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Il gospel di Mark Fisher

11 Dicembre 2018

È uscita in lingua inglese una raccolta degli scritti sul blog k-punk dello scrittore britannico scomparso nel 2017, dalla quale emergono tre tesi fondamentali: la società esiste davvero, il capitalismo non è eterno e la sinistra per vincere deve lottare

Mark Fisher è stato un autore prolifico, pungente, salace, umano, onnivoro. Ogni santo giorno potevi aprire il suo blog k-punk e leggere di Sigmund Freud o di J.G.Ballard, di Jurassic Park o dei servizi fotografici di Vogue, di Batman come di Lenin, del collasso finanziario e della musica dance.

Tuttavia, a renderlo così importante come critico culturale non è stata la pur straordinaria ampiezza dei suoi interessi. È stata la sua visione del mondo, intricata ma discreta, capace di legare le tante osservazioni in un insieme coerente. La visione di una società dominata dal capitale, massacrata dal neoliberismo, ma che nondimeno tende, in modo debole ma percettibile, alla rivoluzione.

Fisher non ha assistito a nulla che somigliasse a una rivoluzione. Ma il suo lavoro contiene in nuce il programma per una nuova generazione di socialisti, e cioè decine di migliaia di persone – negli Stati Uniti, nella sua Inghilterra natìa, e in tutto il mondo – che sin dal suo suicidio nel gennaio 2017 sono state ispirate dalle sue parole.

Una nuova raccolta dei saggi di Fisher apparsi su k-punk è oggi edita dalla Repeater Books: ammonta a oltre ottocento pagine, e include recensioni di libri, di film, scritti politici, di critica musicale, interviste, saggi sparsi. Io l’ho letta nel modo in cui immagino debba essere letta: disordinatamente, parzialmente, a mozzichi e bocconi. Tre sono i temi principali che emergono dai suoi scritti politici, ciascuno dei quali non è altro che la confutazione di una menzogna diffusa, o il rifiuto di una visione dominante: la società esiste davvero, il capitalismo non durerà per sempre, e la sinistra deve combattere per vincere. Messi insieme vanno a costruire un orizzonte vitale per chiunque voglia contribuire a modo suo alla lotta contro il capitalismo e per il socialismo.

La società oltre gli individui

«Esistono i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie», ha detto una volta Margaret Thatcher. «Non esiste nulla che possa definirsi società». Fisher la pensava diversamente.

Oltre agli individui esiste una società – e un necessario corollario è che le battute d’arresto e le catastrofi che coinvolgono gli individui non di rado hanno cause politiche ed economiche collettive. E allora anche le soluzioni proposte dovranno essere collettive, di natura politica ed economica. Individualizzare i problemi, come fa il capitalismo, serve a rendere più difficile per noi mettere a fuoco e perseguire queste soluzioni – principalmente perché sono soluzioni che prevedono quasi sempre una diminuzione dei profitti e una redistribuzione della ricchezza delle élite capitaliste che gestiscono la società, e che vogliono invece che tutto resti com’è.

Uno dei temi che attraversa gli scritti di Fisher è l’individualizzazione e la depoliticizzazione dei problemi di salute mentale. In un saggio intitolato “October 6, 1979: Capitalism and Bipolar Disorder”, Fisher sostiene che la distruzione dei meccanismi di solidarietà e di sicurezza operata dal capitalismo neoliberista ha lasciato le persone «psicologicamente devastate», con un senso di abbandono e disorientamento. Fisher, che soffriva lui stesso di depressione, non negava affatto che le malattie mentali potessero avere manifestazioni neurologiche. Ma era inorridito dal tabù che si è venuto a creare intorno alla tema delle condizioni politiche e sociali che permettono a simili disordini neurologici di andare fuori controllo, in una spirale distruttiva che fa a pezzi la vita delle persone.

«L’attuale ontologia dominante esclude categoricamente ogni possibile causa sociale della malattia mentale», scrive Fisher. «Ovviamente, la chemio-biologizzazione della malattia mentale è strettamente legata alla sua de-politicizzazione». Se la malattia mentale di ciascun individuo non è altro che il risultato di un’anomalia chimica nel cervello, non causata o rafforzata da fattori come la precarietà finanziaria o l’isolamento sociale o il perfezionismo neoliberista, allora non c’è alcun bisogno di chiederci se non sia la nostra stessa società a essere malata.

In un altro saggio, “Why Mental Health Is A Political Issue”, Fisher scrive:«Sarebbe superficiale dire che ogni singolo caso di depressione è generato da fattori economici e politici; ma è ugualmente banale sostenere – come fa l’opinione dominante – che le radici della depressione siano da individuare solamente o nella chimica del cervello, o in esperienze infantili».

Fisher si è lanciato in varie spiegazioni. Prima di tutto, nella “The Privatisation of Stress” ha scritto che l’erosione della sicurezza lavorativa si andata sommando a tecniche manageriali punitive ed iper-produttive che hanno spinto al limite lavoratori e lavoratrici: «Non sorprende che le persone che vivono in simili condizioni – dove le ore lavorative o la paga sono soggette a continue variazioni, e gli stessi termini del contratto sono estremamente labili – facciano esperienza di stati d’ansia, depressione e sconforto». Una società che garantisse la stabilità economica potrebbe, invece, permettere alle persone di rilassarsi, di sgomberare la mente dalle preoccupazioni economiche, e di pianificare il futuro. Non farebbe certo scomparire i sentimenti negativi, ma nemmeno li aggraverebbe, cumulandosi con loro, come succede nel capitalismo neoliberale.

Secondo poi, Fisher ha accusato la meritocrazia neoliberale di coltivare l’illusione – con la chiara intenzione di mettere in ombra i modi in cui la classe dominante riproduce sé stessa e il proprio potere nel sistema capitalista – secondo la quale chiunque abbia voglia di lavorare sodo o abbia la giusta dose di coraggio e intelligenza può effettivamente avere accesso ai gradi più alti della società. Chi invece si trova incastrato a un livello intermedio, o più basso, deve biasimare soltanto sé stesso per non essere riuscito a ottenere un livello di vita soddisfacente. Tutto ciò naturalmente contribuisce ad abbassare il livello di autostima – aggiungendosi, ovviamente, allo stress, che a quel punto può facilmente combinarsi con processi chimici o traumi infantili e attivare o peggiorare forme di depressione.Per dirla con Fisher, «la depressione è il lato oscuro della cultura dell’autopromozione».

Fisher si è occupato molto di malattia mentale, ma l’idea per cui il capitalismo danneggia le persone l’ha ricavata analizzando anche altri scenari. Ad esempio, riguardo al terrorismo ha osservato come i politici e i media di solito insistano nel considerare gli attacchi come «un disastro sovrannaturale, l’atto di un Male trascendente che non può e dunque non deve essere spiegato».

Come risultato, «qualunque tentativo di fornire una spiegazione economica, politica o sociologica per l’emergere di al-Qaeda è equivalente all’esprimere simpatia per i suoi obiettivi e i suoi metodi». La conseguenza di tutto ciò è il divieto di indagare le cause politiche ed economiche della violenza terroristica, per non parlare dell’ideazione di una qualunque seria politica pacifista che potrebbe porre fine al circolo vizioso di radicalizzazione che conduce a quella stessa violenza.

In tutto il suo lavoro, qualunque fosse l’argomento trattato, Fisher ci ha ricordato che una cosa chiamata società esiste davvero. Non possiamo risolvere questi sconvolgenti problemi se li affrontiamo da soli, come semplici individui privi di contesto sociale. Questi problemi appartengono a tutti noi, così come le loro soluzioni.

Realismo capitalista

Margaret Thatcher sapeva che una politica fatta di privatizzazioni e di austerity era impopolare. «Eppure», ha seccamente dichiarato, «le persone si renderanno conto non esiste nessuna reale alternativa».

Probabilmente il filo rosso più evidente in tutti gli scritti di Fisher è l’affermazione che in realtà un’alternativa al capitalismo c’è, malgrado il consenso che il pensiero tatcheriano ha saputo generare negli anni Ottanta. Questo professare convintamente che non esistano alternative possibili Fisher l’ha chiamato «realismo capitalista», e ha tentato di dimostrarne la natura fondamentalmente tautologica e ingannevole – il capitalismo deve essere perché già è.

«Il realismo capitalista», ha scritto, «consiste nel rendere naturali una serie di convinzioni politiche». Lo scopo, di natura ideologica, è quello di atrofizzare la nostra capacità di immaginare un futuro differente, non perché ciò sia impossibile ma perché non sarebbe vantaggioso per la classe dominante, l’unica a stabilire obiettivi e ricompense. Il ragionamento si fonda sull’eccezionalità del capitalismo: tutti i sistemi politici ed economici precedenti sono stati sorpassati o spazzati via, ma non il capitalismo. Abbiamo raggiunto la fine della storia, e finalmente ci siamo assestati sul migliore – anzi sull’unico – modo di ordinare la società che dia un senso a tutto.

In “October 6, 1979” Fisher scrive:«Freud dice che a livello inconscio nessuno è convinto che morirà, e non c’è alcun dubbio che le civiltà, nonostante i melanconici monumenti che testimoniano la scomparsa dei Maya e degli abitanti dell’Isola di Pasqua, sono altresì convinte di essere un’eccezione, che solo loro saranno le uniche a non scomparire… È a questo che si riferisce il termine “realismo”: non una rappresentazione della realtà, ma la determinazione di ciò che è politicamente possibile.»

E tuttavia siamo perfettamente consapevoli di come tutt’intorno a noi il capitalismo generi miseria. In un angolo del mondo, un gruppo di colletti bianchi si affatica in grigi cubicoli, alienato dal suo lavoro, compilando scartoffie per le multinazionali dell’elettronica. In un altro angolo, un esercito di sottoproletari dei bassifondi squaglia le vecchie componenti elettroniche per estrarne metallo, che andrà a rivendere per pochi spicci. Aumenta il livello del mare e vanno a fuoco i boschi, i corpi si ammalano e non si hanno i soldi per un dottore, e ogni due tre anni il mercato collassa, cancellando il futuro che migliaia di lavoratori e lavoratrici erano convinti di aver finalmente messo al sicuro.

La questione, dunque, è perché il realismo capitalista abbia ancora successo, quando le condizioni di vita sotto il capitalismo sono così evidentemente insostenibili. In “Not Failing Better, But Fighting to Win”, Fisher scrive: «Secondo me è perché non è mai stato concepito per convincere la gente che il capitalismo è un ottimo sistema, ma per convincerla che è l’unico sistema praticabile, e che la costruzione di un’alternativa è impossibile… che il capitalismo è praticamente una forza della natura, alla quale non si può resistere.»

La traccia più evidente del realismo capitalista nella psicologia di massa è la rassegnazione. Fisher l’ha osservata soprattutto nella cultura pop, suo tema privilegiato. Ha saputo rintracciare nell’arte e nell’intrattenimento i tentativi di resistenza al realismo capitalista, sempre più sporadici col passare del tempo.

Fisher ha sostenuto che, su un piano culturale, il punk è stata l’ultima rispettabile forma di lotta contro l’inevitabilità di un eterno sfruttamento e una ridondanza perenne – e persino in quel caso la ribellione controculturale fu saturata da una sorta di abbandono consapevole al realismo capitalista, in opposizione alla resa incondizionata e credulona. In “The Outside of Everything Now” Fisher scrive che «il punk sapeva che erano tutti replicanti; che al loro interno non c’era nient’altro che un macchinario bio-psico-sociale da riprogrammare o estirpare. La fine del punk è stata segnata dal dimenticare che anche i ricordi sono falsi».

Fisher ha trovato frammenti e squarci di insurrezione e ispirazione in parti e pezzi dell’arte e della cultura pop. Inizialmente ha cercato dei segni lì dove c’erano ancora persone che credevano che il capitalismo non fosse l’unica e ultima interazione possibile per la società umana, che il mondo non sarebbe finito. Ma «la nostra immaginazione», ha scritto in “The Only Certainties are Death and Capital”, «è ancora dominata (o stordita) dal lavoro che emerge da questa mistione dopata di edonismo, cinismo e pietà che hanno governato l’arte e la politica negli anni Novanta e nei primi anni Zero».

Fisher sentiva che, mentre i governi neoliberisti si sottraevano alle promesse social-democratiche del ventesimo secolo e i capitalisti privatizzavano qualunque cosa non fosse inchiodata al pavimento, la cultura stava largamente accettando la negazione tatcheriana di un’alternativa. E ha cercato e sperato che emergesse qualche forza politica che avrebbe potuto trasformare il rifiuto del realismo capitalista da fenomeno di sottocultura a movimento di massa.

La sinistra deve combattere per vincere

Ed è qui che entra in gioco la sinistra. A differenza di molti teorici del ventesimo secolo e dell’inizio del ventunesimo – che, con le loro riflessioni poetiche sulla totalità dei simboli e le loro odi allo spontaneismo e alle utopie temporanee, hanno solo reso più acuto il sospetto che ogni speranza di resistere nel mondo reale fosse perduta – Fisher conservava una certa dose di fiducia nei movimenti politici di sinistra e nella working class in carne ed ossa. Pensava che la sinistra aveva perso la strada, certo, ma non era impossibile recuperarla.

Era proprio quest’ottimismo a renderlo più critico nei confronti della sinistra. La famosa citazione di Samuel Beckett – «prova di nuovo, fallisci di nuovo, fallisci meglio» – Mark Fisher la reputava una cazzata. La sinistra non deve accontentarsi di fallire. Non può accontentarsi delle pose rivoluzionarie, deve puntare a ottenere vittorie concrete contro il capitalismo. Deve combattere per vincere.

La sua critica principale stava nell’abbandono da parte della sinistra del concetto di classe. «Il neoliberismo non ha semplicemente massacrato i lavoratori», scriveva, «ma ha incoraggiato le persone a non vedersi più come lavoratori. Il suo successo deriva dalla sua capacità di convincere le persone ad abbandonare questa etichetta, e a perdere così una coscienza di classe». La sinistra, pensava Fisher, ci si è prestata fin troppo volentieri. Secondo Marx, la ragion d’essere della sinistra sta nel contrastare il capitalismo e rendersi strumento della lotta di classe. Fisher credeva che la sinistra avesse abbandonato il suo compito storico per avallare invece una forma di resistenza diffusa a un’autorità assai poco definita.

In uno dei suoi saggi più amati e odiati, “Exiting the Vampire’s Castle”, Fisher è ritornato sulle conseguenze della sostituzione del potere capitalistico con un’autorità nebulosa. Se cerchi di contestare un’autorità ingiusta ma il tuo obiettivo primario non è più quello di combattere strategicamente e intenzionalmente per aumentare il potere della working class, di modo che possa ribaltare i rapporti di forza e sostituire il capitalismo con il socialismo, sarai inevitabilmente costretto a spendere le tue energie per combattere qualunque insignificante tiranno si trovi nei paraggi, perché a questo si sarà ridotta la resistenza.

La tirannia della classe capitalista è oggettiva, ma la questione su chi, a sinistra, sia o non sia la peggior testa di cazzo o il più cripto-bigotta di tutti è largamente soggettiva, e genera una grossa fetta di sconforto. Nella visione di Fisher, la perdita di una visione di classe ha trasformato un compito soggettivo in oggettivo, frammentando la sinistra e portandola ad avvitarsi su sé stessa, conducendoci a «questo triste e deprimente punto, dove la classe è scomparsa, ma ovunque regna il moralismo».

Fisher odiava i cosiddetti plotoni di esecuzione, quei moralisti fautori di una giustizia sommaria per chiunque, resi infinitamente più diffusi dai social. Al contrario, sperava in una rinnovata solidarietà di sinistra – con un atteggiamento non privo di spirito critico ma tendenzialmente tollerante, invocava il rifiuto di quei «modi borghesi della soggettività» che ci spingono a una competizione forcaiola e un’autopromozione permanente, ricordava che il nemico sono quei capitalisti che se la ridono lungo la strada verso la banca, mentre noi ci facciamo a pezzi a vicenda. (E infatti fu inevitabilmente stroncato da altri critici di sinistra quando uscì il saggio).

Fisher continuava a dire che l’abbandono del concetto di classe da parte della sinistra ha avuto un altro effetto dirimente, collegato al primo: la sacrosanta ma impotente rinuncia di qualunque tentativo di costruire un potere collettivo nel mondo reale. In “Not Failing Better, But Fighting for Win” si chiedeva: «Cosa possiamo fare? Bene, prima di tutto è necessario sconfiggere gli anarchici – si fa per scherzare». Sosteneva che la tendenza neo-anarchica che ha dominato la sinistra negli anni precedenti e successivi al movimento Occupy ha portato alle estreme conseguenze il mandato autoindotto di contrastare qualunque potere costituito e qualunque autorità, rifiutando ogni sorta di coinvolgimento con la cultura di massa o con la politica in modi che non fossero antagonistici, più espressivi che strategici.

Fisher era lucido sulla pervasività del realismo capitalista, ma voleva che la sinistra lo sfidasse mettendo in circolo nuove idee nel circuito mainstream. «L’idea che la cultura mainstream sia irrimediabilmente cooptata dal sistema, e non possiamo fare altro che allontanarcene, è profondamente sbagliata», scrive. La stessa cosa per i sindacati, che riteneva fossero stati abbandonati dalla sinistra le cui energie sarebbero state meglio spese nel tentare di ricostruirle. Idem per la politica elettorale, verso la quale non nutriva alcuna rosea illusione, ma della quale scrisse: «L’idea neo-anarchica per la quale lo stato è finito, e noi non dobbiamo prendervi parte in alcun modo, è altamente perniciosa».

Fisher era frustrato dalla preferenza di una certa sinistra per lo spontaneismo catartico rispetto al quotidiano e faticoso lavoro di organizzazione e ricostruzione del potere socialista e working class: «Siccome i movimenti anti-capitalisti che sono sorti dagli anni Novanta in ultima istanza non hanno portato a niente, non hanno causato al capitale alcuna preoccupazione – è stato così facile aggirarli. Parte della ragione per cui è successo è che questi movimenti hanno avuto luogo nelle strade, ignorando il piano politico dei luoghi di lavoro e della quotidianità. E dunque sono stati sentiti come distanti dai normali lavoratori e lavoratrici, perché almeno con i sindacati, con tutti i loro difetti, c’era una flebile connessione tra la loro vita quotidiana e la politica. Questa connessione è ora venuta meno, e i movimenti anti-capitalisti non sono riusciti a rimpiazzarla».

Alla fine, Fisher riteneva l’introspezione tipica della sinistra perfettamente complementare al realismo capitalista, un compagno al mantra perpetuo del “there is no alternative” all’odioso stato di cose presenti. Quello che invece desiderava era un movimento socialista che fosse strategico e coordinato, che non avesse paura dei riflettori, e che tentasse di strappare il potere dalle mani dei suoi nemici di classe. Qualunque altra cosa sarebbe stata una tacita accettazione, se non a parole nei fatti, delle menzogne tatcheriane.

Rendere credibile l’alternativa

Fisher è morto circa due anni fa. Da allora, la sinistra ha dimostrato che esiste un modo per rompere con queste cattive abitudini. Abbiamo visto come il movimento socialista negli Stati Uniti abbia iniziato ad allentare la presa sulla rassicurante coperta dell’irrilevanza, ispirato in non piccola parte dagli straordinari sforzi fatti per portare il potere della working classi britannica dentro le stanze dei bottoni. Abbiamo visto socialisti vincere elezioni, riformare sindacati e guidare scioperi, trascinando le masse con una determinazione che non si vedeva da decenni.

La rivoluzione è ancora lontana, ma il realismo capitalista sta franando. I socialisti stanno rendendo credibile un’alternativa. Se Fisher fosse vissuto per vederla, ne sarebbe stato contento.

 

*Meagan Day è staff writer di Jacobin Usa. Qui l’articolo originale uscito su Jacobinmag.