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Il metodo Flotilla cura la «sindrome Genova»

Salvatore Cannavò 2 Febbraio 2026

La criminalizzazione del corteo di Torino va respinta. Ma per sfuggire a quella trappola servono coalizioni ampie e forme articolate dell'organizzazione che attraggano milioni di persone

È almeno dai fatti di Genova del 2001 che ci ritroviamo a dover commentare il copione visto in scena a Torino il 31 gennaio. Dispiegamenti poderosi di polizia, gestione autoritaria e repressiva delle manifestazioni, gruppi politici che perseguono l’obiettivo dello scontro violento, simbolico perché spesso staccato dalla massa del corteo, e un dibattito intossicato con lo scopo di creare un clima ancora più terreo. Siamo abituati, ma non riusciamo a farci l’abitudine.

Stavolta però assistiamo a una torsione che se non fosse drammatica e feroce, sfocerebbe nel ridicolo. Accomunare scontri di piazza – pur con episodi certamente gravi come l’accerchiamento e l’assalto a un singolo poliziotto – alla stagione del terrorismo e al ritorno «delle Brigate rosse» è più di un’operazione di propaganda, è un insulto all’intelligenza. Non a caso, infatti, nelle cronache informate di giornalisti che seguono da anni gli apparati di polizia e anche dei servizi, a questa ipotesi «non crede nessuno». Sempre quelle cronache, tra l’altro, descrivono una situazione che, di nuovo, appare analoga a quella di Genova: gruppi che un tempo venivano definiti  «black bloc» in grado di prendersi la scena e di gestire un fronteggiamento con la polizia. Solo che allora lo «Stato» uccise un ragazzo, Carlo Giuliani, ed è una ferita che non è stata mai rimarginata. Diventa allora straniante leggere sulla stampa italiana l’una accanto all’altra la ricostruzione più o meno informata dei fatti e l’anatema securitario che serve solo a innalzare le misure repressive. Tanto che si parla di fermo preventivo allungabile a 48 ore, si invoca il «tentato omicidio» per un episodio che la stessa magistratura pensa di rubricare come «devastazione» (in continuità con un uso ormai consolidato del reato di «devastazione e saccheggio» per atti che un tempo rientravano, più propriamente, nella categoria del «danneggiamento») e soprattutto si punta a criminalizzare chiunque osi contestare le attuali politiche governative anche accettando la scommessa di manifestazioni determinate. L’invito della procuratrice generale di Torino alla «upper class» torinese a non mescolarsi alle folle un po’ esagitate costituisce un tassello nuovo che stavolta proviene dall’interno della magistratura e non dalla politica. E che fa finta di non vedere cosa è accaduto a Torino negli ultimi anni come ha notato un’osservatrice certo non estremista come Selvaggia Lucarelli. 

Le cronache più lucide, poi, come quelle di Rita Rapisardi del manifesto, che ha fatto  sui social una ricostruzione a caldo dei fatti più controversi, compresa l’aggressione al poliziotto, oppure le foto di Fabio Bucciarelli, mostrano un contesto molto più complesso in cui certamente non scompare la scelta politica fatta dal gruppo che ha alimentato lo scontro più violento, ma che racconta anche, come sempre, la gestione arbitraria della piazza, la violenza e l’accanimento gratuito della polizia contro manifestanti inermi e via con tutto il copione che, appunto, conosciamo da decenni.

Cosa c’è di nuovo allora, cosa dire di più che non sia solo la difesa inevitabile delle ragioni di chi è sceso in piazza, la constatazione che 50 mila persone hanno voluto essere a Torino, che c’è una conflittualità sociale che non può essere espunta a colpi di anatema e che le dinamiche complesse interne ai movimenti sono tali da sempre e che spetta alla realtà interna dei movimenti saperle gestire e padroneggiare?

C’è che questa volta l’ansia repressiva e autoritaria descrive un movimento che non è solo nazionale ma globale. Il governo italiano sembra spasimare nel tentativo di adottare lo stile di Donald Trump e la gestione della piazza che il presidente Usa immagina per le città statunitensi, come dimostra il caso di Minneapolis. Non a caso negli Usa sono arrivati a definire «terrorismo interno» anche i tentativi di fare video delle azioni dell’Ice, ossia qualsiasi fenomeno di dissenso. C’è che la destra italiana vuole allinearsi a passo di carica alla peggior destra internazionale e vuole farlo approfittando di ogni occasione, o passo falso dei suoi oppositori, che le si pari davanti. Per questo andrà spedita nel ripresentare, per la terza volta in tre anni, il «pacchetto Sicurezza» con una logica autoritaria che, adottata finora, non ha modificato in nulla le condizioni di tutela di cittadini deboli, mentre ha potenziato l’apparato repressivo del dissenso. E siccome la destra italiana sa ritagliarsi un ruolo specifico, e strumentale, non indifferente, la situazione che si è verificata a Torino viene utilizzata anche per l’ennesimo colpo di maglio alla magistratura, scaricando sulla sua supposta inadempienza l’incapacità dello «Stato» di punire i colpevoli. E così facendo, provando a incassare un vantaggio in vista del Referendum sulla Giustizia del 22-23 marzo prossimi, che è poi la cosa che più interessa al governo.

A fronte di questi obiettivi, inutile dire che servirebbe un’opposizione meno balbuziente. La coalizione che si preparara a contrastare le destre, pur in una sua posizione di condanna delle violenze, dovrebbe però cogliere più lucidamente l’operazione in atto, non farsi irretire dai propri riflessi autoritari o da esternazioni isteriche come si è visto in questi due giorni. Non si può accettare che la discussione ruoti attorno a termini quali «i nuovi terroristi» o paragoni con le Brigate rosse. Soprattutto, accettare ancora nuovi dispositivi penali quando ne esistono già in abbondanza e non sembra che lo Stato abbia timori ad arrestare e processare i vari conflitti presenti nel paese.

Resta però una riflessione che riguarda invece i movimenti e la propria autonoma organizzazione. Abbiamo assistito pochi mesi fa a una manifestazione internazionale che ha modificato l’approccio alla politica e alla solidarietà internazionale e mutualistica, quella della Global Sumud Flotilla per Gaza. Quell’esperienza ha mostrato un metodo di lotta che è stato in grado di suscitare le emozioni e il coinvolgimento attivo di milioni di persone, in gran parte scese nelle piazze. Un metodo fatto di solidarietà, di unione tra popoli distanziati dal mare e dai confini decisi arbitrariamente, dal mutualismo, dalla messa in gioco dei corpi con metodi di azione nonviolenta ma non per questo meno incisivi e non meno contrastati, violentemente, dagli Stati, a partire da quello italiano. Un metodo che ha consegnato la potenzialità di coalizioni ampie, di forme articolate dell’organizzazione, ad esempio gli «equipaggi di terra», di scontro realizzato con la maturazione e l’organizzazione collettiva, delegato in mare a una squadra ristretta, ma non per la capacità di gestire la violenza di piazza, quanto per la determinazione di mettersi in gioco. E comunque «collegata» al resto del movimento, non una propaggine separata. Quel metodo è stato produttivo di un «nuovo movimento» come abbiamo scritto su Jacobin. Un movimento la cui forza è stata probabilmente anche quella di levarsi dalle spalle modalità e pratiche degli ultimi decenni per inventarne di nuove. Quel metodo lo stiamo ritrovando a Minneapolis dove si sta forgiando, scrive The Atlantic, «una nuova resistenza» che è basata su dinamiche di comunità, orizzontali, solidali e organizzative in grado di fronteggiare, con la forza delle videocamere dei cellulari, della difesa legale e della solidità cooperativa, le mostruosità dell’Ice.  

In una fase di spinta repressiva globale è più urgente che mai ripartire da forme come queste, nel disorientamento o nella frustrazione che genera la consapevolezza che una giornata di lotta come quella di Torino possa essere condensata solo nel frame scelto per consolidare la narrazione della controparte. Un frame che elimina lo sguardo sul contesto più generale, sulla situazione dei conflitti in corso, sulle modalità con cui il governo punta a gestirli – lo sgombero dell’Askatasuna è avvenuto in modo arbitrario e violentemente pianificato e non a caso abbiamo scritto che riguardava tutti noi – sulla rabbia inascoltata delle nuove generazioni che invece si continua a mortificare come avviene ad esempio nelle occupazioni studentesche. Quel contesto aiuterebbe a leggere i fatti con altra lucidità e consapevolezza, senza per forza giustificare tutto, ma senza farsi risucchiare dalla narrazione dominante. 

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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