Nel 1994, il manifesto pubblica l’ultimo articolo di Franco Fortini. È una lettera che Fortini aveva inviato a un incontro sulla libertà d’informazione tenuto al Teatro Parenti a Milano. Siamo alle origini della Seconda Repubblica, e i temi sono quelli che avrebbero a lungo occupato la scena pubblica: l’anomalia mediatica di Berlusconi e il restringimento dello spazio di dibattito. Fortini chiudeva quella lettera così: ««Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilmente nemici; vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete». È la proposta di un cupio dissolvi con tratti anche ironici, ma che già intravedeva – come oggi, a esattamente trent’anni da quel momento aurorale della recente storia italiana – il consumarsi di un mandato che, tra mille tormenti, aveva caratterizzato l’Italia repubblicana e che si scontrava con una situazione inedita: da una parte, un politico-industriale dell’intrattenimento, dall’altro una politica ormai liberata dai grandi riferimenti politico-ideologici.
Il titolo del libro dello storico modernista Giorgio Caravale, Senza intellettuali (Laterza, 2023), dedicato al rapporto tra politica e cultura in Italia in questi trent’anni fatali, dimostra che questa analisi (o distopia?) si è compiuta. È la storia di un allontanamento inesorabile tra due mondi, il professionista del pensiero e l’uomo (e la donna) delle istituzioni: allontanamento che non è un dettaglio della storia della Seconda Repubblica, ma che ne costituisce in qualche modo un carattere fondativo e costante. Il manovratore ha dimenticato l’intellettuale, il letterato, dunque il niente. Ha potuto (osato?). Abbiamo dialogato con Giorgio Caravale per approfondire queste questioni.
La tua riflessione si sviluppa su tre movimenti. Il primo definisce il modo in cui la politica ha guardato agli intellettuali, a come cioè i partiti politici, ma soprattutto gli uomini politici della Seconda Repubblica, hanno concepito e praticato il loro rapporto con gli uomini di cultura; il terzo propone una riflessione sull’evoluzione della figura dell’intellettuale nello stesso periodo, verificando come, nell’epoca attuale, si stia imponendo un nuovo modello in cui all’autorevolezza si sostituisce la popolarità e la capacità di negoziare la propria opinione (fai due esempi molto interessanti: Zerocalcare e Fedez). Nel secondo capitolo, invece, ricostruisci come i politici abbiano fatto i conti con la «storia». Anche in questo caso, constati una frattura, un’interruzione dell’esigenza di elaborazione culturale che aveva caratterizzato la storia dell’Italia del secondo dopoguerra, soprattutto nei partiti di sinistra (socialista e comunista), e questa frattura spiega anche il titolo del libro, molto netto: Senza intellettuali. Questa visione era già stata proposta in altre elaborazioni, come quella di Alberto Asor Rosa che, nel libro-intervista Il grande silenzio, aveva sancito la fine della società intellettuale perlopiù sulla base di una marea che veniva dal basso (Asor Rosa la chiamava la «civiltà montante»), quell’enorme diffusione di informazioni e quella sovra-esposizione di opinioni che rendeva sempre più irrilevante la figura del pensatore, e soprattutto la sua autonomia (considerata non solo nei confronti dei partiti, ma soprattutto degli interessi privati e delle esigenze del consenso sociale, o social per meglio dire).
La tua disamina si allontana anche dal ragionamento di Asor Rosa, perché si concentra sul terreno storico-politico. All’inizio del volume segnali come due episodi precedenti all’avvento di Berlusconi abbiano messo in crisi quello che chiami «modello gramsciano» (ma che direi forse «modello togliattiano»: quello, cioè, che afferma con forza la superiorità del progetto politico su quello culturale). Il primo è la creazione del gruppo della Sinistra indipendente nel Parlamento a partire dal 1968. L’operazione, patrocinata da Ferruccio Parri, venne salutata con soddisfazione da Berlinguer, e doveva contribuire a un rapporto più fruttuoso con il Pci. L’altro episodio è la fondazione del giornale La Repubblica diretta da Eugenio Scalfari, uno spazio in cui il giornalista diventava intellettuale, interveniva con le sue opinioni «informate» e competenti direttamente sulla realtà. Sullo sfondo, inserisci anche la mutazione del Pci dopo il rapimento e la morte di Aldo Moro, quando il prevalere della questione morale come strumento di analisi della politica italiana contribuì a depotenziare l’esigenza di elaborazione e di intervento culturale. Ci spieghi in che senso queste due iniziative mettono in crisi il modello di intellettuale gramsciano e come hanno influenzato la storia degli intellettuali nella Seconda Repubblica? Quali nuovi modelli emergono? Hai coniato, in particolare, la formula dell’intellettuale ad personam (l’esempio più calzante mi sembra quello di Massimo Recalcati con Matteo Renzi ma anche di Miguel Gotor con Pierluigi Bersani): è un intellettuale «cortigiano» o è solo una figura più effimera, meno ancorata al progetto politico-istituzionale?
I due episodi che indico nel libro sono due momenti distinti nel panorama politico e culturale italiano ma strettamente intrecciati tra loro. Mettono in crisi il modello di intellettuale gramsciano o, come suggerisci tu, togliattiano, perché propongono il modello di figure intellettuali collocate stabilmente a sinistra ma non riducibili in alcun modo al Partito comunista italiano. Gli indipendenti di sinistra sono nella maggior parte dei casi uomini di cultura che vogliono rappresentare una sinistra politica non comunista, un pezzo di società civile che non si sente rappresentato dal Pci. Il Partito comunista, nel primo caso della Sinistra indipendente, prova a mettere il cappello sull’iniziativa, presentandosi come la casa comune degli intellettuali che apre le sue porte a componenti della sinistra non comunista, e per un po’ di tempo si illude che sia così. Nel caso di Repubblica invece la sfida al Pci sul piano della cultura politica è più esplicita, non a caso la diffidenza dei dirigenti del Pci nei confronti del giornale fondato da Scalfari è massima: Berlinguer parla di una strana creatura che pretende di influenzare l’«immagine che abbiamo di noi».
