Anche se i suoi fautori ne lamentano la crisi, il liberalismo sembra essere vivo e vegeto. Il pensiero liberale e liberista domina le discussioni su cosa è bene e cosa è male. Sempre e su tutto. La limitazione del governo centralizzato e la libera iniziativa degli individui, non solo in campo economico, rimangono sommariamente il presupposto che ne giustifica l’esistenza. Ma nei fatti non è vero che con il liberalismo non esista il controllo e la limitazione delle libertà. Il liberalismo sopravvive perché «predica» un umanesimo che fa della libertà uno strumento di cui le democrazie liberali si servono, finanche per sospendere le libertà stesse quando necessario, come la crisi prodotta dalla pandemia sta dimostrando.
Diceva Michel Foucault nel suo corso al College de France sulla biopolitica, che il governo dello stato liberale può funzionare solo quando effettivamente esistono un certo numero di libertà. Ciò significa che le democrazie liberali possono esercitare potere e controllo proprio grazie alle libertà che «producono». Non si tratta di una contraddizione del liberalismo, bensì di un suo reale presupposto. Va detto che Michel Foucault non avesse molta simpatia per il socialismo, questo sì, invece, considerato dai liberali il prodotto di una tradizione politica che sopprime le libertà. Ma sono gli stessi intellettuali liberisti, Friedrich von Hayek tra tutti, a evidenziare che la concezione liberale della libertà sta nella capacità della legge di limitare alcune libertà per garantirle a tutti. Per Hayek, il livello di coercizione può essere attenuato ma non di certo annullato. Le restrizioni e le sospensioni delle normali procedure di governo democratiche sono quindi l’altra faccia delle libertà che le democrazie liberali concedono.
Nella concezione classica del liberalismo, infatti, il governo incarna il soggetto che garantisce la libertà individuale, la «istituzionalizza», ma nel far ciò non può che limitarne alcune manifestazioni; limitazione del potere pubblico di fronte all’azione del singolo ma a garanzia della sua libertà. Vi è un superamento, in questo senso, del laissez faire a favore della regolamentazione (anche se il termine «stona» quando si parla di liberalismo) in direzione dell’interesse privato.
Il pericolo del «collettivismo»
Che la libertà nello Stato liberale non fosse la libertà di fare tutto, i fautori della dottrina liberista lo immaginavano già ai tempi del Walter Lippmann Colloquium che si tenne a Parigi nel 1938, quando tentarono di rifondare il liberalismo in opposizione a quello che consideravano il pericolo del «collettivismo», rappresentato da fascismo e comunismo che misero semplicisticamente sullo stesso piano. Questa correlazione puramente ideologica, infondata se si tiene conto delle contingenze storiche che hanno caratterizzato la storia dell’uno e dell’altro, aveva l’obiettivo di presentare il liberalismo come una dottrina minoritaria e rivoluzionaria in opposizione al dominio delle ideologie politiche che avevano come matrice il socialismo.
La lettura del libro del giornalista americano Walter Lippmann, The good society (1937), che avvertiva sul «pericolo del collettivismo», fu l’occasione per gli intellettuali liberali per riflettere sulle possibilità di rinascita del liberalismo che ritenevano in crisi. In verità, già anni prima, intorno alla fine degli anni Venti, Ludwig von Mises, tra i più rigidi esponenti dell’individualismo metodologico, anch’egli poi tra i partecipanti al Colloquium, riteneva che il vero problema per il liberalismo, più che il fascismo che non condannava del tutto, fosse il socialismo marxista. Probabilmente ne aveva colto la forza emancipatrice capace di sollevare le masse di lavoratori per i diritti collettivi. Il problema del «collettivismo», tuttavia, si pone ancor prima per i teorici del liberalismo, ovvero quando intorno alla metà dell’Ottocento vennero adottate politiche che avevano a oggetto la collettività.
Nel campo della salute per esempio, la prima Compulsory Health Law che rendeva obbligatorie le vaccinazioni per il vaiolo – in un primo momento per le classi povere e poi per tutti gli altri – viene varata proprio intorno al 1850 in Inghilterra. Un singolare paradosso nel paese del Saggio sulle libertà di John Stuart Mill, dove la libertà individuale e la proprietà della propria persona (anche del proprio corpo, dunque) era considerata inviolabile. Non a caso, è in quel periodo che nascono i primi movimenti «antivaccinisti». Quindi, se per un verso il presupposto della filosofia liberale classica è che ogni individuo, proprio perché libero, è responsabile di sé e degli altri, per l’altro egli viene considerato potenzialmente pericoloso e quindi «da governare» attraverso l’imposizione della legge. Disciplinamento e libertà appaiono allora come due dimensioni corrispondenti. È possibile che il rapporto irrisolto fra «libertà e coercizione», abbia in qualche modo spianato la strada al capitalismo libertario.
La questione americana
Forse su una cosa i teorici del liberalismo hanno ragione. Ovvero sulla capacità del liberalismo di accompagnare, verrebbe da dire di «indirizzare», le trasformazioni dei tempi. È negli Usa infatti che il liberalismo diventa un’ideologia le cui derive antidemocratiche attraversano tutte le classi sociali. È vero che una parte del liberalismo americano è tendenzialmente di destra e conservatore – diversamente dalla tradizione «classica» europea – ma è vero anche che esso, almeno dal secondo dopoguerra, incarna un «modello ideale» cui si guarda, che coniuga la libertà con il successo individuale e con l’ostilità verso le istituzioni. Nei termini di questo ragionamento non c’è da meravigliarsi molto se un soggetto privato come Twitter sospenda autonomamente l’account di Donald Trump.
Twitter e Trump non sono che due dimensioni speculari del capitalismo; i fautori del liberalismo dovrebbero esserne contenti. Anzi è la piena realizzazione del liberalismo. Una società privata che sospende l’account di un personaggio politico e imprenditore devoto alla causa del liberalismo. Ma è l’intera vicenda dell’attacco al Congresso a essere l’effetto del «liberalismo ideologico» che lo stesso Donald Trump aveva bene interpretato. La destra liberale, bianca, antiabortista, capitalista, finanche lavoratrice, contro lo Stato e la democrazia, che va sempre più in direzione del libertarismo reazionario che confligge con quelle stesse istituzioni che continuano a garantirne l’esistenza.
Perché ancora il liberalismo?
Ma non è mai abbastanza. Il liberalismo è ancora in crisi. I suoi fautori non ne ritengono mai pienamente realizzato il progetto, anche se il capitalismo, reificazione del dogma liberale, rimane il modo di produzione e di organizzazione della vita politica ed economica. Per la dottrina liberale il capitalismo è un sistema che si basa su un’etica che risponde al «naturale manifestarsi» dell’esperienza umana, perché la libera di ogni vincolo assiomatico. La società è il risultato spontaneo, non intenzionale, di tante azioni individuali che si influenzano, dunque nessun ordine di senso se non quello della «buona condotta» individuale. I bisogni degli individui, in questo quadro, sono un «prodotto» creato dagli individui stessi che proprio per questo possono agire e disporne come meglio ritengono. Questo è il fine del sistema di accumulazione capitalistico.
Nessun problema allora se molti non accedono alle risorse necessarie alla sopravvivenza. Vuol dire che non sono stati in grado di procurarsele. È necessario chiedersi: tutti hanno la stessa possibilità di creare risorse e fruirne liberamente? Tutti sono «realmente liberi» di proteggersi e garantirsi i bisogni da sé? A questi interrogativi risponde il principio liberista secondo cui l’ordine sociale si autoregola sulla base delle scelte individuali che determinano le norme morali e le responsabilità di ognuno. Ciò a cui poco guarda la dottrina del liberalismo però sono le diseguaglianze, che proprio in un sistema incentrato sull’individualismo rendono ineguale anche il rapporto tra bisogni e necessità. I bisogni sono dati storicamente, per questo occorre dare a essi un peso che non può derivare dalla forza di ogni singolo individuo di soddisfarli ma dalla capacità del sistema sociale di rispondere. Quale bisogno prevale, in tempi di crisi ed epidemia, tra salute e lavoro? Le difficoltà di questi tempi dimostrano che il capitalismo non riesce a rispondere in maniera adeguata.
La libertà non è quindi una prerogativa solo del liberalismo; la libertà è tale quando ogni individuo riesce a soddisfare i suoi bisogni al di fuori di un ordine sociale che produce diseguaglianza. La crisi attuale è anche una crisi delle democrazie liberali del tardo capitalismo che riducono i bisogni sociali a «possibilità esclusive». Se vogliamo continuare a immaginare una società basata sulla giustizia sociale, che abbia a fondamento la collettività, dobbiamo immaginare anche un’altra forma di democrazia nella quale all’espansione dei diritti, propria delle democrazie moderne, corrisponda la piena realizzazione delle possibilità collettive.
*Emilio Gardini insegna sociologia generale e politiche pubbliche e per la sicurezza all’Università Magna Graecia di Catanzaro. Fa ricerca sulle trasformazioni del capitalismo, sulla città e sulle politiche securitarie.

