Jacobin Italia

Il buon tedesco

3 Novembre 2021

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Il 3 novembre di 77 anni fa Rudolf Jacobs, «partigiano germanico» alla testa di una pattuglia internazionale, venne ucciso dai fascisti italiani. La sua storia ci aiuta a smontare alcune retoriche sulla Resistenza come ricostruzione dell'identità patria

Esattamente settantasette anni fa, il 3 novembre 1944, un gruppo di partigiani prendeva d’assalto l’albergo Laurina di Sarzana, in provincia della Spezia, che allora era adibito a quartier generale delle Brigate nere di quella zona. A ideare e guidare l’azione era stato il «partigiano germanico» Rudolf Jacobs. Capitano della marina tedesca di stanza appunto nello spezzino, nel settembre 1944 Jacobs decide di disertare, e si unisce alla Resistenza. Lo fa insieme a un suo attendente, della cui identità restano pochissime tracce: si sa quasi solo che era austriaco. I due si aggregano a una formazione garibaldina, la Brigata Ugo Muccini, che prendeva il nome da un combattente comunista delle Brigate internazionali ucciso nella guerra civile spagnola. A seconda che li si guardi dal lato dei nazisti o da quello degli antifascisti, dunque, Jacobs e il suo attendente sono stati degli Überläufer, un sostantivo che ha nel suo campo semantico sia il concetto di diserzione sia quello di tradimento, e sono stati dei partigiani della Resistenza italiana: appunto «partigiani germanici», come si usava dire allora. L’ultimo libro di Carlo Greppi, Il buon tedesco, da poco uscito per Laterza, racconta (anche) la loro storia. Da questo libro vorrei prendere spunto per abbozzare due riflessioni: una riguarda i problemi storiografici che hanno suscitato la ricerca di Greppi, l’altra le diverse forme, forme letterarie anzitutto, con cui in questi anni si sta provando a raccontare la storia contemporanea.

Cominciamo dai problemi storiografici. Si sa che la ricerca storica (e la ricerca sociale in genere) non avviene sotto vuoto spinto. Lo storico è condizionato da domande che provengono dal suo presente, e che – se ben manovrate (cioè se il condizionamento del presente non deforma il passato) – gli fanno guadagnare un punto di vista specifico da cui provare a comprendere il fenomeno indagato: vale a dire un’ipotesi di ricerca, che deve resistere alla prova «sperimentale», cioè passare il vaglio filologico del confronto con le fonti. In questo senso il Croce commentato nel decimo Quaderno del carcere diceva che «la storia […] è sempre contemporanea». Per quanto riguarda la storiografia sulla Resistenza, l’impressione è che molte ricerche recenti abbiano come comune denominatore lo studio della composizione internazionale del partigianato. Questa linea di ricerca a sua volta rimanda a un problema più profondo, che è un problema politico, ossia il dominante uso pubblico della Resistenza in senso patriottico, il che significa: la rappresentazione della guerra di Liberazione come una guerra, combattuta in Italia, che ha visto gli italiani sconfiggere uniti il nemico straniero. È diventato ormai d’obbligo citare il tweet segnalato a suo tempo dall’Anpi di Brescia, in cui un tizio paragonava i migranti ai nazisti, e quindi i razzisti odierni ai partigiani: «A coloro che accostano i #migranti ai #partigiani e che cantano #bellaciao faccio notare che i VERI partigiani (non i #sinistri che s’atteggiano dell’#anpi) combattevano per difendere la propria patria!!! E combattevano contro “l’invasor” ovvero lo straniero! E non scappavano!!!» Ovviamente questa roba la si trova sui social, non nei libri di storia, ma è un segno dei tempi. 

Non deve sorprendere allora che molti autori «per brevità chiamati di sinistra» (semicit.) reagiscano a questo stato delle cose riscoprendo e valorizzando la resistenza come fenomeno europeo, e il partigianato come lotta internazionale contro il nazifascismo. Seguono questa traiettoria il lavoro di Matteo Petracci sui Partigiani d’oltremare, quello di Wu Ming 2 sui Partigiani migranti, quello di Wu Ming 1  sulla Resistenza multietnica, quello di Eric Gobetti sui partigiani italiani in Montenegro e molti altri, magari meno citati dai non addetti ai lavori. L’intento, si dice spesso, è di decolonizzare anche lo studio della Resistenza. 

L’affermazione è giusta, ma rischia di appiattire il tema. La motivazione anticolonialista era sicuramente presente alla Resistenza: combattere contro il fascismo significava cioè, per un numero non esiguo di partigiani, combattere per porre fine al colonialismo italiano in Africa. Va però sempre tenuto conto che questa è soltanto una tra le cause che spiegano la peculiare composizione internazionale del partigianato: le ragioni che animavano il «partigiano italo-somalo» Giorgio Marincola, la cui storia è stata tante volte e ben raccontata negli anni 2000, sono diverse (non del tutto, è ovvio) da quelle che muovevano il «partigiano germanico» Rudolf Jacobs – protagonista del libro di Greppi. Propriamente, si tratta non solo di «decolonizzare la resistenza», ma anche di «internazionalizzarla», ovvero di restituirle la dimensione transnazionale che le è stata propria, e che il discorso pubblico e una parte della storiografia hanno offuscato.

Se questo della resistenza europea e internazionale è un comune denominatore, c’è poi un tema di ricerca più circoscritto, quello che riguarda gli Überläufer e i Partisanen tedeschi, su cui pure si concentrano molti contributi recenti: nella storiografia italiana ne sono un esempio l’imponente volume collettaneo curato da Mirco Carrattieri e Iara Meloni, Partigiani della Wehrmacht: disertori tedeschi nella Resistenza italiana, e i lavori di Francesco Corniani, tutti studi con cui il libro di Greppi dialoga. La figura del «partigiano germanico» sembrerebbe porre addirittura un problema di pensabilità: com’è possibile che un tedesco, cioè uno che combatte per l’esercito occupante, decida a un certo punto di mettersi coi partigiani? È però evidente che questa è una falsa antinomia. Se fosse vera, cioè se fosse vera l’equazione tedesco = nazista, allora non sarebbe nemmeno pensabile un partigiano italiano, poiché italiano = fascista. Se invece ci è molto facile pensare un partigiano italiano (già meno una partigiana), e ci è molto difficile pensare un partigiano tedesco, il problema chiaramente non è logico, ma culturale. Il problema (alle nostre latitudini la cosa è nota) sta nel luogo comune dal quale prende il titolo un libro esemplare di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale. Il luogo comune in questione è quello secondo cui la cattiveria del tedesco e la bontà dell’italiano sarebbero radicate nel diverso carattere dei due popoli: presentandole come tratti caratteriali, cattiveria e bontà rispettive si possono perciò predicare come naturali, dunque invarianti. Focardi mostra invece che si tratta di una rappresentazione in tutto e per tutto artificiale, con i suoi moventi ideologici, a cominciare dai motivi propagandistici.

Ancora più a monte, il fatto che la guerra antinazista sia stata vissuta dagli stessi protagonisti (anche se non tutti e non in egual misura) come una guerra contro «i tedeschi» dipende  da quel processo di costruzione dell’identità collettiva che di solito chiamiamo Nazionalizzazione delle masse, estendendo una definizione di G.L. Mosse. Il processo consiste nella creazione o nel consolidamento dello stato-nazione attraverso gli strumenti della politica di massa: a ragione, ne è stato visto un ritorno in non casuale coincidenza con il centenario della prima guerra mondiale. La «nazionalizzazione delle masse» non poteva che rafforzare una metonimia banale, che risuona nelle guerre vecchie come in quelle nuove, per cui si nomina il tutto per la parte: qui «i tedeschi» per «lo stato tedesco», dunque «i tedeschi» per «i nazisti».

Che le cose stessero a questo modo si erano resi conto anche gli scrittori e gli storici partigiani. Nuto Revelli, il cui odio per i tedeschi era proverbiale e risaliva alle brutalità della campagna di Russia, dalla fine degli anni Ottanta si diede alla ricerca spasmodica del suo «buon tedesco». Nella seconda edizione della sua Storia della Resistenza italiana, pubblicata postuma, Roberto Battaglia volle inserire ex novo alcune considerazioni sul contributo dei tedeschi alla Liberazione. Il vero tema del libro di Greppi è questo: sviluppare la ricerca additata nelle pagine posteriori di Battaglia. Il buon tedesco del titolo in realtà è un singolare distributivo: virtualmente, vale «ogni buon tedesco». Leggendolo, ci si accorge che il racconto è agitato da una forza centrifuga; che è costretto spesso a distaccarsi dalla biografia del suo personaggio principale, per inseguire le tracce degli altri buoni tedeschi che sui vari fronti di guerra, a migliaia, sopportarono il peso di diventare Landesverräter, traditori della patria, per stare dalla parte giusta.

Dunque, da un lato il nazionalismo di nuovo montante, non solo sub specie di sovranismo; dall’altro le sollecitazioni di Focardi, Revelli, Battaglia: la ricerca sulla resistenza europea si spiega certamente con un’urgenza che viene dall’attualità, ma ha anche una motivazione letteraria. La storiografia, cioè, si costituisce allo stesso tempo nel discorso sulla storia e nel confronto con sé stessa, con gli storici del passato prossimo o remoto. Ho scritto «motivazione letteraria», ma l’aggettivo richiede una precisazione: il concetto di «letteratura» a cui mi riferisco è quello dello spazio letterario antico, che comprendeva sia la letteratura d’invenzione sia quella tecnica, sia l’Eneide sia il de architectura. Per la critica moderna, invece, normalmente la letteratura senza specificazioni è quella di narrazione, in prosa o in poesia: il resto è sì letteratura, ma non letteratura tout court, letteratura d’un qualche tipo. Così l’odierna storiografia rientra secondo alcuni nella categoria della Fachliteratur (letteratura tecnica o specialistica). 

Parlandomene lo scorso luglio Greppi mi aveva anticipato l’argomento del libro imminente, e aveva chiosato: «è un saggio, un po’ alla mia maniera». Mi sono quindi chiesto quale fosse, la «sua maniera». La risposta che propongo è questa: dare al saggio una forma il più possibile narrativa e una chiarissima impostazione retorica, dove per «retorica» si intende la tecnica di costruzione del buon discorso, e non l’eloquio vanamente tronfio. Il problema di come raccontare la storia è antico quanto la storiografia stessa; così come  antico è l’intreccio tra storia e retorica, argomento di tante riflessioni di Carlo Ginzburg, per non citare che un’unica autorità. A Greppi la retorica interessa, è abbastanza sicuro: lo dimostra la recente conversazione con Flavia Trupia, autrice del sito perlaretorica.it. «bollicine zuccherose di parole» è la metafora con cui Encolpio, un personaggio del Satyricon di Petronio, descrive le esercitazioni che si facevano nelle antiche scuole di retorica: ne devo la conoscenza a un bellissimo articolo di Mario Lentano. Nel libro di Greppi, capita che le bollicine siano appena meno fini dell’ideale, che lo zucchero a volte copra leggermente gli altri ingredienti. Qualche figura retorica suona già sentita, oppure si perde un po’ per strada: ad esempio il «tu» ricorrente, che a volte è Rudolf Jacobs, a volte è un tu generico, a volte sembra essere l’autore. D’altronde, per restare alla buona narrativa popolare, cioè quella che credo interessi anche a Greppi, dopo Paco Taibo è difficile inventarsi un modo originale di «tenere» la seconda persona per un libro intero. Ad ogni modo, si sa che non tutti amano le stesse bollicine, e qui non interessa discutere dei gusti. Quel che è certo, invece, è che le scelte stilistiche di Greppi non sono lasciate alla casualità dell’inesperienza: al contrario, sono fatte consapevolmente, nel tentativo di tenere aggrappato il lettore alla storia. Si può scrivere così solo se si ha un’idea piuttosto precisa del pubblico da raggiungere: chi lo fa bene, sceglie di non parlare quella lingua specialistica o sottocodice che è l’italiano dell’accademia, perché il suo destinatario non sono i pares ma i plures, non i pari ma i più. Senza però che questo significhi mettere i pares in condizione di non poter fare tutte le verifiche del caso, ossia senza rinunciare a un apparato critico degno di questo nome, diversamente da quel che accade quando gli (ex) storici giocano sporco, o gli avventurieri giocano a fare gli storici.

Dicevo poi che l’altra caratteristica della «maniera di Greppi» è la propensione al racconto.  Il buon tedesco, come altri suoi saggi,  condivide questa propensione con tutta una generazione di libri: di libri, sottolineo, non di autori; la questione non è anagrafica. Il buon tedesco è il racconto della biografia di Rudolf Jacobs e del suo contesto, ma è anche il racconto della ricerca di Greppi sulla biografia di Jacobs e sul suo contesto. Al primo livello, quello del racconto storico, non mancano gli espedienti narrativi, che agiscono soprattutto sul piano del montaggio, come anticipazioni, suspence ecc. Ma ci sono anche dialoghi immaginari, prestati da altre opere ai personaggi della storia. Il punto dirimente, nel senso che dirime i saggi spruzzati di narrativa dai libri disonesti, è però che il confine tra ricostruzione e invenzione è sempre segnalato, con scrupolo e trasparenza. Al secondo livello, quello del racconto della ricerca, Greppi si mette in scena in un modo molto diverso da quello in cui abitualmente gli storici compaiono nei loro libri: racconta le sue peregrinazioni sui luoghi della brigata Muccini e negli archivi, le telefonate e gli scambi di mail con i colleghi… Ma la sua presenza in scena è rigidamente sorvegliata dalla padronanza del metodo storico. Conoscendo il mestiere, Greppi può permettersi di mostrare come ha interagito con l’oggetto della sua ricerca, persino di trascrivere le sue emozioni più forti, senza per questo compromettere l’indagine. Quando la coscienza metodologica manca (diciamolo pure: quando manca la professionalità), e di conseguenza l’ego ha briglia sciolta, i risultati possono essere disastrosi: tanto più se il tema è delicato. Convinto anche tu di aver trovato il tuo buon tedesco (e una casa editrice famosa che ti pubblica), potresti  non accorgerti di aver invece trovato un buon nazista: nemmeno un «nazista buono», che è superfluo ricordare quale sia.

A entrambi i livelli (il racconto della storia e il racconto della ricerca), come pure nella scelta di farli convivere, la «maniera di Greppi» allude a qualche precedente: più dei Giochi di pazienza, o del Ginzburg che racconta perché è diventato uno storico, i modelli sembrerebbero alcuni «romanzi di una ricerca» apparsi negli ultimi anni; penso soprattutto a due prodotti usciti dall’atelier di Wu Ming, ossia  Timira e Point Lenana, dai quali forse Greppi ha mutuato lo stilema di dare del tu al protagonista.

Ci sono quindi storiche e storici che, pur mantenendo la loro scrittura all’interno di una forma inequivocabilmente saggistica, prendono spunto dalla narrativa coeva che pure si occupa di storia, e con vari esiti provano a reimpiegarne le tecniche, evidentemente nella convinzione che si tratti di una strategia discorsiva utile a fare il mestiere di storico. La constatazione inversa, che nel misurarsi con la storia una parte della narrativa ha sperimentato forme d’ibridazione con il saggio, è già stata fatta e ci è ben nota. Riprova che Literatur e Fachliteratur non sono compartimenti stagni ma condividono uno spazio comune, che «prosa tecnica» e «prosa d’arte» continuano a parlarsi, come hanno sempre fatto.

Ps: Domani, 4 novembre 2021, le istituzioni della Repubblica celebreranno il centenario della traslazione del Milite ignoto all’Altare della Patria. Nessuna celebrazione la Repubblica nata dalla Resistenza sembra avere invece intenzione di tributare al Disertore ignoto, che tradendo la patria ha scelto la libertà del mondo intero: come il misterioso attendente del capitano Jacobs.

*Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale