Jacobin Italia

Il capitalismo odia i giochi

9 Febbraio 2022

Siamo inclini al divertimento collettivo e condiviso, come nel caso di Wordle. Ma il mercato, con la sua incessante spinta alla privatizzazione, continua a trasformare i divertimenti comuni in attività individualizzate e solitarie

Le reazioni e le proteste sono fioccate in rete appena il New York Times ha annunciato che stava acquistando Wordle, il puzzle game online divenuto un fenomeno globale. Non sono certo la sola a lamentarmi della probabilità che Wordle venga presto trasformato da una specie di bene comune a disposizione di tutte e tutti gratuitamente nell’ennesimo servizio Internet recintato e con paywall.

Ma essendo una delle tante persone per le quali Wordle è diventato un indispensabile piacere quotidiano, ciò che trovo più scoraggiante non è solo la prospettiva della mercificazione del gioco, per quanto indesiderabile possa essere. In effetti, non sarebbe razionale che sotto il capitalismo Josh Wardle, il creatore di Wordle, avesse continuato a farci godere gratuitamente della sua idea geniale, dato che anche lui ha bisogno di lavorare e guadagnare per sopravvivere a Brooklyn. A suo merito, va detto che non è stato troppo avido: Wardle probabilmente avrebbe potuto vendere il concept per molti più soldi a una società di giochi. Quella del New York Times non è stata la scelta peggiore; anche se il Times monetizzerà Wordle, almeno questa operazione servirà a sostenere la produzione di notizie del giornale, che ne ha sempre un bisogno disperato.

Ancor più della spinta incessante a trasformare ogni cosa in un bene profittevole, ciò che la storia di Wordle mette in evidenza sul capitalismo è la sua spinta a restringere, recintare e privatizzare qualsiasi tipo di divertimento comune e collettivo.

Sebbene ogni persona giochi da sola, Wordle è un’esperienza comunitaria perché la parola da indovinare ogni giorno è la stessa per tutti. Una funzione di condivisione rende facile mostrare agli altri i tuoi risultati con una griglia codificata a colori che mostra come ti sei avvicinato alla soluzione e in quanti tentativi, senza rivelare la parola. Quasi tutti i giorni, io e mio figlio adolescente ci mandiamo messaggi con le nostre griglie e punteggi. Non pubblico i miei risultati di Wordle sui social media perché penso che le persone che non giocano trovino questa pratica noiosa, ma mi piace vedere quelli di tutti gli altri. Pensavo che la pubblicazione di punteggi e griglie fosse sfacciata e fastidiosamente competitiva, ma non è questo lo spirito dominante con cui le persone li condividono. Piuttosto, è delizioso vedere quanti percorsi diversi prendono tutti per raggiungere lo stesso traguardo.

Eppure, Wordle non è un caso unico. Pensiamo alla Minor League di baseball. Molte città stanno perdendo le loro squadre, perché per i marchi della Major League, che sono le società madri, le leghe minori non sono redditizie e ormai i vivai non rappresentano il modo più efficiente per generare giocatori della Major League all’epoca delle statistiche predittive. Non importa che le partite della lega minore offrano ore di gioia per la working class e un senso di comunità per molti piccoli paesi e città (Per avere un’idea della logica economica di questa farsa e di ciò che la nostra cultura sta perdendo, consiglio questo articolo di Harper sulla fine della Lega degli Appalachi). Il capitalismo non favorisce la gioia collettiva.

Lo stesso si può dire di molti altri piccoli piaceri collettivi: molti di noi amano Instagram, TikTok e Facebook, oltre ai videogiochi, ma nel tempo il profitto ha eroso almeno parte di questo divertimento digitale. In risposta al clamore per i nuovi ridicoli avatar 3D di Facebook, Kelsey Weekman di BuzzFeed ha scritto questa settimana che «non dovremmo sempre lasciare che il nostro disgusto verso i miliardari dei social media ci impedisca di divertirci online». Ammiro il suo atteggiamento, ma rendono enormemente complicati i nostri sforzi per fare quanto dice. I videogiochi e le piattaforme di social media sono progettati per creare dipendenza, il che è più redditizio per le aziende, ma può causare stress nelle nostre vite e una serie di rischi per la salute mentale, soprattutto dei giovani. Gli algoritmi dei social media favoriscono i contenuti che fanno arrabbiare o sconvolgere gli utenti, coinvolgendoci in un conflitto inutile che, per quelli di noi inizialmente catturati dal potenziale di queste piattaforme nel condividere foto di gatti che giocano con scatole di cartone, è stato spiacevole. Adoriamo creare e condividere playlist su Spotify, un piacere recentemente rovinato dalla polemica sulla propaganda anti-vaccino di Joe Rogan, ma quest’ultima è molto più redditizia per l’azienda delle nostre playlist e, purtroppo, anche della musica di Neil Young o Joni Mitchell.

Alla fine del ventesimo secolo, quando il muro di Berlino stava crollando e l’Unione sovietica si stava disintegrando, parte dell’appello dell’Occidente alla gioventù comunista del blocco orientale era che i piaceri consumistici del capitalismo erano più divertenti della sobria austerità della loro società. Le nostre discoteche erano più rumorose e più frizzanti. I nostri blue jeans più vari e moderni. Eppure a volte, in cose anche più importanti, il capitalismo si è rivelato meno divertente del socialismo. Come ha fatto notare Kristen Ghodsee, le donne del blocco orientale sostengono che a causa dello stress economico e della concorrenza, il sesso postcomunista è deludente. Le persone nelle società postcomuniste dicono di avere meno spazio per il tempo libero e l’amicizia sotto il capitalismo di quanto ne godessero sotto il comunismo.

Gli esseri umani sono programmati per giocare, lo facciamo sempre, all’infinito e in forme creative. Ma il capitalismo finisce sempre per mettersi in mezzo. Amo ancora Wordle e continuerò a giocare per ora, ma ha i giorni sono contati in quanto piccola pausa felice dalla routine del sistema capitalista del lavoro individuale, del consumo e del profitto.

* Liza Featherstone è editorialista di Jacobin, giornalista freelance e autrice di Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers ’Rights at Wal-Mart. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.