Facciamo un esperimento. Prendiamo il saggio di Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria: la crisi dell’idea di nazione, tra Resistenza, antifascismo e Repubblica. Il libro esce nel 1996 da Laterza, e amplia il testo di una relazione presentata nel 1992 al convegno «Nazione e nazionalità in Italia»: lo si legge nei relativi atti, anch’essi pubblicati da Laterza, a cura dello storico, già presidente del consiglio e al tempo del convegno presidente del Senato, Giovanni Spadolini. Fatto di per sé abbastanza eloquente, il convegno sull’idea di nazione si tiene a Trieste; come dire: l’antonomasia delle rivendicazioni nazionalistiche italiane.
L’esperimento è valido ovviamente solo per il suo campione. Ma mi sembra che si tratti di un campione significativo, per tre ragioni principali. Anzitutto perché Galli della Loggia è un personaggio noto, uno storico che ha sostenuto le sue tesi non soltanto in contributi destinati agli storici di mestiere, ma anche rivolgendosi al pubblico generalista, soprattutto attraverso gli articoli che da trent’anni scrive per il Corriere della sera. In secondo luogo perché, fin dal titolo tratto dall’incipit del De profundis di Salvatore Satta («La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita di un individuo»), il libro promette di ragionare sul posto occupato dall’idea di nazione nel passaggio dal fascismo alla Repubblica, a cominciare proprio dall’8 settembre 1943. Non per caso, credo, la relazione tenuta a Trieste e poi il libro vedono la luce appena prima e appena dopo due altri anniversari a cifra tonda, come saranno quelli del triennio che ci attende: il cinquantesimo dall’8 settembre, nel 1993, e dalla Liberazione, nel 1995. In terzo luogo perché il libro è a suo modo rappresentativo, nel senso che raccoglie tutti gli argomenti classici portati su questo tema dalla storiografia nazionalista e non antifascista. Non credo infatti di sminuire lo storico Galli della Loggia se dico che il suo cuore batte per l’idea di nazione più che per la storia della Resistenza, e che la sua prosa spesso tradisce «i palpiti del cuore» più che esprimere «gli alambicchi della ragione». Ma avrebbe poco senso biasimarlo per questo: ognuno difende i valori in cui crede. Parlando di prosa, ha più senso biasimare certi accessi di sprezzante classismo (s’intende, dall’alto in basso) che spuntano dalle sue pagine. Ad esempio questo: «è piuttosto l’immagine di un popolo per tanta parte immerso in una cultura tradizionale, se non atavica, e dunque, certamente, ancora in possesso di quei tratti di generosità, di ospitalità, dei vincoli comunitari, che tale cultura comporta; ma al tempo stesso, proprio per tale suo tradizionalismo, estraneo ai valori della socialità moderna, refrattario ai suoi obblighi e alle sue solidarietà, avido quale solo i poveri possono esserlo, non particolarmente segnato dallo spirito evangelico».
La storiografia afascista
La tesi del libro è il suo sottotitolo: l’8 settembre segna in Italia la crisi definitiva dell’idea di nazione, e l’epopea resistenziale che le si sostituisce è inidonea al compito di rifondare lo stato su base unitaria, perché la Resistenza non è stata una guerra patriottica ma una guerra civile. Dunque, il regime repubblicano che soppianta quello fascista si reggerebbe su nulla più di una finzione, cioè il racconto che l’antifascismo vittorioso fa di sé stesso. Racconto doppiamente finzionale, secondo Galli della Loggia. Perché a vincere la guerra non sono stati gli antifascisti ma gli stranieri Alleati che hanno debellato militarmente l’Italia; e perché l’antifascismo non è stato un fenomeno di popolo, né tantomeno un fenomeno unitario. È il tema delle «due nazioni» che Galli della Loggia svilupperà anche in altri suoi contributi.
Però il suo libro arriva a queste conclusioni a prezzo di almeno due capovolte interpretative. La prima: Galli della Loggia accusa «la storiografia convenzionale», cioè la storiografia antifascista, di aver occultato la dimensione della guerra civile nella Resistenza, e di essere perciò stata ancella del nuovo potere statuale nell’avallarne la finzione di unità nazionale su cui si fonda. Però, non potendo ignorare il libro di Claudio Pavone che la guerra civile l’ha nel titolo (Una guerra civile, 1991), deve poi correggere il tiro e dire che no, la Resistenza non è stata una vera guerra civile, perché non c’erano solo due parti in lotta, l’antifascismo essendo un campo conflittuale al suo interno, solo temporaneamente unito in un fronte. Ma l’obiezione lascia il tempo che trova. In primo luogo perché confonde la potenza con l’atto: scrive che il campo antifascista «racchiudeva in realtà due progetti politici incompatibili, tra i quali avrebbe potuto accendersi in ogni momento una lotta senza quartiere». Indubbiamente, e i progetti politici erano ben più di due: ma sta di fatto che non è successo. E quel che è accaduto dopo riguarda, appunto, il dopo: soprattutto, quel che è accaduto dopo – lo scontro più o meno visibile tra l’influenza comunista e quella atlantica – non è certo un’anomalia italiana. In secondo luogo, non è vero che una guerra civile, come ogni altra guerra, non possa essere combattuta da più di due parti. Si dovrebbe dire allora, usando questo criterio, che la stessa Seconda guerra mondiale non è stata una vera guerra mondiale, perché di lì a breve tra gli avversari dell’Asse sarebbe scoppiata una lotta senza quartiere? Se Galli della Loggia non arriva a questo paradosso è perché l’unità di misura della sua lettura è lo Stato-nazione: ciò che ritiene normale nella politica internazionale, vale a dire che i soggetti politici siano portatori di interessi contrapposti e perciò confliggano, non è ammissibile in politica interna, dove tutte le divergenze si dovrebbero annullare nel comune interesse nazionale.

