Da che mondo è mondo l’uomo ha usato il racconto dell’orrore, le storie di paura, per sfruttare appieno la funzione adattativa di questa emozione, negativa, annichilente, eppure votata al suo stesso superamento, alla reattività.
I racconti di paura insegnano ai giovani a sperimentare l’orrore da un luogo sicuro, a interiorizzare la possibilità di vincerlo mentre sembrano soccombergli. In nessun luogo ci si sente così vivi come sprofondati nella sala buia di un cinema, con una vasca di popcorn a ultima difesa da un serial killer armato di motosega.
Quando la cronaca nera ha preso il posto della fiction nella produzione e nella diffusione della narrazione della paura è successo qualcosa di irrimediabile. La paura, per sua natura esplosiva, ma circoscritta nel tempo, si è dimostrata inadatta a una narrazione votata al loop temporale, dove i timori non si superano mai, perché a portarli in dote non è la paura, bensì l’ansia, il cui meccanismo di base presuppone l’evitamento, l’invisibilità del nemico, la natura sfuggente e onnipresente della minaccia.
Momenti di ordinario terrore
La paura è un’emozione che gli uomini hanno in comune con il resto degli animali. Chi non prova paura è sordo alla necessità di mettere in campo strategie di difesa e attacco in presenza di un pericolo, si avvicina a grandi falcate all’estinzione. Per fortuna la paura è una compagna di viaggio imprevedibile. Arriva, stravolge tutto e, finita la minaccia, che sia andata bene o male, scompare. Il tempo la cancella, quasi non fosse esistita. La vita riparte, come si dice, passa la paura...
