Jacobin Italia

Il paradosso salariale

12 Marzo 2025

Come è possibile che in un paese con alti tassi di sindacalizzazione i salari siano cresciuti meno che nel resto d’Europa? Per capirlo bisogna guardare alla struttura produttiva, ai rapporti istituzionali e al modello associativo

Stando ai dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), in Italia i salari reali fra il 1991 e il 2023 sono cresciuti dell’1%, mentre in media i paesi Ocse nello stesso periodo hanno registrato un aumento del 32,5%. Questa stagnazione salariale è difficilmente spiegabile se ci si limita a guardare gli indicatori tradizionali che misurano la forza di un movimento sindacale.

Secondo i dati Ocse più recenti, infatti, la densità sindacale (il numero di lavoratrici e lavoratori iscritti a un sindacato sul totale della forza lavoro) in Italia si attesta al 32,5%. Questo dato è certamente in calo rispetto agli anni Settanta, quando un lavoratore su due era iscritto al sindacato. Tuttavia, il numero di tesserati rimane comunque molto più alto che in altri paesi europei come Germania (16,3%), Spagna (12,5%) o Francia (10,8%). Se si guarda alla copertura della contrattazione collettiva, la stagnazione salariale risulta ancora più inspiegabile. L’Italia ha, almeno formalmente, una copertura dei contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) molto elevata. Stando ai dati del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), a dicembre 2023 il 98,7% dei dipendenti nel settore privato risultava coperto da un Ccnl. Benché questi dati catturino solo una parte dell’universo del lavoro (dal computo sono esclusi il settore agricolo e quello domestico e di cura, così come i lavoratori che non hanno un contratto dipendente), la copertura risulta più alta persino di paesi del nord Europa, come la Svezia o la Norvegia, dove il movimento sindacale si trova ancora in una posizione di forza.

Per comprendere le ragioni della stagnazione salariale in Italia occorre dunque avere una visione più ampia, che possiamo mutuare dall’approccio delle risorse di potere – un filone teorico iniziato dallo studioso svedese del welfare state Walter Korpi, e adottato in seguito anche da critici radicali del capitalismo come Erik Olin Wright e Beverly Silver. Questo approccio spiega il cambiamento istituzionale come il risultato dei rapporti di forza fra le classi, e distingue varie risorse di potere a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici, e delle loro organizzazioni. Qui ci soffermiamo su tre di queste risorse: strutturali, associative e istituzionali. 

Potere strutturale

Il potere strutturale è il potere che deriva ai lavoratori e alle lavoratrici dalla dipendenza del capitale dalla forza lavoro e, di conseguenza, dal loro potenziale di fermare o rallentare la produzione e lo scambio delle merci. Esso dipende dalle condizioni strutturali dell’economia, del mercato del lavoro, e dell’organizzazione dei processi produttivi in cui i salariati si trovano a operare. Un basso tasso di disoccupazione, ad esempio, aumenta il potere strutturale del lavoro, rendendo i lavoratori meno suscettibili a minacce di licenziamento se decidono di bloccare la produzione. 

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