Non paghe dei ricavi esorbitanti e del peso politico smisurato, domenica dodici delle più grandi squadre di calcio europee hanno comunicato via Twitter l’intenzione di voler formare una Superlega europea (Esl) scissionista. Il piano sembra già fallito, un’opposizione quasi unanime li ha costretti a fare marcia indietro. Tuttavia, al di là del rappresentare un semplice apologo sulla megalomania dei miliardari incompetenti, questa esperienza dovrebbe avere l’effetto di una chiamata alle armi.
Il rifiuto da parte di tifosi, giocatori, allenatori, squadre rivali, campionati nazionali e organi di governo internazionali come Fifa e Uefa – insieme alla mancanza di un progetto solido da parte dei membri della Superlega – hanno scongiurato quest’ulteriore tentativo di sottomettere il calcio al dominio del mercato. Anche per gli standard del calcio europeo, la mossa della Superlega rappresenta un’ambizione di guadagno più sfacciata del solito. Eppure, è chiaro che il ritorno allo status quo non è un’opzione praticabile.
Il mondo del calcio passa in rassegna potenziali soluzioni e la Germania, spesso vista come un’anomalia per il suo modello più democratico di azionariato popolare, è stata guardata con invidia. Tuttavia, a coloro che si struggono per il calcio che appartiene ai tifosi della Germania spesso sfugge che assetti di proprietà più corretti non producono automaticamente un paradiso sportivo progressista.
La proprietà dei tifosi è un elemento chiave in questa formula; ma la sua efficacia dipende da una mobilitazione costante, e la resistenza tedesca alla Superlega e alla commercializzazione in generale è radicata in decenni di attivismo dei tifosi. Ciò ha contribuito a creare una cultura calcistica radicata nella partecipazione democratica, spesso in diretto antagonismo con i club e i campionati più grandi della Germania. Se vogliamo salvarci dalla commercializzazione dello sport che amiamo, non ci riusciremo solo attraverso modelli di gestione alternativi: devono esserci anche il conflitto e la partecipazione dei tifosi.
50% più uno
Al modello tedesco molti tifosi guardano già da prima di questa storia. Sebbene non sia immune dalla commercializzazione oggi dilagante, la versione tedesca di questo sport è un parente vagamente riconoscibile di quello che una volta era considerato il gioco del popolo. Prima della pandemia, gli stadi della Bundesliga erano i più frequentati del mondo, il prezzo dei biglietti restava accessibile e le partite si tenevano a orari compatibili con le esigenze dei tifosi.
Gli stadi pieni e rumorosi della Germania di solito si attribuiscono al regime proprietario delle squadre, che viene definito con la norma del 50 + 1. La regola stabilisce che almeno il 50 per cento più una quota dei club deve essere di proprietà dei loro sottoscrittori, i tifosi. Ciò significa che i club sono strutturalmente legati ai propri tifosi, a differenza della maggior parte delle squadre dei più importanti campionati europei. Le scelte a livello di club e campionato che i tifosi disapprovano sono strutturalmente difficili da intraprendere.
Ma anche se questo è un fattore importante, dare tutto il merito alle carte della struttura proprietaria tedesca senza vederne i difetti non consente di cogliere il discorso più ampio: il calcio tedesco è più vicino al calcio di base perché i sostenitori concepiscono il loro rapporto con la squadra in una chiave democratica e partecipativa che richiede responsabilità, non per il fatto che la burocrazia calcistica tedesca imponga clausole rigide alla proprietà di un club.
Sfortunatamente, ci sono troppe prove che la proprietà dei tifosi non trasforma automaticamente una squadra di calcio in un baluardo dell’anticapitalismo. Real Madrid e Barcellona, forze trainanti della Superlega oltre che due dei club più commercializzati al mondo, sono entrambi di proprietà dei tifosi, con i sostenitori che eleggono i presidenti dei club ogni quattro anni. E non è necessario essere un esperto di calcio tedesco per sapere che, nonostante tutti i suoi aspetti positivi, la regola del 50 + 1 prevede diverse scappatoie.
Prendiamo la squadra più odiata della Germania, l’Rb Leipzig, di proprietà della Red Bull. Non è consentito che una squadra prenda il nome dalla sua proprietà? Nessun problema, Rb tecnicamente sta per RasenBallsport, che si traduce in «giochi con la palla sull’erba»: in tedesco suona goffo esattamente come in italiano. Il 50 + 1 impone la proprietà dei membri? Nessun problema! Rb ha ventuno soci con diritto di voto, tutti dipendenti della Red Bull. Il club più piccolo della Bundesliga ha più di diecimila sottoscrittori.
Dietmar Hopp, miliardario fondatore della società di software Sap e altra figura disprezzata nel calcio tedesco, possiede il 96% dell’Hoffenheim. La sua scalata alla maggioranza del club è stata consentita come eccezione alla regola del 50 + 1 dal momento che aveva investito nella squadra per vent’anni. Il tentativo fallito di Martin Kind di rilevare l’Hannover 96 con argomenti analoghi è la dimostrazione dell’interpretazione spesso arbitraria delle esenzioni alla norma.
Se la maggior parte dei club tedeschi aderisce alla lettera al 50 + 1, il 49,9% dei club tende a essere scorporato in entità aziendali che non sembrano diverse dalle moderne attività calcistiche in qualsiasi altra parte del mondo. Il Bayern Monaco, attuale detentore della Champions League, può anche essere di proprietà dei tifosi, ma deve comunque essere competitivo nel quadro del calcio globale. Come altre grandi squadre, il Bayern spenderà 80 milioni di euro su un giocatore e raccoglierà finanziamenti da pessimi regimi interessati a ripulirsi l’immagine con il calcio.
Il membro del Comitato esecutivo Uefa e Ceo del Bayern Karl-Heinz Rummenigge può permettersi di dire no alla Superlega ed esortare «tutti i club in Europa a essere solidali», ma sostiene ancora le riforme della Champions League che sono essenzialmente una versione annacquata del tentativo di garantire la qualificazione ai grandi club. Sono le stesse riforme della Champions League a cui tanti tifosi tedeschi, compresi i tifosi del Bayern, si oppongono. Il Dortmund, nel frattempo, è l’unica squadra quotata in borsa in Germania. Non è esattamente il calcio del popolo.
Tifosi sul piede di guerra
La struttura del calcio tedesco non basta da sola a contrastare la commercializzazione, ma rende visibile ciò che mantiene lo sport relativamente radicato: una porzione di tifosi consapevole e antagonista che si considera coinvolta in quanto parte in causa, non semplice consumatore.
Certo, gli stadi tedeschi potrebbero essere noti per le esibizioni di tifo impressionanti e il supporto a tutto tondo per i loro club, ma i tifosi non rinunciano in nome dei colori sociali al loro potere. I sostenitori più assidui e gli ultras in Germania sono essenzialmente in costante conflitto con le strutture e gli attori che considerano una minaccia alla loro partecipazione. Ed è questo, non un corpo di regole o regolamenti, che può insegnarci qualcosa sul modo di contrastare proposte come quella della Superlega e l’ulteriore riduzione del calcio a mucca da mungere per pochi.
La regola del 50 + 1 è efficace nella misura in cui è tenace il conflitto da parte dei gruppi ultras in tutta la Germania. Questi tifosi hanno dichiarato guerra alla Fa tedesca e alle leghe nazionali contro la commercializzazione dilagante, hanno contribuito a spingere la Lega a rifiutare l’acquisizione dell’Hannover da parte di Kind e, questa è la vittoria più recente, hanno ottenuto la cancellazione delle partite del lunedì sera (che servivano ad aggiungere una trasmissione in prima serata per accaparrarsi le entrate televisive contro i terribili ultras che vanno in trasferta).
L’accoglienza dei tifosi di Rb Leipzig e Hoffenheim a causa della loro ostentazione proprietaria è stata così ostile che, in uno dei momenti più imbarazzanti della recente storia della Bundesliga, una partita è stata interrotta invocando il protocollo antirazzista della Lega al fine di proteggere il vecchio miliardario bianco Hopp da cori volgari. Purtroppo, questo è uno dei pochi casi in cui la Lega si è mobilitata per contrastare il razzismo, visto che quel protocollo viene spesso ignorato.
I tifosi tedeschi non sono un blocco omogeneo e non hanno tutti la stessa visione politica, sarebbe stupido scambiarli per attivisti anticapitalisti. Ma li unisce la consapevolezza che il loro ruolo nel calcio è partecipativo e ciò dà loro potere.
Quando il Ceo del Bayern Karl-Heinz Rummenigge si schiera contro la commercializzazione e la Superlega, non lo fa solo perché è preoccupato per la riunione annuale dei soci del suo club. Lo fa perché, come la maggior parte dei dirigenti di club in Germania, teme i tifosi e il loro potere, che sia espresso formalmente attraverso la proprietà o informalmente allo stadio.
Di questo si tratta. L’Inghilterra può adottare la regola del 50 + 1 se vuole, il che sarebbe sicuramente un passo avanti rispetto al club per miliardari che è la Premier League. Ma ciò che salverà veramente il calcio europeo è la consapevolezza che essere tifosi significa rivendicare la gestione del club. Altrimenti, i club di proprietà dei tifosi assomiglieranno al Real Madrid.
Le nostre possibilità
L’esilarante dissolvimento della Superlega poche ore dopo che era stata cinicamente fatta nascere deve essere accolto come una vittoria. Ma deve essere il trampolino di un movimento per strappare il controllo del calcio dalle mani degli avidi per restituirlo ai tifosi.
Senza un vero cambiamento, coloro che esultano per il crollo della Superlega stanno brindando al ritorno a un triste status quo in cui i tifosi vengono esclusi dalle partite, i club ricchi accumulano risorse a scapito sia di quelli più piccoli che dell’integrità competitiva, e il calcio è in gran parte un meccanismo di marketing fatto di strumenti in mano ai miliardari e agli stati petroliferi per riciclare denaro.
Visto che la maggior parte dei tifosi hanno poche possibilità di azione, a causa della commercializzazione e dell’alienazione cui sono sottoposti, molti di noi sono stati costretti a sperare nell’aiuto dalle terribili istituzioni che hanno contribuito a creare questa situazione. La Fifa, che non batte ciglio di fronte alla morte di migliaia di lavoratori nei cantieri dei Mondiali del 2022, non difenderà improvvisamente i valori democratici nello sport. La Uefa ha sfruttato questo momento di caos per affondare le controverse riforme anti-competitive della Champions League. I campionati nazionali sono dominati dalle stesse grandi squadre che hanno minacciato di abbandonare la nave. La Premier League è stata letteralmente fondata nel 1992 come campionato separatista in nome delle entrate e della commercializzazione televisiva. Nonostante tutte le parole di solidarietà e santità dello sport negli ultimi due giorni, la resistenza dei potenti mediatori del calcio globale è stata causata dal fatto che i loro guadagni erano messi in dubbio, nient’altro.
Non possiamo dipendere dalle istituzioni marce del calcio per salvarci. Questa è un’opportunità per dimostrare che non solo la sfacciata avidità di una proposta come la Superlega è inaccettabile, ma le condizioni che l’hanno creata devono essere distrutte. In questo le lezioni del calcio tedesco si dimostrano utili.
Gli appelli ad adottare lo stile di proprietà 50 + 1 dei tifosi nei grandi campionati europei sono aumentati solo dopo il crollo della Superlega. I grandi club hanno provato il bluff, ma ora è chiaro che le minacce di andarsene se non viene dato loro tutto ciò che chiedono poggiano sul nulla. La proprietà dei tifosi è sicuramente un inizio (anche i club tedeschi più rapaci come Dortmund e Bayern si sono affrettati a dissociarsi dalla Superlega). Ma non può da sola frenare la commercializzazione.
Invece, la proprietà dei tifosi dovrebbe essere vista come un contesto in cui il calcio democratico dal basso può prosperare, fintanto che i tifosi sono disposti a esercitare il loro potere, sia formalmente che sugli spalti. I sostenitori attivi in Germania hanno portato avanti una protesta inflessibile per proteggere il modello della proprietà dei tifosi, conferendogli una carica che spesso manca in altri paesi.
Ma proprio come accade per il socialismo, la proprietà diffusa e l’empowerment in un solo paese non ci salveranno. Un internazionalismo basato sui tifosi che sottolinea la proprietà e l’impegno democratico è l’unica soluzione alternativa a progetti come la Superlega e alla commercializzazione dilagante che sta già trasformando il calcio.
*Dave Braneck, giornalista, vive a Berlino e si occupa di politica e sport. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

