Jacobin Italia

Il nuovo internazionalismo

20 Settembre 2023

La guerra civile spagnola ebbe un significato globale anche perché fu un momento di sintesi e superamento dei conflitti sociali che si diffusero in tutto il mondo dall’inizio degli anni Trenta, dopo la grande crisi del 1929

Le componenti della guerra civile globalizzata iniziata nel 1917 non sono rimaste invariate nel corso del tempo. Negli anni Venti e Trenta, la presenza di regimi fascisti al potere in Italia e in Germania e l’ascesa dello stalinismo in Unione sovietica – che da acceleratore dei processi rivoluzionari nell’immediato dopoguerra ne diventa uno dei principali ostacoli nel cuore stesso del movimento operaio organizzato – ne hanno ampliato e diversificato i fondamenti ideologici.  

Se inizialmente il fascismo aveva rilanciato la lotta per la difesa delle libertà democratiche, all’inizio degli anni Trenta, con la grande depressione, la democrazia liberale, nel modo in cui si presenta in Europa, sembra aver  esaurito la sua funzione storica: crisi della democrazia e crisi del capitalismo si potenziano reciprocamente. Basti pensare agli appelli di un antifascista come il giellista Carlo Rosselli, che invocava la necessità di una rivoluzione europea alimentata «dalla forza e dalla passione», che rompesse con i regimi «pseudo-democratici» che avevano permesso al fascismo di affermarsi in Italia e al nazismo in Germania. 

I subalterni all’offensiva

Si tratta di un’interpretazione già ben radicata nei paesi colonizzati. Così è stato per Jawaharlal Nehru, che vedeva l’imperialismo e il fascismo come «fratelli di sangue», o per C.L.R. James, l’autore de I giacobini neri che nel 1937 avvertiva che la lotta incombente tra gli Stati fascisti e gli imperi europei non poteva portare alcun beneficio ai popoli colonizzati. 

In questo senso, la guerra civile spagnola fu si «la battaglia più feroce di una guerra civile che infuriava da vent’anni» (come scrive lo storico Paul Preston) ma fu anche un momento di sintesi e superamento dei conflitti sociali che si diffusero in tutto il mondo dall’inizio degli anni Trenta fino al 1937, segno di una nuova maturità del movimento operaio nata nel processo di accumulazione di forze organizzate e di esperienze della generazione di lavoratori militanti che avevano vissuto la Grande guerra, la vittoria della Rivoluzione russa, le lotte di massa del 1917-1921 ma anche le dure sconfitte segnate dall’ascesa del fascismo in Italia e poi in Germania. Nei principali paesi industrializzati, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati uniti, scoppiarono in questo frangente scioperi di massa che portarono in più di un’occasione allo sciopero generale, nonché a una radicalizzazione delle forme di lotta, espressa in particolare dal frequente ricorso all’occupazione dei luoghi di lavoro. Anche nel sud e nell’est del mondo si manifestarono forti movimenti di protesta, che furono massicciamente repressi in Romania, Bulgaria, Jugoslavia, Ungheria, Polonia e Grecia. In America Latina, i cui paesi erano fortemente dipendenti dall’economia statunitense, la radicalizzazione operaia si intensificò in El Salvador, Perù, Cile, Brasile, Cuba, Costa Rica e Messico. Vi fu anche un’impennata dei movimenti di emancipazione nazionale nei paesi semicoloniali e coloniali del mondo arabo (Tunisia, Marocco, Algeria) e, naturalmente, in Asia. 

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