Jacobin Italia

Il controllo del passato

21 Settembre 2022

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Gli estimatori di un progetto politico basato sulla violenza, sul razzismo e sul nazionalismo da anni hanno messo le mani sulla storia e sulle forme della sua narrazione con lo scopo di ipotecare seriamente il nostro futuro

Forse è scontato dirlo, ma in Italia la rivalutazione del fascismo, la minimizzazione dei suoi crimini, la condanna della Resistenza e addirittura l’apologia di regime, pur vietata dalla legge, non sono affatto, come qualcuno sostiene, confinati in ambienti marginali e neofascisti, ma sono ormai predominanti nel discorso pubblico. Affermazioni tipo «eravamo tutti fascisti», «i partigiani hanno scatenato la guerra civile», «Mussolini non ha ucciso nessuno», «ha fatto anche cose buone» e «mandava gli oppositori in vacanza» sono ormai luoghi comuni condivisi e ripetuti costantemente anche ad altissimo livello mediatico e istituzionale. 

Italiani brava gente

La diffusione di questo immaginario è il risultato di politiche della memoria messe in campo fin dall’immediato dopoguerra da intellettuali, giornalisti, politici e membri delle istituzioni. La mancata condanna o la rapida amnistia dei criminali fascisti, la continuità nelle carriere di molti amministratori pubblici nei centri vitali del potere (magistratura, alti comandi dell’esercito, forze dell’ordine, scuola, funzione pubblica) sono state affiancate dalla costruzione del mito autoassolutorio degli «italiani brava gente», incapaci di brutalità e sempre vittime delle circostanze. Questo stereotipo, che si è così radicato oggi da poter essere considerato uno dei pilastri della stessa identità nazionale, assolveva inizialmente la funzione di scagionare dalle proprie responsabilità i generali indagati per i crimini di guerra che avevano ordinato nel corso di tutto il Ventennio, dalla Libia all’Etiopia, dalla Spagna ai Balcani. Ma si è rivelato presto funzionale all’intera società. All’interno di un paradigma interpretativo antifascista condiviso da (quasi) tutti, il popolo italiano finiva per essere scagionato da ogni responsabilità e poteva ritenersi vittima dello stesso fascismo e della sua ideologia criminale. Tale paradigma è stato però scalzato da una nuova visione che ritiene responsabili dei drammi del Novecento e della Seconda guerra mondiale non più i regimi fascisti, ma i totalitarismi. Si tratta di una percezione largamente condivisa a livello globale, e ribadita da una serie di risoluzioni approvate dal Parlamento europeo, volte ad assimilare di fatto il regime nazista e quello comunista. 

L’applicazione di questo paradigma storico-politico antitotalitario al caso italiano è singolare. Le politiche memoriali adottate in Italia negli ultimi trent’anni restano infatti ancorate al modello vittimista del «bravo italiano», vittima però adesso non più dei fascismi (dunque anche di quello italiano), ma del nazismo e del comunismo: due ideologie «straniere» che colpiscono gli italiani «innocenti» in maniera simile prima con le stragi e i campi di concentramento, poi con le foibe e l’esodo. Il fascismo, che è l’unico regime dittatoriale sperimentato nel nostro paese, non viene quindi incluso nella categoria dei totalitarismi, nonostante il termine stesso sia stato coniato da Mussolini e il suo modello politico abbia ispirato molti altri autocrati, fra cui Hitler medesimo. 

L’uso politico delle foibe

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