Jacobin Italia

Il monito di Primo Levi nell’attimo del pericolo

30 Aprile 2026

L'opera di Levi proietta l'esperienza di Auschwitz sul presente per prevenire altri processi di disumanizzazione. Per questo il genocidio in Palestina è un fallimento nell’interpretazione della memoria della Shoah

Le sue riflessioni sui processi di disumanizzazione, sulla zona grigia e sul contagio del male hanno reso Primo Levi un classico. Dato che il genocidio e la pulizia etnica che Israele sta attuando in Palestina sono uno dei processi recenti in cui l’umano è stato distrutto in modo più radicale, credo che valga la pena chiedersi che cosa abbiamo imparato – se abbiamo imparato qualcosa – dalla sua testimonianza e dal suo monito morale, quale valore abbiano le parole «considerate se questo è un uomo», «considerate se questa è una donna» tra le macerie di Gaza.  

In un recente articolo intitolato Holocaust Memory in a Time of Genocide lo storico israeliano Amos Goldberg si interroga su «quale sia il significato della memoria dell’Olocausto in una realtà in cui Israele e la maggior parte dell’Occidente – specialmente gli Stati uniti e la Germania – paesi che hanno fatto della memoria dell’Olocausto una componente centrale delle loro identità e del loro imperativo morale per il mondo, stanno commettendo un genocidio». Goldberg argomenta che fin dall’inizio, e in modo sempre più crescente con la sua esplosione negli anni Novanta, la memoria della Shoah è stata attraversata da forti tensioni a causa di due sentimenti che spingono in direzioni opposte. Da un lato una prospettiva democratica e universalista, che si traduce in un’interpretazione ecumenica dello slogan «Mai più». Questa tradizione teoricamente cosmopolita è alla base della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ha animato attività commemorative ricorrenti, come gli incontri con i sopravvissuti della Shoah nelle scuole e varie iniziative promosse da istituzioni e società civile. Dall’altro lato troviamo una prospettiva particolarista e identitaria, che presenta Israele come il paese dei sopravvissuti alla Shoah e come una risposta definitiva alle persecuzioni subite nella Diaspora. Le due prospettive sono percorse da ulteriori attriti al loro interno. Ciononostante, per quanto schematica, l’analisi di Goldberg ci permette di individuare le faglie interne alla memoria collettiva dell’Occidente atlantico. 

La tensione fra la linea universalista e quella particolarista si accentuò sempre di più con la crescita del discorso postcoloniale a partire dagli anni Sessanta. La narrativa particolarista è diventata sempre più escludente e si è trasformata in ideologia vittimaria. Israele evoca l’Olocausto come una minaccia eternamente incombente al fine di non dover rispondere delle proprie azioni e di non affrontare problemi politici strutturali. Mentre tale posizione si irrigidiva, la critica postcoloniale ha sottolineato la natura orientalista e coloniale del sionismo e dello Stato d’Israele e che gli arabi palestinesi, i quali rappresentavano circa il 95% della Palestina alla fine del diciannovesimo secolo, hanno dovuto pagare il prezzo della lunga storia dell’antisemitismo europeo e cristiano. Lo stesso ordine liberal-democratico, che ha istituzionalizzato la memoria dell’Olocausto in rituali commemorativi e dichiarazioni sempre più performativi, è percorso da interessi e pregiudizi che ostacolano un’applicazione davvero universale dei diritti umani. 

Come possiamo situare la testimonianza di Primo Levi in questo intrico di esperienze di oppressione, guerre di memoria, aspirazioni universaliste e naufragi morali? Possiamo certamente inquadrare l’opera di Levi nel campo dell’universalismo democratico. Tuttavia la testimonianza di Levi ha delle caratteristiche che la situano in una posizione peculiare all’interno della prospettiva universalista. 

Levi pone in primo piano l’essere umano, non l’identità ebraica. Nelle sue interviste e opere di testimonianza, tende a universalizzare l’esperienza che aveva vissuto ad Auschwitz, interpretandola come un laboratorio per porre questioni che trascendono le circostanze specifiche del suo vissuto e si aprono a temi classici, quali il rapporto tra male e potere, la costruzione di un capro espiatorio e le dinamiche dell’oppressione. Nella prefazione di Se questo è un uomo Levi presenta la sua testimonianza come «uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano» e proietta la logica del Lager in una dimensione più ampia che collega Auschwitz al mondo esterno:

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. (Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

Varrebbe la pena chiedersi quanti di quelli che hanno trasformato l’Olocausto nella religione civile di un Occidente orfano di utopie emancipatrici, hanno pensato davvero alle implicazioni contemporanee di questo passaggio, per esempio a come esso ci invita a mettere in discussione il rapporto della nostra società con i migranti. Questa non è una semplice provocazione perché, continuando a seguire il ragionamento di Levi, possiamo vedere come egli traduca l’esperienza di Auschwitz in un monito morale, esortandoci a considerare se intorno a noi possiamo scorgere i sintomi di quella logica socioculturale che conduce alla disumanizzazione totale: 

[Il Lager] è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo. (Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

Ciò che conta nella testimonianza di Levi è il valore morale dell’esperienza, il quale deve essere messo in dialogo con il presente. Levi ci invita continuamente a «considerare» se quello che «è stato» sta tornando, e in che forma. Per affrontare tale dilemma egli si affida alla tradizione dell’Illuminismo, alla visione analitica donatagli dalla scienza e – almeno nel primo libro – a un classicismo caparbiamente orientato all’impresa di «comprendere». Nelle sue riflessioni egli adotta un approccio centrifugo in relazione ad Auschwitz, interpretandolo come una fonte di senso che si propaga oltre i suoi confini storici e geografici. Ciò che emerge da questa osmosi è un pensiero comparativo che crea collegamenti fra esperienze diverse ma in qualche modo affini. Quest’attitudine alla comparazione storica si sviluppa congiuntamente all’affermazione dell’unicità del sistema concentrazionario nazista. Levi insiste su questo punto in diversi brani e interviste, in cui parla dei Konzentrationslager come l’evento della storia umana, come un unicum «sia come mole sia come qualità». Tuttavia, se contestualizziamo e storicizziamo la traiettoria di Levi come testimone, possiamo notare che egli non parlava dell’unicità dei Lager nazisti per acquisire una specie di privilegio vittimario o per interpretare la Shoah in senso astorico e mistico. 

Levi fu catturato da una milizia fascista nelle Alpi valdostane come partigiano, ma fu deportato ad Auschwitz come ebreo. Anche se la sua breve avventura nella Resistenza fu un fallimento, Levi si mantenne sempre fedele alla pratica dell’antifascismo e cercò di affiancare la sua esperienza come deportato ebreo all’etica antifascista. La sua attività di testimonianza si sviluppò quasi interamente prima della svolta culturale avvenuta verso la metà degli anni Ottanta che portò l’Olocausto al centro della coscienza storica dell’Occidente atlantico, sacralizzandolo in una «religione civile» fondata sul dogma dell’unicità. Dobbiamo però ricordare che fino alla metà degli anni Settanta il modello del deportato era quello eroico del politico (quasi sempre una figura maschile) imprigionato in campi come Mauthausen e Buchenwald, oppositore del fascismo, combattente della Resistenza contro l’occupazione nazista. Lo sterminio ebraico scivolava dunque in secondo piano, parzialmente oscurato dal paradigma resistenziale. L’insistenza di Levi sull’unicità del crimine perpetrato dai nazisti va pertanto interpretata come un tentativo di far comprendere la specificità storica e la modernità tecnico-operativa della Soluzione finale, senza trasformare questo sforzo in una politica identitaria agonistica ed escludente. 

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L’umanesimo universalista di Levi si caratterizza per la focalizzazione sull’umano, la volontà di indagare il «buco nero di Auschwitz» con gli strumenti della ragione, un antifascismo privo di retorica, una decostruzione ante litteram del paradigma vittimario, una sentita consapevolezza del «dovere della memoria», la singolare combinazione di «memoria multidirezionale» e insistenza sull’unicità del KL e l’onestà intellettuale con cui rivela le limitazioni della sua testimonianza. Manca però un tassello fondamentale per finire di abbozzare l’approccio di Levi alla memoria di Auschwitz. Esso consiste nel fatto che la prospettiva universalista e il monito morale su cui si fonda la sua testimonianza si traducono in una chiamata all’azione, in una spinta a proiettare la memoria della Shoah sul presente per prevenire altri processi di disumanizzazione. Nella conclusione dei Sommersi e salvati leggiamo: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto». Qual è il soggetto sottinteso di queste frasi? Come possiamo capire quando «ciò» sta accadendo di nuovo? Cosa significa «di nuovo»? Come possiamo riconoscere nuove forme di fascismo e di disumanizzazione senza banalizzare il passato o appiattirlo sul presente? Come possiamo confrontare diversi processi di sterminio in modo che si illuminino a vicenda e ci aiutino a capire i punti che li accomunano? Come possiamo fare in modo che il «Mai più» che sta alla base dell’umanesimo universalista diventi veramente universale e valga per tutti e ovunque? Nel terzo capitolo de I sommersi e i salvati, dapprima Levi sottolinea l’interdipendenza di tutti gli esseri umani e l’indifferenza che ha reso possibile il genocidio perpetrato dai nazisti. Poi, parlando a nome dei sopravvissuti, passa a descrivere un sentimento complesso che ha come oggetto l’insieme dei rapporti sociali tra esseri umani:

Non ci era possibile, né abbiamo voluto essere isole; i giusti fra noi, non più né meno numerosi, che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare. (Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986)

È interessante notare come per Levi il mondo tenda naturaliter alla creazione di dolore. Solo un lavoro costante di solidarietà attiva può contrastare tale tendenza. Urge dunque chiedersi cosa voglia dire vedere, ascoltare e fare in un tempo in cui un genocidio e una pulizia etnica stanno accadendo giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi.

Prendendo spunto da un libro di Santiago Zabala ‒ Signs from the Future: A Philosophy of Warnings ‒ propongo di leggere l’opera testimoniale di Levi come un monito morale e politico che ci chiama in causa e che deve essere continuamente interpretato e attualizzato. Zabala parte da una constatazione: il mondo contemporaneo dimostra una preoccupante incapacità di ascoltare gli avvertimenti che provengono da scienza, arti, storia, memoria e molteplici fenomeni attuali. Che si tratti del cambiamento climatico, dello svuotamento della democrazia o di un genocidio, non siamo capaci di prestare attenzione ai moniti che riceviamo, per quanto essi siano chiari e ripetuti. Trattandosi di segni che devono essere interpretati, gli avvertimenti sono eminentemente ermeneutici: essi indicano una possibilità futura che dovrebbe allarmarci e che siamo chiamati a valutare e affrontare.  L’opera di Zabala si concentra sui segni che provengono dal futuro, ma il suo quadro teorico si può applicare anche al passato, come egli stesso suggerisce citando lo storico Timothy Snyder: «L’Olocausto non è solo storia, ma anche un monito». 

Ora, se Levi è un testimone che ci invita a considerare i «vizi di forma» delle nostre società e come una disumanizzazione diversa, ma comparabile, a quella di Auschwitz si possa presentare, che collegamenti potremmo tracciare tra il monito che emerge dalla sua testimonianza e il genocidio e la pulizia etnica che stanno avvenendo in Palestina? Cosa vuol dire ascoltare e vedere i segni che ci vengono da quel luogo? E che forma potrebbe prendere il «fare» evocato da Levi in questo contesto? 

Innanzitutto, potremmo dire che la distruzione di Gaza e il più graduale, ma ugualmente preoccupante, aumento della violenza e della pulizia etnica in Cisgiordania e in Libano (e in altre parti del mondo) sono il risultato di una strutturale e diffusa incapacità di ascoltare, ovvero d’interpretare, una molteplicità di avvertimenti. 

Israele non prestò sufficiente attenzione a un avviso che ricevette dalle autorità egiziane tre giorni prima del 7 ottobre 2023; da oltre mezzo secolo la comunità internazionale e le grandi potenze mondiali non hanno voluto ascoltare gli avvertimenti che provenivano dai palestinesi, da operatori umanitari, attivisti e intellettuali, così come da rapporti ufficiali delle Nazioni unite,  riguardo alla progressiva intensificazione del regime di oppressione, apartheid, espropriazione e violenza omicida sofferto dal popolo palestinese; infine, il genocidio e la pulizia etnica in corso in Palestina rappresentano anche un fallimento nell’interpretazione della memoria della Shoah, la quale, da fonte di solidarietà con altre vittime di violenza razziale, è scivolata sempre di più ‒ almeno a livello politico-istituzionale ‒ verso la prospettiva particolarista e identitaria descritta da Goldberg. In diversi casi gli avvertimenti degli abitanti di Gaza si sono configurati come veri e propri «segni dal futuro» e memorie anticipatorie. Due chiari esempi sono la poesia di Refaat Alareer If I Must Die e la lettera scritta dal giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif If these words reach you… Israel has succeeded in killing me. La prima, scritta nel 2011, fu ripubblicata dall’autore durante gli intensissimi bombardamenti su Gaza dell’autunno del 2023 e diventò virale dopo che un attacco aereo israeliano assassinò Alareer il 6 dicembre 2023, come la poesia stessa aveva anticipato: 

If I must die, 
you must live 
to tell my story 
[…]

Analogamente, la lettera di al-Sharif si presenta come un monito lanciato dal futuro. Il reporter immagina la propria probabile morte ‒ Israele ha ucciso più di 278 giornalisti dall’inizio dell’offensiva su Gaza nell’ottobre del 2023 ‒ e scrive una lettera che si presenta come un «testamento e un messaggio finale». In esso al-Sharif ammonisce «coloro che sono rimasti in silenzio, coloro che hanno accettato il nostro massacro, coloro che ci hanno soffocato, e i cui cuori sono rimasti impassibili davanti ai resti sparsi dei nostri bambini e delle nostre donne, senza fare nulla per fermare il massacro». La struttura prolettica della lettera serve a denunciare la violenza genocida dello Stato israeliano e l’ipocrisia dei suoi complici occidentali i quali, mentre parlano di libertà, civilizzazione e democrazia, danno supporto materiale e mediatico ad azioni che rappresentano una flagrante negazione di tali principi. 

Se colleghiamo il monito che emerge dalla testimonianza di Levi agli avvertimenti che riceviamo dalla Palestina, possiamo indicare i tratti di un «approccio contrappuntistico» alla memoria dell’Olocausto che cerchi di creare una relazione tra l’offesa subita da Levi e forme di violenza collettiva a noi contemporanee. Prendendo spunto da Edward Said, per approccio contrappuntistico intendo un modo di leggere contenuti culturali e fenomeni sociali che «tiene insieme» una polifonia di voci che si contrappongono, senza bisogno di conciliarle in una sintesi riduzionistica. Allo stesso modo, possiamo cercare di tenere insieme l’Olocausto e la Nakba, così come lo storico trauma ebraico e il genocidio in corso a Gaza (il quale continua sottotraccia nonostante il proclamato «cessate il fuoco»), senza dissolverli in un Aufhebung hegeliano, ma preservando la singolarità di ogni elemento in una visione comparativa più ampia, capace di creare un dialogo tra passato e presente nel quale le esperienze e le memorie dello sterminio ebraico e della demolizione dei palestinesi si illuminino reciprocamente, favorendo una comprensione più profonda delle dinamiche che hanno portato alla situazione attuale. Prestare attenzione a un avvertimento implica un rapporto di cura, una presa di posizione tesa a creare un orizzonte di comprensione alternativo a quello oggi dominante, in modo da prevenire il pericolo e la deriva che ci sono stati segnalati. Voglio dunque concludere presentando tre proposte per un approccio contrappuntistico alla testimonianza di Levi. 

  1. La forma più pertinente e necessaria di ascoltare il monito di Levi oggi è quella di prestare attenzione agli avvertimenti che ci arrivano dalla Palestina. Interpretare la testimonianza di Levi a ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz richiede di aprirsi ad altri avvertimenti che risuonano con essa, saper riconoscere nuove forme di demolizione dell’umano e le logiche socioculturali che le sostengono, e agire per prevenirle, fermarle e punirle. Se una delle lezioni fondamentali dell’Olocausto è che una disumanizzazione analoga ‒ ovvero basata su un logos non identico ma in qualche modo affine ‒ «può accadere di nuovo», non possiamo evitare il lavoro ermeneutico che ci consente di collegare nuovi eventi con la comprensione del passato. Il genocidio in corso è esattamente il tipo di fenomeno che sconvolge i nostri parametri etico-politici, ma una distruzione di questo genere è l’epilogo di una lunga traiettoria di disumanizzazione radicale e diffusa. La chiamata all’azione che emerge dalla testimonianza di Levi non può che dispiegarsi in relazione al presente e al futuro e uno dei contesti ove è più urgente è proprio la Palestina. Essa opera principalmente in tre ambiti: mediatico-culturale, economico-materiale e politico. Come agenti culturali, la sfera su cui possiamo cercare di esercitare una certa influenza è la prima. Pertanto, il modo più adeguato ed efficace di tradurre il «fare» evocato da Levi nel presente è quello di cambiare le narrative culturali che hanno permesso la liquidazione di Gaza, e di smantellare le rappresentazioni che portano gran parte dell’opinione pubblica israeliana a vedere i palestinesi come «animali umani».
  1. I segni che ci arrivano dalla Palestina ci esortano decostruire il modo in cui si è strutturata la memoria dell’Olocausto nella versione egemonica istituzionalizzata dall’Occidente atlantico. Gli eventi che si sono susseguiti al 7 ottobre 2023 dimostrano l’immenso potenziale della memoria collettiva, così come la sua malleabilità. Essa è al centro di conflitti interpretativi che definiscono identità, strutture psico-affettive e reazioni sociali. In questo contesto sarebbe importante riprendere e sviluppare la critica al paradigma vittimario che Levi articola ne i Sommersi e salvati, la decostruzione del dispositivo emotivo-ideologico che fomenta e riproduce il trauma per guadagnare consenso sociale e mascherare obiettivi politici. Dobbiamo inoltre esaminare i potenziali effetti reazionari della memoria transgenerazionale. Le memorie dei figli, nipoti e pronipoti delle vittime e dei sopravvissuti all’Olocausto sono intense e significative, alimentano meccanismi di identificazione e configurano le coordinate empatiche e cognitive di intere generazioni; tuttavia, non possiamo trascurare che esse sono memorie mediate e indirette, costruite amalgamando informazioni con proiezioni dell’immaginazione. Come sostiene Marianne Hirsch in Rethinking Holocaust Memory after October 7, «È facile dimenticare che, anche se sarebbe potuto succedere a me, in realtà ‒ e questo è importante e decisivo ‒ non è successo a me: è stata la loro storia, non la nostra. Le nostre postmemorie non ci conferiscono lo status di vittime». Riportata al contesto di Israele, ciò si traduce in una critica della posizione vittimaria ed etnonazionalista che attualmente orienta il progetto suprematista dello Stato ebraico. 
  2. Per creare un contrappunto efficace tra Auschwitz e Gaza dobbiamo sviluppare quella che Michael Rothberg chiama «un’etica della comparazione» che ci permetta di creare reti di solidarietà tra diversi gruppi di vittime e comunità memoriali. Il ragionamento sviluppato in questo saggio mira a incoraggiare una memoria relazionale che ci aiuti a creare un dialogo tra i segni del passato e i segni del presente per fare in modo che l’umanesimo universalista a cui aspirava Levi si riveli veramente universale. «Mai più» non può trasformarsi in un programma escludente, riservato solo a un’etnia o a una cultura. Deve valere per tutti e ovunque. Per valutare se un contrappunto culturale genera conflitti oppure forme di solidarietà che trascendono le frontiere di determinati gruppi sociali possiamo chiederci, in primo luogo, se le risonanze che stiamo rilevando ci permettono di valorizzare le particolarità degli elementi che compongono l’insieme, senza che la loro affinità si trasformi in una prospettiva che assimila il nuovo a un modello preconfezionato. In secondo luogo, occorre considerare l’intenzionalità che soggiace alla comparazione, a quale scopo e per quale ragione X viene accostato a Y. Questa etica della comparazione può essere considerata come un’estensione del pensiero dialogico di Levi, una sistematizzazione dell’attitudine aperta e critica che caratterizza le sue riflessioni sull’umano.

«Se questo è un uomo» e «se questa è una donna» non sono delle metafore, ma dei moniti che devono essere compresi, meditati e interpretati. E per essere interpretati hanno bisogno di un approccio contrappuntistico capace di tessere collegamenti costruttivi tra passato e presente, senza offuscare le specificità storiche e culturali, ma con l’obiettivo di prevenire e combattere nuove forme di «violenza inutile». Se questo non accade, l’epocale distruzione dell’umano che si sta consumando in Palestina continuerà a diffondersi. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.

*Stefano Bellin è professore tenure-track di Letteratura comparata e Teoria della letteratura presso la Pompeu Fabra University di Barcellona. Attualmente sta completando una monografia intitolata The Shame of Being Human: A Philosophical Reading of Primo Levi (Peter Lang).

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