Se esiste una geopolitica del cibo e del commercio alimentare il quadro che disegna è quello di una globalizzazione di cui non si può fare a meno.
Il terreno agricolo, inteso come terreno politico, è forse quello più coltivato dai sovranismi più o meno estremi. Si pensi al modo in cui Giorgia Meloni si è fatta accogliere dall’assemblea nazionale della Coldiretti o al rapporto con le proteste agricole sul piano europeo, che costituiscono una parte delle fortune politiche del movimento di Marine Le Pen in Francia. Eppure mai come ora la quota di prodotti oggetto di scambi commerciali internazionali è stata così alta, crescendo dal 16% nel 2000 al 23% nel periodo 2022-24, il che dimostra che gli scambi stanno crescendo più rapidamente della stessa produzione agricola. Questo non significa che tutto quello che consumiamo sia frutto del commercio internazionale, anzi la quota di produzione scambiata sul mercato mondiale è stabile dal 2019 intorno al 22-23%. Ma c’è una quota significativa che viaggia sui mari e che aiuta a comprendere il rapporto ineguale che si instaura tra esportatori e importatori, considerando che spesso a guidare le rispettive classifiche sono gli stessi paesi o gruppi di paesi: chi più esporta è quello che importa di più, spesso per via della demografia interna e dei livelli di consumo molto più alti della media mondiale.
L’interdipendenza agricola mondiale
Secondo l’annuario statistico della Fao del 2025 «il valore aggiunto globale generato dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalla pesca è cresciuto del 96% in termini reali tra il 2000 e il 2023, raggiungendo i 4.000 miliardi di dollari nel 2023». A crescere in modo esponenziale però è l’Africa, dove il valore aggiunto è aumentato del 169% mentre, data la sua estensione, l’Asia è stata il principale contributore al valore aggiunto globale dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca, con il 66% del totale mondiale nel 2023: «Il valore aggiunto del continente è più che raddoppiato, passando da 1.200 miliardi di dollari nel 2000 a 2.600 miliardi di dollari nel 2023». Nelle Americhe e in Oceania, l’aumento ha raggiunto rispettivamente il 60% e il 53% nel periodo 2000-2023, mentre l’Europa ha incrementato il suo valore aggiunto agricolo solo del 18%. Dovendo attraversare la pandemia da Covid 19, il valore aggiunto globale dell’agricoltura è aumentato del 2,2% nel 2020 e del 4,2% nel 2021 mentre nel 2023 l’aumento è stato del 2,6%, inferiore al tasso di crescita medio annuo del periodo 2000-2023. I paesi con il settore agricolo, forestale e della pesca più grande in termini di valore aggiunto nel 2023 sono Cina, India e Stati uniti.
Per quanto riguarda la forza-lavoro, il numero di persone impiegate nel settore agricolo a livello mondiale, inclusi silvicoltura e pesca, è diminuito dell’11% tra il 2000 e il 2023, raggiungendo i 916 milioni nel 2023, ovvero 118 milioni in meno rispetto al 2000. Mentre l’occupazione in agricoltura è aumentata complessivamente in Africa, Asia e Oceania tra il 2019 e il 2023, è diminuita nelle Americhe e in Europa.
