Jacobin Italia

Il liceo censurato su Gaza

27 Giugno 2026

Il diritto allo studio della questione palestinese e la libertà d’insegnamento finiscono nel vortice della repressione. Le «attenzioni speciali» sulla didattica da parte dei dirigenti scolastici, del governo e di alcune associazioni e partiti filoisraeliani

Valerio, Emma e Maddalena frequentano il liceo scientifico Augusto Righi di Roma, fanno parte di Ludus, il collettivo della loro scuola, e insieme a un buon numero di altri ragazzi e ragazze sono impegnati in attività di sensibilizzazione e protesta contro il genocidio e l’apartheid operati dallo Stato di Israele in Palestina. Scopro da un loro post su Instagram che un ragazzo della loro scuola è stato sospeso per otto giorni, con obbligo di frequenza in una stanzetta, per punire il suo attivismo politico. La stessa scuola, questo gennaio, è stata al centro di un caso mediatico in quanto il Dirigente avrebbe organizzato, a sorpresa, un convegno per la Giornata della memoria con relatrice Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane e aperta sostenitrice dell’Idf.

Il professor Salvo Bullara, invece, al Righi insegna Storia e Filosofia. A una manifestazione per la Palestina vengo a sapere che nel 2023 il Ministero dell’istruzione lo ha sottoposto a un’ispezione (su segnalazione del presidente della Comunità ebraica di Roma) e a un avvio di procedimento disciplinare, poi archiviato, che indagava sulle sue lezioni dedicate alla Palestina. 

Il Righi non è un caso isolato. Dal suo insediamento, l’attuale governo ha dedicato speciali attenzioni alla Scuola, non per affrontare le problematiche derivanti da un suo ormai strutturale definanziamento, bensì per tentare di controllarne e indirizzarne i contenuti didattici (si vedano le nuove Indicazioni nazionali) e di riportare l’«ordine» tra i banchi tramite, ad esempio, la reintroduzione del voto numerico in condotta. 

Nel frattempo, migliaia di studenti medi scendevano nelle piazze di tutto il paese, occupavano le scuole e organizzavano dibattiti per protestare contro il genocidio e l’apartheid perpetrati dal governo israeliano in Palestina. Numerosi anche i docenti, come Salvo Bullara, che durante le loro ore hanno fornito informazioni e strumenti di interpretazione riguardo alla storia dell’occupazione israeliana della Palestina. In molte scuole si è registrata, inoltre, un’importante adesione del personale docente e Ata agli scioperi di settembre e ottobre del 2025.

La reazione del Ministero si è espressa con comunicazioni che hanno ribadito la necessità della presenza di «posizioni diverse» nelle manifestazioni pubbliche all’interno delle scuole per garantire una conoscenza «il più possibile oggettiva dei temi proposti», o ancora con la nota, stavolta dell’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio, che comunicava ai presidi che le riunioni degli organi collegiali «devono essere esclusivamente finalizzate alla trattazione delle tematiche relative al buon funzionamento dell’istituzione scolastica e sottratte a qualunque altra finalità»  mostrando la preoccupazione dell’Usr per la proliferazione di mozioni contro il genocidio approvate in diversi Collegi dei docenti. Queste disposizioni generali sono state accompagnate da ispezioni e provvedimenti mirati ai danni di singoli docenti o studenti, fino ad arrivare alla censura dello storico Ilan Pappé, a cui, proprio al liceo Righi, insieme ad altre voci, non è stato consentito di parlare Un certo risalto mediatico ha avuto anche la richiesta del Ministro Valditara della lista delle scuole che presero parte al webinar con Francesca Albanese organizzato da «Docenti per Gaza», in seguito alla quale almeno una docente è stata sottoposta a un provvedimento disciplinare. 

Il professor Salvo Bullara e gli studenti Emma, Valerio e Maddalena – in due interviste separate accorpate in questo articolo – hanno raccontato a Jacobin quel che sta succedendo al Righi, per farci comprendere con quali modalità e in quale clima all’interno delle scuole si stiano concretizzando gli indirizzi ministeriali e la repressione del movimento in solidarietà con la Palestina. 

Professor Bullara, il primo provvedimento che ha ricevuto risale al 2023. Cos’era successo?

Al liceo Righi la mia libertà d’insegnamento è stata attaccata con accuse infondate di faziosità filopalestinese riportate al dirigente scolastico da un genitore con posizioni sioniste. Il Corriere della sera, fabbricando calunnie inaudite («dagli all’ebreo» al liceo Righi), ha avviato un’onda di maccartismo mediatico, seguito da altre testate. Queste farneticazioni, mortificanti per me che da sempre sono orgogliosamente antifascista, sono state immediatamente smascherate dagli studenti e dalle studentesse con un comunicato pubblico. Intanto il ministro dell’istruzione Valditara prometteva pubblicamente controlli e decideva di inviare tre ispettori a scuola per sottopormi a un interrogatorio della durata di tre ore, che cominciava con la domanda «Professore, perché sta svolgendo lezioni sulla Palestina nelle sue classi?».

L’ispezione è stata seguita dall’avvio di un procedimento disciplinare da parte del ministero, in cui ero accusato di aver riservato troppo spazio alla Palestina nelle mie lezioni. Un procedimento infondato conclusosi con un’archiviazione, perché non sussisteva il fatto. 

Intanto scoprivamo che al Righi anche organizzazioni come Amnesty International non avevano diritto di parola. Infatti, la dirigente scolastica annullava d’imperio una conferenza studentesca sulla Palestina, alla quale erano stati invitati relatori per discutere il rapporto di Amnesty International L’apartheid di Israele contro i palestinesi, pubblicato nel 2022.

In questo clima di censura mi colpì molto l’email di un genitore, presumibilmente di posizioni sioniste, indirizzata a me e, per conoscenza, alla dirigente. Il papà dichiarava che la figlia, per motivi familiari e personali, non poteva studiare un saggio dello storico Ilan Pappé sulla nakba in Palestina, che avevo assegnato alla classe. Cioè, nei fatti ci si poteva «non avvalere» dell’insegnamento della Storia come per l’ora di Religione, come se la Storia fosse una disciplina confinata al regno delle opinioni, una carrellata di punti di vista, non autorizzata alla descrizione e all’inquadramento di fatti e fenomeni sociali quali il colonialismo.

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Con la nuova dirigenza è cambiato qualcosa?

Il nuovo preside, Giovanni Cogliandro, si è insediato nel settembre del 2025 presentandosi come persona aperta al dialogo e rispettosa della libertà d’espressione. Tuttavia i problemi sono iniziati quando a fine ottobre è montata nel paese un’onda di indignazione generale per il genocidio in Palestina. Nel mio liceo il Consiglio d’istituto ha approvato una lista di relatori da invitare a una conferenza su Gaza, tra questi l’importante storico Ilan Pappé. Una volta pubblicata la locandina, il parlamentare della Lega Rossano Sasso ha giudicato faziosa la nostra iniziativa e una certa stampa gli ha fatto da cassa di risonanza. Il dirigente scolastico, adducendo problemi di sicurezza, ha ceduto alle pressioni e annullato la conferenza senza confrontarsi col Collegio dei docenti o col Consiglio d’Istituto, chiudendo così le porte alla riflessione su Gaza e imbavagliando, tra gli altri, uno dei più importanti storici della Palestina. Ho provato vergogna.

Ragazzi, perchè secondo voi il dirigente ha annullato la conferenza e come avete reagito?

Valerio: Quando c’è stato il blocco per la Flotilla, abbiamo chiesto un’assemblea d’Istituto straordinaria, durante la quale è emersa l’idea di realizzare la conferenza il 24 ottobre, una giornata interamente dedicata alla Palestina, con ospiti proposti da noi studenti ma anche dai docenti e dallo stesso preside, approvati in Consiglio d’Istituto. Abbiamo accettato un titolo scelto dalla dirigenza, che avrebbe dovuto essere «Prospettive di pace a Gaza». Dunque era stato deciso tutto insieme, poi arriva la contestazione del parlamentare della Lega e viene annullata. Quindi abbiamo occupato la scuola e organizzato comunque una conferenza, con ospiti diversi. C’era così tanta gente che abbiamo dovuto fare un collegamento con l’aula magna del Tasso per far seguire a tutti l’incontro!

Emma: Secondo me la conferenza è stata annullata per i rapporti del preside con la Comunità ebraica, penso che abbia ricevuto pressioni da loro. La Comunità già voleva denunciarci in passato. Sul registro, comunque, il dirigente ha scritto che era stata annullata perché non c’era il «clima» giusto.

Maddalena: Durante l’occupazione ci sono stati anche due attacchi da parte di gruppi neofascisti (Lotta Studentesca) con interminabili lanci di bottiglie e tentativi, non riusciti, di entrare dentro la scuola. Alcuni docenti hanno espresso solidarietà con noi per l’attacco ricevuto, hanno anche fatto uno striscione. Il Dirigente ha rilasciato interviste in cui denunciava gli attacchi, ma senza esprimere solidarietà nei nostri confronti, anzi sottolineando che la nostra occupazione doveva finire. Dopo l’occupazione abbiamo organizzato un corteo antifascista nel quartiere, al quale hanno partecipato anche alcuni  docenti.

A gennaio, invece, gli attriti sono stati causati da un’altra conferenza, di cui anche si è parlato sulla stampa, stavolta decisa dalla dirigenza in vista del Giorno della memoria. Come era stato organizzato questo incontro e perché è stato contestato?

Salvo Bullara: Il dirigente aveva preparato in autonomia una conferenza sul Giorno della memoria gestita da relatori filo israeliani: Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Associazione Solomon, ecc. Il Collegio dei docenti e il Consiglio d’Istituto erano stati tenuti all’oscuro della realizzazione di questo evento. E, perché a qualcuno non venisse in mente di porre domande scomode o di effettuare collegamenti con il genocidio del presente, la conferenza è stata blindata da diciassette poliziotti in borghese armati, che hanno presidiato l’aula magna e fotografato e filmato i volti dei minorenni presenti. Inoltre, il dirigente ha fatto rimuovere una mostra di fotografie sul genocidio in Palestina e un murale che riproduceva una bandiera palestinese, per togliere gli ospiti dall’imbarazzo e assicurargli il sereno attraversamento del corridoio del secondo piano. Nei giorni seguenti i rappresentanti dei genitori in consiglio d’istituto hanno criticato duramente il dirigente per le modalità di gestione dell’evento, per la presenza di agenti armati, per la mancanza di sicurezza per i propri figli, per le foto e i video che ritraevano minorenni, per la censura dei lavori studenteschi, per l’inadeguatezza dei relatori allo scopo preposto.

Maddalena: Sono state invitate solo classi prive di soggetti politicamente attivi e con qualche genitore con posizioni sioniste. Noi abbiamo contestato questo modo di gestire la conferenza con un comunicato, perché una delle persone invitate, Noemi Di Segni, è molto vicina all’Idf. Abbiamo trovato a scuola gli agenti della Digos e abbiamo scoperto che il murale con la bandiera palestinese era stato cancellato e la mostra fotografica su Gaza rimossa… Erano nostri lavori, il primo realizzato durante un progetto didattico, il secondo durante l’occupazione.

Valerio: Abbiamo provato in qualche decina a partecipare alla conferenza, la polizia ci ha filmato, dentro la scuola, e ci ha allontanato dicendo che non ci avrebbero mai fatto entrare. Il preside non ha voluto parlarci e ci ha lasciato soli a parlare con la Digos. Per le iniziative proposte dagli studenti abbiamo avuto sempre l’obbligo del contraddittorio e dell’approvazione da parte del consiglio d’istituto dei singoli relatori invitati, mentre di questa conferenza molte professoresse della classe sono state informate solo il giorno prima. 

Più recentemente, il collettivo Ludus si è espresso contro la «scuola carcere», espressione che avete usato per descrivere una serie di provvedimenti disciplinari, tra cui una sospensione, rivolti a studenti e studentesse. Quali sono i provvedimenti in questione?

Valerio: Nell’ultimo anno si sono tenuti circa venti di Consigli di Classe straordinari per votare provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti. Almeno la metà sono stati convocati per fatti riconducibili all’attivismo politico degli alunni. Queste convocazioni sono aumentate rispetto allo scorso anno e utilizzate per silenziare o spaventare gli studenti che più animano i momenti di confronto o di protesta nella scuola. Nella mia classe è stato convocato un Consiglio straordinario perché avevamo un megafono, spento e appeso all’attaccapanni, e ci siamo opposti al suo sequestro. In quel caso, però, docenti, genitori e studenti parte del Consiglio si sono rifiutati di punire ingiustamente gli studenti. 

Emma: Abbiamo realizzato un video per denunciare che uno dei ragazzi politicamente più attivi della scuola è stato punito con otto giorni di sospensione e obbligo di frequenza da solo, in una stanza, separato dai compagni di classe. Il nostro compagno, dopo un colloquio con il dirigente in cui cercava di far valere il nostro diritto di riunirci in assemblea d’istituto per discutere dell’allora imminente referendum, è stato cacciato dall’ufficio di presidenza. Lui, rivolgendosi alla vicepreside e a un’altra professoressa presente che assecondavano l’atteggiamento repressivo del dirigente, le ha definite sottomesse al volere del capo. Questo il «reato». Per punizione gli è stata assegnata un’auletta che i collaboratori usano come deposito per oggetti vari e in cui ogni tanto qualche docente faceva una capatina, senza offrire alcun contributo educativo. Lo studente ha dovuto elaborare una relazione di Educazione Civica sul referendum, da portare all’esame, al quale è stato presentato con il sei in condotta, ma lui ha deciso di farla sulla guerra. Nessun docente della classe lo ha sostenuto o gli ha spiegato il senso del provvedimento. Da un punto di vista normativo, inoltre, ci sono vizi di forma, in quanto il provvedimento è stato comunicato ufficialmente sei giorni dopo l’inizio della sospensione. Per legge, invece, andrebbe comunicato 15 giorni prima, in modo tale che lo studente possa fare ricorso all’Organo di Garanzia, diritto che il nostro compagno non ha avuto. Un membro dell’Organo di garanzia, rappresentante dei genitori, ha chiesto delucidazioni in merito, ma ha incontrato un clima ostile.

Maddalena: Non ci si lamenta solo del numero elevato dei Consigli straordinari, ma di una prassi dell’intimidazione. Ad esempio, sono stati convocati i genitori delle due alunne più piccole che parlavano nel nostro video di protesta contro la sospensione arbitraria. Sono stati minacciati di conseguenze legali per il video, girato all’esterno della scuola. Spesso convocano i genitori delle alunne e degli alunni più piccoli, sperando di spaventarli e di allontanarli dagli spazi di partecipazione. Alcune ragazze erano intimorite e abbiamo tolto dai social il video per tutelarle, ma lo gireremo nuovamente. Convocazioni e Consigli straordinari sono avvenuti anche dopo un flash mob contro la violenza di genere organizzato fuori scuola da noi studentesse. 

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Professore, qual è la reazione dei docenti a questo clima teso tra la dirigenza e gli studenti attivi politicamente? 

Ci sono state tensioni anche tra la dirigenza e alcuni docenti che si sono opposti a questo clima repressivo. Io stesso sono stato oggetto di un altro avvio di  procedimento disciplinare per aver segnalato questo clima pesante.

Sul delicato ruolo degli educatori pende da sempre una spada di Damocle, l’accusa di corruzione di gioventù di socratica memoria. Quando i giovani urtano con le autorità, la colpa ricade sull’adulto che li avrebbe «indottrinati». In questa condizione l’educatore a volte si rivela fragile di fronte alle pressioni che lo spingono verso una certa pedagogia del controllo, dell’«ordine», della punizione. Questo sbandamento dai compiti dell’educazione nuoce alla formazione dello spirito critico, incoraggiando una cultura della paura, della soggezione, della viltà. Il docente non deve essere usato come strumento di repressione. Il ministro Valditara ha dichiarato che l’umiliazione fa crescere la persona. I docenti hanno il dovere morale, professionale e politico di prendere le distanze da questa affermazione. Studenti e insegnanti non devono percepire come illegittime le critiche all’autorità che abusa del suo potere. Criminalizzare la critica definendola un insulto abitua a quel che Kant chiamava «stato di minorità». L’educazione non deve riprodurre viltà.

Perché, per voi, è così importante non cedere di fronte agli ostacoli incontrati, e continuare a parlare nelle aule della Palestina e di altre questioni politiche urgenti?

Valerio: Come studenti, non possiamo non solidarizzare con i gazawi, privati dei diritti fondamentali.  La protesta a sostegno del popolo palestinese ha avuto una presenza studentesca altissima. La scuola per gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre 2025 non funzionava, perché anche i lavoratori hanno aderito in massa. Dall’alto, invece, c’è un clima di repressione, basti pensare alla nota dell’Usr o alle bandiere palestinesi tolte in molte scuole. Mentre il nostro governo sosteneva un genocidio inviando armi, a scuola volevano impedire la nostra netta opposizione. Noi abbiamo un’idea di scuola orizzontale, molto contestata dalla presidenza, che vuole una scuola più verticale, che non ci dia la possibilità di esprimere il nostro dissenso.

Maddalena: La scuola è un luogo non totalmente libero. Nessuno è davvero libero di esprimere il proprio pensiero. Nel nostro Istituto lo abbiamo visto anche con le sanzioni ai professori. La scuola dovrebbe educarci al pensiero critico e a informarci sull’attualità, per fortuna molti di noi hanno professori che scelgono di farlo.

Salvo: Penso che l’educazione sia una forma di resistenza. La scuola non deve essere una bolla atta a preservare gli studenti e i docenti dagli influssi esterni, al contrario deve fare i conti nello scambio didattico con quel che avviene al di là delle sue mura. Dobbiamo denunciare le manipolazioni istituzionali della libertà d’insegnamento che vogliono coprire col silenzio o con la menzogna la guerra. In generale, l’apparato scolastico si è rivelato un dispositivo finalizzato a silenziare l’opposizione alla guerra. Non possiamo accettare quest’idea di scuola. Non staremo in silenzio. I nostri sforzi di docenti sono puntualmente vanificati da questa tendenza a far digerire la censura e a renderci indifferenti. Una scuola utilizzata come apparato ideologico di Stato, che addestra all’obbedienza e all’assuefazione nei confronti del genocidio e del colonialismo, deve essere contestata. Studiare con rigore la storia dell’oppressione dei popoli è già scegliere di sostenerli: un percorso teorico-pratico che vede convergere verità storica e libertà degli oppressi. La resistenza del popolo palestinese ci ha insegnato il coraggio, la solidarietà, la profondità teorica. Questi caratteri restituiscono senso all’educazione e allo studio e mettono in discussione il paternalismo tipico delle nostre latitudini e i ceppi ideologici coloniali di un capitalismo putrefatto economicamente, che ha toccato l’apice del degrado politico, morale e culturale e ha trovato nella guerra il suo sbocco suicida.

*Clelia Scarpellini è docente di Lettere nella Scuola secondaria di primo grado.

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