Bisogna essere chiari: il disastro è stato persino peggiore dei più cupi pronostici. Le elezioni europee hanno visto Syriza pesantemente punita dagli elettori, con il suo 23,8% sotto di ben dieci punti al partito di destra Nea Democratia. Alexis Tsipras ha subito indetto le elezioni anticipate per il 7 luglio – una sorta di esercizio di riduzione del danno, visti i problemi in cui sono sprofondati lui e il suo partito.
La svolta sbandierata dal governo e dai media pro-Syriza non ha cambiato molto, come non lo ha fatto l’annuncio di “misure sociali”, che è sembrato un “regalo” pre-elettorale. L’elettorato ha punito un governo che, per quasi quattro anni, ha applicato inesorabilmente le misure di austerità del terzo memorandum.
L’analisi di Nikos Filis, figura prominente dell’attuale gruppo dirigente di Syriza ed ex-Ministro dell’Istruzione, ci parla delle ragioni del collasso del partito:
«La prima ragione [della sconfitta di Syriza] è stata l’applicazione dei memorandum. Forse erano meno dolorosi dei precedenti, e Syriza ha cercato di trovare delle modalità che aiutassero i nostri concittadini più vulnerabili, ma nella sostanza ha applicato dei memorandum di orientamento neoliberista. Il doloroso compromesso [di mandar giù il memorandum imposto dall’Ue] ha portato anche ad altri compromessi. Nessun partito è stato finora in grado di sfuggire al destino a cui inevitabilmente porta l’applicazione dei memorandum. Anche i conservatori di Nea Democratia persero per questo, e poi si sono ricostruiti, mentre il centrosinistra rappresentato dal Pasok è collassato».
Tutto ciò è sicuramente vero. Ma ci sono anche altre conclusioni che possiamo trarre da questo disastro.
Il quadro generale
Le elezioni politiche del 7 luglio saranno una passeggiata per Nea Democratia (Nd): tutti i segnali indicano una loro probabile maggioranza assoluta in parlamento. Il vantaggio di dieci punti di Nd su Syriza nelle elezioni europee è stato maggiore di quanto pronosticato dai sondaggi e dai membri del governo (e in realtà, rappresenta un record per questi ultimi anni). È stato oltretutto amplificato dalla battuta d’arresto di Syriza nelle elezioni locali e regionali, dove ha perso due regioni e metà dei consigli comunali che controllava nell’area di Atene e del Pireo. Si è trattato di una chiara bocciatura di Tsipras e del suo governo.
Inoltre, un’analisi più accurata ci mostra che l’elettorato di Syriza del 2019 non è lo stesso che ha portato il partito al governo nel 2015. Per prima cosa, data la mancanza di qualsiasi alternativa credibile a sinistra (in senso ampio) dello spettro politico, Syriza non è del tutto collassata. E questa è la differenza più importante rispetto a ciò che è successo al Pasok nel 2012, dopo l’applicazione delle misure di austerità.
Syriza continua a raccogliere un numero considerevole di voti sia a livello nazionale che nei quartieri popolari, anche se qui ogni tanto viene insidiata o – la gran parte delle volte – superata dalla destra. In termini di profilo di classe, secondo i dati provenienti dagli exit poll, le maggiori perdite di voti sono avvenute tra i lavoratori del settore privato, gli studenti, e i contadini (meno 16% rispetto al 2015), mentre le perdite minori tra professionisti e pensionati (meno 6-7%).
In termini generazionali, ha perso quasi la metà del supporto che aveva tra gli elettori più giovani (dai 17 ai 24 anni), ma è scesa soltanto del 4% tra gli over 65. Dall’essere popolare soprattutto tra i lavoratori dipendenti e i giovani, Syriza è ora un partito con percentuali più o meno uniformi in tutti gli strati sociali e le classi d’età (circa 20%) ed è davanti a Nea Democratia solo tra i disoccupati. Il profilo “qualitativo” del suo elettorato ha subìto un cambiamento ancora più drammatico. In questo senso, un’occhiata alla scelta che gli elettori di Syriza hanno fatto tra i candidati alle elezioni per il Parlamento Europeo può rivelarsi istruttiva.
I seggi sono distribuiti secondo un sistema di voto che si basa sulle preferenze: ciascun elettore può scegliere quattro nomi da una data lista di candidati. Tra i sei parlamentari europei che Syriza è riuscita ad eleggere, la seconda, Elena Kountoura, proviene da Anel, il partito sovranista e nazionalista di Panos Kammenos (alleato del governo di Syriza fino all’accordo con la Macedonia sul cambio di nome), e ha fatto campagna elettorale usando toni palesemente nazionalisti e xenofobi. Il quinto, Alexis Georgoulis, è un comico noto per il suo ruolo di giovane protagonista di varie serie Tv, che inizialmente voleva candidarsi con Nea Democratia. Il sesto, Petros Kokkalis, è il nipote di un uomo con un vero passato di sinistra: il “Doctor Kokkalis”, medico e ministro del governo dell’Esercito Democratico ribelle durante la guerra civile seguita alla Seconda Guerra Mondiale (e in seguito rifugiato politico nella Germania dell’Est). Ma soprattutto è il figlio e l’erede dell’oligarca Sokratis Kokkalis, che ha costruito la sua fortuna nel mondo delle telecomunicazioni negli anni Novanta, approfittando dei legami con l’allora Primo Ministro del Pasok Andreas Papandreou.
L’elettorato di Syriza oggi somiglia di più ad una base di supporto clientelare “de-ideologizzata” del partito di governo che a una base popolare di un partito di sinistra. Ed è evidente che è in parte l’erede della base “social-liberale” del Pasok degli anni Duemila. Syriza è arrivata prima solo in quattro circoscrizioni nazionali e, di queste, tre erano gli storici e simbolici bastioni del Pasok: due a Creta e una nel nord-est del Peloponneso, attorno alla città di Patrasso, culla della famiglia a lungo a capo del partito, i Papandreou.
Allo stesso tempo, ci sono stati ulteriori sviluppi a destra dello spettro politico. È emerso un nuovo partito di estrema destra – Soluzione Greca – spinto sia dalle mobilitazioni sulla questione macedone, sia dallo svuotamento del partito neo-nazista Alba Dorata. Ha raggiunto risultati eccellenti nel nord della Grecia (dove i raduni nazionalisti sono stati più numerosi) e a livello nazionale ha ricevuto quasi lo stesso numero di voti di Alba Dorata (rispettivamente il 4,1% e il 4,8%). È possibile che, con la crescita di questo partito, l’estrema destra greca abbia trovato un volto più “accettabile” di quello di Alba Dorata, e in futuro potrebbe fare nuovi passi avanti. Un altro indizio preoccupante del potenziale dell’estrema destra viene dagli exit poll degli elettori più giovani: uno dei sondaggi riporta che circa il 13% di coloro che votavano per la prima volta ha dato il proprio voto ad Alba Dorata.
La sinistra frammentata
Per quanto riguarda il resto della sinistra, il Partito Comunista (Kke) è rimasto relativamente stabile rispetto al risultato delle elezioni del 2015 (il 5,5%), anche se è sceso rispetto alle Europee del 2014 (dove prese il 6,1%). I suoi risultati nelle elezioni regionali indicano anche una perdita considerevole rispetto al 2014, all’incirca un quinto dei propri voti. Nella Grande Atene, le percentuali sono scese dal 10,6% all’8,3%, nella Macedonia Centrale dall’8% al 5,7%, e nell’area Tessalica (la Grecia Centrale) sono cadute dal 10,4% al 7%.
Più importante ancora, il Kke ha perso tre dei quattro comuni che aveva sinora controllato, tenendosi solo Patrasso, dove il suo candidato, il sindaco uscente e molto popolare, è stato rieletto al secondo turno con uno schiacciante 71%. Complessivamente, tuttavia, l’influenza del Kke sta lentamente ma inesorabilmente scemando. Il partito paga il costo del suo estremo settarismo e neo-stalinismo, che gli ha impedito di intervenire in maniera efficace nella congiuntura estremamente instabile dell’ultimo decennio.
La sorpresa è stata il successo inaspettato della lista MeRA25 di Yanis Varoufakis, con un 2,99% che gli ha quasi fatto eleggere un parlamentare europeo (la soglia è del 3%). La lista costruita dalla presidentessa del parlamento ed ex membro di Syriza Zoe Kostantopoulou è riuscita non si sa come a ottenere un risultato rispettabile (1,6%), anche se si è fermata a metà della percentuale necessaria per entrare nel Parlamento Europeo.
Analizzando i risultati di queste due formazioni, notiamo un elettorato diffuso e relativamente omogeneo: l’esito è stato migliore della media nelle città di grandi e medie dimensioni, ma non ci sono stati picchi o vuoti particolari. In pratica, hanno ricevuto un voto di simpatia diffuso, basato sulla visibilità e la presenza mediatica dei loro leader, ma che riflette anche la loro mancanza di una base organizzativa sul territorio.
Nella lista MeRA25 di Yanis Varoufakis, la candidata che ha sfiorato l’elezione, Sofia Sakorafa – eurodeputata uscente precedentemente eletta con Syriza nel 2014 – è rimasta legata nella memoria collettiva alle mobilitazioni contro i memorandum del 2010-12. Per Varoufakis è stato sicuramente un ottimo acquisto, l’unico finora, anche se probabilmente da adesso in poi riuscirà ad attrarre una parte significativa dei delusi da Syriza, specialmente tra i quadri e le personalità più importanti. La sua lista è andata anche relativamente bene tra i giovani (e indubbiamente bene tra la giovane classe media greca istruita): secondo un exit poll tra i giovanissimi, il risultato di MeRA25 è del 4,5%, più del Kke per esempio, che in questa fascia d’età si è attestato al 3,7% malgrado abbia una sua organizzazione giovanile.
Il successo di Varoufakis e il risultato relativamente positivo di Kostantopoulou rendono le sconfitte di Unità Popolare (un fronte politico creato nell’estate del 2015 dall’ala sinistra di Syriza dopo la sua uscita dal partito) e Antarsya (una coalizione di estrema sinistra nata nel 2009) ancora più cocenti, specialmente per la prima, in un contesto in cui la pressione al voto utile per i partiti più grandi è inferiore rispetto alle politiche. La loro sconfitta avrà un grosso peso, perché queste sono le uniche due forze con una buona base di attivisti, al contrario delle liste di Varoufakis e Kostantopoulou, che esistono soltanto nei palinsesti Tv.
Il risultato di Antarsya è stato davvero deludente (0,66%) ma comparabile con quello raggiunto nelle precedenti elezioni nazionali ed europee (nel 2014-15 si aggirava tra lo 0,64% e lo 0,85%). La battuta d’arresto maggiore l’ha avuta nelle elezioni municipali di Atene, dove si è presentata in due liste separate, mentre il Sek (una sezione greca dell’International Socialist Tendency guidato dal Partito dei Lavoratori Socialisti Inglesi) si è presentato da solo. Entrambe hanno eletto alcuni consiglieri comunali, ma l’elettorato del 2014 (il 2% circa) si è diviso in due e il capitale costruito in anni di lavoro dal basso è stato malamente sperperato.
L’umiliazione di Unità Popolare
Per quanto riguarda Unità Popolare, il suo risultato è stato umiliante (0,58%), specialmente se comparato col precedente, il 2,9% raggiunto alle elezioni parlamentari del settembre 2015 (le seconde di quell’anno, dopo che Syriza aveva accettato il memorandum europeo con la dissociazione dell’ala sinistra). Qui c’è sicuramente un elemento di rifiuto della persona di Panagiotis Lafazanis, precedente leader della Piattaforma di Sinistra di Syriza e Ministro dell’Energia nel primo governo Tsipras. Ma c’è stata anche una bocciatura per la politica portata avanti dalla sua corrente, e il fallimento collettivo del progetto di Unità Popolare in quanto tale. Sono entrati in gioco molti fattori; ne elencherò brevemente alcuni.
Prima di tutto, anche se è sempre riduttivo e in parte ingiusto limitare le difficoltà a questo, c’è stato un significativo problema di leadership. Va detto che Lafazanis è percepito come particolarmente “bruciato” e screditato, non solo per il suo evidente fallimento nel costruire un’opposizione efficace alla capitolazione di Syriza nell’estate del 2015, ma anche per l’improbabile deriva del più recente periodo, rappresentata dai suoi flirt con il nazionalismo (in particolare sulla questione della Macedonia) e la sua apparizione in un canale Tv di estrema destra (che ha scatenato una ridda di proteste all’interno di Unità Popolare).
Ci tengo a sottolineare che Zeo Kostantopoulou è andata ancora più a destra in questo (chiamando le persone a partecipare ai raduni nazionalisti in Macedonia, cosa che Unità Popolare si è ben guardata dal fare), ma non si rivolgeva alla stessa fascia di elettorato.
Nondimeno, adottare posizioni del genere ha notevolmente indebolito Unità Popolare, e ha ulteriormente danneggiato la sua coesione interna e la sua integrità morale agli occhi di una grossa fetta di sinistra anticapitalista e militante. La monopolizzazione della presenza mediatica e pubblica da parte di Lafazanis ha suscitato risposte sempre più negative, ma il suo atteggiamento ha anche impedito qualsiasi tentativo di promuovere volti nuovi.
La sua corrente, la maggioranza nel gruppo dirigente di Unità Popolare (a seguito di un congresso segnato da manovre alquanto dubbie), ha mostrato ben poca considerazione nel costruire un partito che fosse una “casa comune” per tutte le sue componenti. Ed è ancora più deleterio se si considera che questa strategia è portata avanti da vecchi quadri dirigenti, che vengono dalla scissione del Kke del 1991 e sono portatori di una cultura segnata da uno spirito burocratico e dalla mancanza di apertura alle sensibilità o alle pratiche dei movimenti sociali. Il risultato è stato quello di una continua emorragia di miitanti, specialmente dopo il congresso fondativo di giugno 2016, che aveva mobilitato circa 5.000 attivisti – un numero non piccolo per la situazione post-2015.
Non c’è dubbio che Unità Popolare e i suoi attivisti fossero presenti in tutte le recenti mobilitazioni (così come c’erano quelli di Antarsya), ma erano molto frammentati e lontani da mobilitazioni di massa. Inoltre, gli attivisti di Unità Popolare hanno avuto la tendenza a sottovalutare il lavoro sul territorio, sostituendolo con azioni simboliche o micro-azioni di agit-prop portate avanti con la bandiera del partito, specialmente nel movimento contro gli sfratti.
Ultimo ma non ultimo, sia Unità Popolare che Antarsya hanno seriamente sottovalutato il bisogno di presentare delle proposte alternative credibili ed elaborate, pensando che denunciare il governo di Syriza e invocare un’uscita dall’eurozona e dall’Unione Europea potessero bastare. In una situazione di demoralizzazione in cui l’idea che “There is no alternatve” regna sovrana, questa impostazione sembra produrre un mero esercizio retorico, incapace di convincere chiunque. La loro mancanza di un progetto reale ha permesso a Varoufakis in particolare di apparire come il portatore di un messaggio più “sexy” e “innovativo”, giocandosi abilmente la carta di un’opposizione moderata ed “euro-compatibile” a Tsipras e a Syriza.
Un’ultima considerazione conferma il fallimento dei partiti anticapitalisti di sinistra: mentre i risultati delle loro liste nelle elezioni regionali sono stati indubbiamente deboli (in generale hanno raggiunto tra l’1,5% e il 2%, anche se con picchi del 3% per Unità Popolare o per le liste che appoggiava), sono stati significativamente più alti dei risultati delle elezioni europee, e spesso nei consigli regionali sono riusciti ad eleggere dei rappresentanti. Lo stesso può essere detto per le loro liste comunali, in quelle aree dove le loro campagne elettorali hanno corrisposto a un lavoro reale degli attivisti e al radicamento territoriale. Questo divario illustra bene l’incapacità (secondo me irreversibile) sia di Antarsya e (ancora di più) di Unità Popolare – le uniche due nuove forze della sinistra radicale dall’estate 2015 – di costruire formazioni politiche rilevanti a livello nazionale.
Il futuro sembra essere ancora più compromesso perché, in termini elettorali, Varoufakis sembra in grado di predominare in uno spazio “intermedio”, a sinistra del partito di Tsipras ma comunque “moderato” e sicuramente aperto a intessere relazioni più strette con Syriza una volta che il partito andrà all’opposizione. Allo stesso tempo, nella sinistra radicale solo il Kke continua ad avere una base militante e una credibilità elettorale. E tuttavia è chiuso in un settarismo patologico che lo sta condannando a un lento (e, secondo me, irreversibile) processo di declino.
Chiaramente, il lavoro di ricostruzione è un compito a lungo termine. Ma la necessità di trovare nuove strade è quantomai urgente.
*Stathis Kouvelakis insegna teoria politica al King’s College di Londra ed è autore tra l’altro di Filosofia e rivoluzione (Alegre). In passato ha fatto parte del comitato centrale di Syriza. Questo articolo è uscito su Jacobinmag.com e su Contretemps. La traduzione è di Gaia Benzi.

