Separando il produttore dai mezzi di produzione e acquisendone il monopolio, il capitalismo già nella seconda metà dell’Ottocento raggiunge l’obiettivo del massimo livello di sfruttamento del lavoro a beneficio della classe possidente, sostituendo progressivamente il lavoro artigianale e strappando alle campagne milioni di esseri umani trasformandoli in salariati. Nel contempo ha creato le condizioni per la nascita dello strumento fondamentale e insostituibile per organizzare la nascente classe operaia nella difesa dei propri interessi: il sindacato.
Questo processo è stato tutt’altro che lineare e per decenni, anche nelle situazioni più avanzate dal punto di vista industriale, hanno convissuto differenti strumenti di solidarietà (per e contro, per usare l’efficace definizione di Pino Ferraris) e di autorganizzazione, che combinavano varie forme di mutuo soccorso nate nel tempo con momenti rivendicativi, quindi di lotta, nei confronti delle controparti pubbliche e private. Alcune tra le esperienze più interessanti anche per l’oggi hanno proficuamente combinato l’azione mutualistica con quella vertenziale all’interno di un unico strumento organizzativo, non di rado caratterizzandolo in forma politico-sociale in un’ottica trasformativa. E per quanto riguarda esperienze cruciali per la lotta di classe, come ad esempio la Comune di Parigi del 1871, queste strumentazioni hanno riguardato l’insieme del mondo del lavoro e dell’associazionismo mettendo in atto forme di autogoverno della società.
Il «modello tedesco»
L’affermarsi dalla fine del secolo del cosiddetto «modello tedesco» ha al contrario introdotto una più netta separazione dello strumento sindacale, a cui affidare compiti di miglioramento parziale delle condizioni di lavoro, da quello del partito (o dei partiti) della sinistra, con il compito di raccogliere il consenso elettorale in base alla propaganda politica. Così pure è avvenuto per gli strumenti mutualistici e cooperativistici, con proprie istituzioni autonome, peraltro sempre più svuotate dalla conquista del welfare statale, che ne ha riassorbito progressivamente le funzioni nel corso del Novecento (si pensi, ad esempio, all’istituzione del sistema pubblico assistenziale e previdenziale).
L’idea, soprattutto nel contesto europeo, di un possibile progresso continuo dato dal rafforzamento del peso del proletariato nella società, nonostante le batoste devastanti del fascismo e del nazismo, ha alimentato la forza della socialdemocrazia e di quel modello. Ivi compresa la fase successiva al secondo conflitto mondiale, dove l’espansione economica aveva consentito margini di distribuzione del reddito sociale, funzionali anche a evitare possibili tentazioni rivoluzionarie che avevano già coinvolto diversi paesi ai propri confini.
