Jacobin Italia

Il collante del genere

6 Giugno 2019

Il sessismo nega la libertà delle donne per la stabilità sociale. Combatterlo significa suscitare la reazione di chi vorrebbe più sovranità nazionale per controllare meglio i propri confini e le proprie famiglie

Sia gli Stati uniti che le nazioni europee temono che il proprio ordine democratico possa essere minacciato dal ritorno delle destre, reso sempre più visibile da marce e mobilitazioni inneggianti alla violenza come quelle di Charlottesville e Chemnitz, da gruppi della società civile come Pegida in Germania e i nazionalisti bianchi negli Usa. La minaccia non proviene soltanto dalle piccole associazioni radicali, ma in proporzioni crescenti dall’intera popolazione nazionale che vota per partiti politici di destra che minano la tenuta della democrazia e trattano le opposizioni alla stregua di nemici da sopprimere. Anche se la forma della democrazia elettiva viene preservata, la sostanza dei dibattiti legislativi, delle norme giuridiche e dei diritti civili, come la libertà di parola e di associazione, è presa d’assalto da leader che invocano le esigenze della sopravvivenza nazionale, dandosi l’autorità di reprimere le minacce percepite.

Di fronte a questo assalto, la politica femminista può essere una difesa in senso ampio delle relazioni democratiche e dei diritti umani, o è soltanto una lista di problemi etichettati come femminili, collegati alla sessualità e al binarismo di genere? Io sospetto che la crisi della democrazia a cui stiamo assistendo in questo periodo rifletta una destabilizzazione del potere maschile. Il femminismo offre una prospettiva politica potenzialmente intersezionale, in grado di confrontarsi con l’austerità, l’immigrazione, le diseguaglianze nazionali, il binarismo di genere e la sopravvivenza della famiglia attraverso una visione unica e coerente che riconosce l’intreccio tra la riproduzione sociale e sessuale e le relazioni di genere.

Le mobilitazioni di destra che stanno scuotendo le fondamenta dell’ordine liberale non sono sicuramente soltanto maschili nella composizione, tuttavia di certo attingono a un discorso che parla di mascolinità minacciata, anche quando fa prendere parola alle donne. Le donne che parlano dal punto di vista di mogli o madri invocano la logica di un sistema in cui il maschio è il capofamiglia e loro sono incaricate di custodire famiglia e focolare. Sia uomini che donne osservano il cambiamento delle relazioni familiari così come le conoscevamo, e si sentono spinti a proteggere i confini di un gruppo familiare più ampio, cioè la nazione. Nel mondo contemporaneo l’autorità maschile nel governo della casa è stata estesa al governo degli stati e lo ha legittimato, e tuttavia le democrazie liberali si sono fondate su una visione di partecipazione – ancora non pienamente realizzata – che include sia uomini che donne in qualità di pari cittadini. Oggi, mentre il rinnovamento della famiglia e la ricostruzione delle relazioni politiche sono terreno di contesa, diventa cruciale notare come questi due aspetti siano connessi sin dalle radici. Il collante che unisce la famiglia e la nazione storicamente intesa, infatti, è il genere. Come ha sostenuto Carol Pateman, struttura familiare ed economia politica si rispecchiano l’una nell’altra, e le figure dei re padri di un tempo sono state sostituite da una nuova fratellanza maschile. La politica genderizzata della democrazia è stata costruita attorno a queste nuove e geograficamente mobili famiglie nucleari, e a uomini associati in legislature, sindacati, burocrazie ed eserciti.

Lo smantellamento di quelle esclusioni e diseguaglianze che la destra anti-democratica difende così appassionatamente sarebbe sicuramente più facile se riuscissimo a metterne in risalto e frantumarne il collante, perché portare avanti l’illusione del genere come struttura stabilizzante della nostra società non fa altro che incoraggiare la xenofobia e le mobilitazioni «pro-famiglia». La difesa delle relazioni di potere esistenti guarderà sempre alle femministe come a pericolose sovversive. E però, nella storica lotta sulle forme da dare alle nostre società, le femministe possono scegliere di essere davvero sovversive, oppure permettere che la battaglia per la riproduzione della nazione e la difesa dei suoi immaginari confini si svolga sui corpi delle donne senza opporre alcuna resistenza.

Dato che il genere funziona come collante simbolico che lega i problemi riproduttivi, il nazionalismo e l’autonomia delle donne alla stabilità sociale, la partecipazione femminista al potere è vista come destabilizzante per la riproduzione ed è accolta con sdegno e repressione politica. È per questo che anche i piccoli cambiamenti, come le recenti mosse dell’Ue verso l’uguaglianza di genere, appaiono minacciosi. Sono parte del magma indistinto che le destre europee stanno prendendo di mira quando dichiarano di volere «meno Europa» e più sovranità nazionale, per poter controllare meglio i propri confini, le proprie famiglie, e le proprie relazioni di genere.

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere