriose, voci che dapprima parevano strane o pazzesche si spandevano per la città, accrescendo l’ansia della liberazione» .
La celebre «Cronaca di ore memorabili» che Dino Buzzati pubblicò sul Corriere della Sera il 26 aprile del 1945, ricostruendo fatti e sentimenti della liberazione di Milano, tutto trasmette, tranne sobrietà. Trepidazione, concitazione, gioia, forse anche paura. Tante cose diverse. Ma decisamente non sobrietà.
Si è ironizzato tanto, in queste ore, sulle improvvide parole del ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, che all’uscita dalla riunione del consiglio dei ministri ha dichiarato che, visto il lutto nazionale sancito dal governo fino a domani per la morte di papa Francesco, le cerimonie per l’anniversario della Liberazione «sono consentite» ma «con la sobrietà che la circostanza impone a ciascuno». È chiaro che ci si sarebbe fatto meno caso, se Nello Musumeci non vantasse oltre mezzo secolo di militanza sotto il simbolo della fiamma tricolore che si erge fiera dal feretro di Mussolini, prima nel Movimento sociale italiano, poi in Alleanza nazionale e ora in Fratelli d’Italia, e non fosse l’autore del libro L’ambasciatore Anfuso: Duce, con voi fino alla morte dedicato al rappresentante alla corte berlinese di Hitler del governo di Salò. Il dubbio che, anche solo come riflesso condizionato, una parte del governo non intenda perdere alcuna occasione per limitare gli spazi pubblici dell’antifascismo, approfittando di qualsiasi cosa, lutto compreso, è legittimo.
Una memoria non normalizzabile
Ma sarebbe un errore pensare che l’idea che al 25 aprile, in qualche modo, si debba mettere un freno, perché tutta questa esibizione di antifascismo, oggi come oggi, è un’esagerazione, caratterizzi solo qualche nostalgico. «Si tratta di un giochino delle parti stucchevole, dove gli attori di destra e di sinistra recitano a soggetto per compiacere il pubblico di riferimento, senza compiere mai il minimo sforzo per aiutarlo a crescere e magari a diventare adulto» ha chiosato Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, commentando le polemiche sull’invito alla sobrietà di Musumeci. «Facciamo pure questo ottantesimo. Però dall’ottantunesimo facciamola finita» ha proposto Pierluigi Battista in un’intervista al Giornale. Per essere un «giochino stucchevole» di gente che non vuole saperne di diventare adulta, pare proprio che l’antifascismo dia parecchio fastidio, almeno al commentariato liberale.
I motivi di questo fastidio sono sintetizzati in maniera ottima dall’intervista a Battista: «L’antifascismo ha senso solo se si pensa che ancora ci sia un pericolo fascista. Oppure se si considera l’antifascismo come il creatore della democrazia, come se la democrazia sia nata il 25 aprile. Queste sono le basi teoriche dell’antifascismo nel 2025. E non è così. […] Il pericolo fascista è la grande menzogna. […] L’antifascismo è una contingenza storica degli anni della guerra. Per combattere un nemico comune forze diverse si mettono insieme. Raggiunto l’obiettivo si torna al conflitto tra diversi».
Parole nient’affatto nuove, nonostante le intenzioni dichiarate di chiudere col passato. È puro pensiero della Guerra Fredda, niente che non si sarebbe potuto scrivere negli anni Cinquanta o Sessanta. La negazione del carattere politico e ideologico della Seconda Guerra Mondiale, con l’alleanza tra liberalismo, socialismo e cattolicesimo democratico ridotta a un accidente tattico militare, una parentesi da chiudere il prima possibile per tornare a concentrarsi sul vero nemico: quello rosso. La negazione dell’antifascismo come laboratorio democratico, da cui nasce una democrazia programmaticamente nuova, con ambizioni sociali, egualitarie, di emancipazione collettiva delle masse popolari, e non una mera riproposizione del liberalismo di inizio Novecento. La negazione della battaglia antifascista come una lotta del presente e nel presente, per realizzare l’ambizione programmatica di cui sopra e combattere ogni rischio di involuzione autoritaria e di passi indietro sulla partecipazione popolare alla vita collettiva. Il pensiero anti-antifascista della restaurazione post-1945: davvero niente di particolarmente nuovo.
A dare fastidio, del 25 aprile, è precisamente l’assenza di sobrietà. Il problema dell’antifascismo è proprio la sua ambizione di sopravvivere alla fine della guerra, indicare la strada di nuova democrazia, stabilire un precedente fortissimo di partecipazione popolare. La memoria del 25 aprile è molto difficile da storicizzare una volta per tutte, per consegnarla ad archivi e manuali o a qualche polverosa commemorazione istituzionale. Nella gran parte dei paesi, dal Regno Unito alla Russia, la fine della Seconda guerra mondiale si celebra come «Giorno della vittoria», in un tripudia di sfilate militari e bandiere nazionali. L’Italia, invece, è quel paese dove non si festeggia la vittoria bensì la «liberazione» e dove non lo si fa con parate militari bensì con cortei militanti. La caratteristica di guerra civile, anche ideologica, che ha contraddistinto i venti mesi della Resistenza italiana, e la natura di insurrezione popolare del 25 aprile fanno del racconto antifascista italiano un prisma particolare attraverso cui guardare la Seconda guerra mondiale, accentuandone il carattere di conflitto globale contro il fascismo, al di là di tutto il resto.
È stato ripubblicato in Italia da un paio d’anni I solchi del destino, graphic novel di Paco Roca sulle peripezie degli esuli repubblicani spagnoli dopo la sconfitta della guerra civile, e in particolare sull’epopea della Nueve, compagnia dell’esercito di De Gaulle composta in maggioranza da repubblicani spagnoli e prima unità militare alleata a entrare a Parigi il 20 agosto del 1944. Non sono rare, storie come questa. E aiutano a capire sia l’antifascismo sia i suoi avversari.
Del resto il racconto della Resistenza, anche nelle sue versioni più edulcorate, si porta dietro un carattere difficile da nascondere: è la storia di una mobilitazione attiva di decine di migliaia di persone, in gran parte armate, per abbattere lo stato di cose presente e costruirne uno diverso. Un racconto in totale controtendenza rispetto al conservatorismo e al cinismo che il pensiero dominante non ha mai smesso di promuovere. Rispetto alla normalizzazione da Guerra Fredda che i Battista rimpiangono. Il conflitto, in ampi settori della società, è oggi come ottant’anni fa (anzi, più oggi che ottant’anni fa), una cosa che non si fa, non è prevista né accettabile. Da qui emerge il bisogno costante di delegittimare e sminuire la Resistenza per di cancellare l’esempio della più efficace, se non più grande, esperienza di mobilitazione collettiva che la storia del nostro paese ricordi. Un’esperienza che aveva un’inequivocabile ambizione di durare, di non limitarsi a finire la guerra, di fondare una democrazia nuova. Nell’idea della Costituzione e della Repubblica nate della Resistenza c’è tanta retorica, c’è tanta sottovalutazione delle divisioni reali e profonde che attraversavano il campo antifascista. Ma c’è un nucleo di verità, nella prospettiva di una democrazia nuova, più avanzata, tendenzialmente egualitaria, che sfondasse i cancelli della sfera economica indicando vie di progresso ed emancipazione a milioni di persone. Una tendenza realizzata in forme limitate, appunto perché le divisioni della Guerra Fredda intervennero quasi subito. Ma un elemento centrale dell’antifascismo italiano e del 25 aprile, tutt’altro che sobrio.
L’antifascismo in (ri)presenza di (neo)fascismo
Un antifascismo che intendeva durare, quindi, non solo per realizzare obiettivi programmatici, ma anche per fermare qualsiasi possibile passo indietro. Il terreno è minato, perché è difficile negare che un certo centrosinistra abbia ampiamente abusato dell’allarme contro il pericolo fascista, in particolare nelle fasi elettorali, facendo di conseguenza perdere credibilità a quell’allarme. Gridare continuamente «Al lupo, al lupo!» contro la destra eversiva, magari dopo un anno e mezzo di governo comune con gran parte di quella destra (ogni riferimento alla campagna del Pd per le elezioni politiche del 2022 è puramente casuale) non può che logorare la forza di quell’allarme. Soprattutto in un contesto in cui questo articolo può tranquillamente essere pubblicato senza che alcuna bottiglia di olio di ricino venga svuotata.
Nel frattempo, però, l’involuzione democratica di parti sempre più ampie dell’Occidente liberale è un fatto innegabile. Ungheria, in parte Polonia: i casi interni all’Ue sono i più noti. Ma cosa dobbiamo dire degli Usa di Trump, con la deportazione degli stranieri sgraditi, o dell’Argentina di Milei dove si cancellano tutti i programmi di ricerca non risponderti alle priorità presidenziali? Per non parlare, chiaramente, di Russia o Turchia.
La democrazia non se la passa benissimo, neanche in Europa. I sondaggi danno serie ambizioni di governo all’estrema destra in Francia, in Spagna, in Germania. E l’Europa risponde in buona parte assumendone tratti e idiosincrasie, lanciandosi in crociate contro le persone trans, avvolgendosi nella bandiera nazionale, rilanciando volontà di potenza militare.
L’Italia, ancora una volta, è all’avanguardia di questo fenomeno: il più grande e rilevante paese Ue guidato dalla destra radicale. Un governo che limita in maniera significativa il diritto alla protesta, che cerca di mettere sotto controllo politico università e magistratura, che propone la riforma costituzionale più autoritaria della storia europea recente. No, non ci sono le squadracce per strada e l’olio di ricino negli apparati digerenti degli oppositori. Ma che il modello perseguito dal governo Meloni sia quello dell’Ungheria di Viktor Orban, del resto esplicitamente rivendicato dalla stessa Meloni, è innegabile. Con la differenza che Meloni non mette mai in discussione la collocazione euroatlantica dell’Italia, tanto che gli elementi di tensione sul piano internazionale non emergono sulla questione russo-ucraina, che vede Meloni perfettamente allineata alla linea Ue-Nato, bensì sull’offensiva economica e ideologica anti-Ue lanciata dal presidente degli Stati uniti Donald Trump. Perdono senso, in questo contesto, sia l’antifascismo come occidentalismo, che vede la democrazia come un baluardo da difendere dai barbari alle porte, sia l’antifascismo come anti-occidentalismo, che sacrifica alla retorica anti-imperiale e multipolare qualsiasi considerazione di carattere universale. Il punto è la capacità di offrire una prospettiva antifascista di democrazia, che riproponga all’Italia e al mondo del XXI secolo la promessa di emancipazione collettiva del 25 aprile 1945. Senza dare sostanza concreta alla battaglia contro l’involuzione autoritaria dentro alle democrazie occidentali, il richiamo all’antifascismo contro la minaccia esterna diventa poco più che uno slogan propagandistico.
È per questo che il 25 aprile parla con tanta forza all’oggi: perché permette da una parte di non fare confusione, di riconoscere nell’autoritarismo reazionario il nemico principale senza se e e senza ma, e anche di fare fronte, per quanto scomodo sia, contro l’offensiva globale della destra, e dall’altra di dare una prospettiva di critica all’esistente e di volontà di trasformazione a questa battaglia. Il 25 aprile insegna a essere contro Putin senza schiacciarsi su Von der Leyen. A capire il valore di libertà democratiche sempre meno scontate, anche in Europa, e la sterilità di una loro difesa retorica che non comprenda il miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza delle persone.
No, non è sobrio, il 25 aprile. Insegna, divide, propone. Non è un giorno per morigerate commemorazioni, o almeno non solo. Il 25 aprile è la festa dell’ingresso in scena delle masse popolari, che conquistano la democrazia e ambiscono a guidarla. Una giornata di trepidazione, concitazione, gioia, forse anche paura.
*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).

