Jacobin Italia

Il pokerista Macron e la sfida della sinistra

17 Giugno 2024

L'esito del voto francese può cambiare il profilo dell'Europa, ma un cedimento alla banalità e alla ferocia della governance neoliberale può essere una porta spalancata alla destra

Dopo le elezioni europee, che di europeo hanno avuto davvero molto poco, la situazione è implosa in maniera inaspettata in Francia. Inatteso non è stato tanto il risultato (quasi 32% per il Rassemblement National, operazione di white washing del Front National di Marine Le Pen), ma la mossa del presidente Emmanuel Macron, il quale, durante le prime proiezioni a urne appena chiuse, è intervenuto a reti unificate per annunciare la «dissoluzione» dell’Assemblée Nationale, che in Italia chiameremmo «scioglimento delle camere». Per quanto la notizia circolasse da persone vicine al Presidente della Repubblica, la scelta ha deflagrato come una bomba nella scena pubblica. 

La partita di poker di Macron

La scelta di Macron è un’egocentrica partita di poker tutta concepita all’interno di un assurdo gioco personale. Il personaggio si sente un De Gaulle senza averne la fibra, e ha dimostrato la sua visione tossica nel posizionamento border-line sulla crisi ucraina, viaggiando tra il ruolo di paciere e quello del boxeur che promette rinforzi francesi in guerra. Ultimo epigono (si spera, ma le prossime elezioni inglesi non promettono bene) della terza via blairiana, i suoi azzardi ricordano da vicino le mosse di leader di carta passati dal 30% all’irrilevanza in contesti non presidenzialisti, come Matteo Renzi (e in parte anche Salvini). L’opinione pubblica questa volta sembra essersene resa conto, e i giornali sono piuttosto unanimi nel giudicare severamente la mossa dello scioglimento delle camere come un crudele aprés moi le déluge che mette a rischio lo spazio repubblicano.

Il precedente? Nel 1997, l’ultimo dei gollisti à la français, Jacques Chirac, chiamò le urne a pronunciarsi prima del tempo, sperando in un rafforzamento della sua figura in un momento economicamente difficile. Il risultato fu la vittoria della gauche plurielle, la coalizione di sinistra-sinistra guidata da Lionel Jospin, antico membro della componente trotskista del Partito Socialista. La popolarità di Chirac era stata messa a durissima prova dalle mobilitazioni di massa del 1995 contro le riforme anti-sociali di Alain Juppé, in particolare contro la riforma delle pensioni e della Sécu (in Francia la Sécu, cioè la Sécurité sociale è l’insieme delle forme di assistenza gratuita nel settore medico e familiare, ed è stata istituita all’indomani della Seconda Guerra mondiale del mitico ministro del lavoro comunista Ambroise Croizat, operaio lui stesso: il Pcf era al suo massimo storico, e la Confindustria francese si era distinta per la sua attività collaborazionista. Secondo l’economista Bernard Friot, la Sécu è una traccia di un mondo socialista nel quadro dei rapporti capitalisti, un’enclave già comunista). 

Riforma delle pensioni, do you remember? È subito 2023, con scioperi lunghissimi e un movimento di massa fustigato da Macron a colpi di manganello e di 49.3 (la legge che permette al governo di adottare un decreto senza passare al vaglio dell’assemblea). Solo che all’epoca della gauche plurielle di Jospin il mondo era diverso, l’obiettivo furono la diminuzione dell’orario di lavoro a 35 ore, il Front National di Jean Marie Le Pen era ancora un paria. I giovani scandivano La jeneusse emmerde le Front National, un verso di una canzone intitolata Porcile (Porcherie, con riferimento al film di Pasolini), del gruppo punk Bérieur Noir. La scandiscono ancora oggi, a Place de la République a Parigi. 

L’epopea dell’estrema destra francese

Un segno di questo cambiamento è da cercare nella improbabile epopea della famiglia Le Pen. All’indomani del voto, Marion Maréchal Le Pen è stata protagonista di una giravolta patetica. Nipote di Jean-Marie, fondatore del Front National, e cresciuta dalla zia Marine, è uscita dal partito «di famiglia» da destra, aderendo al movimento Reconquête di Eric Zemmour, lanciato nel 2021. Il partito di Zemmour nasce sulla base di una vecchia idea di unione delle destre che guarda anche ai delusi del gollismo repubblicano, ma si costruisce un profilo sempre più radicale e identitario, basato sull’omofobia e l’islamofobia: la Francia sta per diventare la «culla dell’Islam», sulla base di un progetto di grande sostituzione sostenuto dagli intellettuali woke

Il partito di Zemmour – che ha abituato l’opinione pubblica a sortite estremiste contro i disabili e gli immigrati – rappresenta in qualche maniera l’utile idiota del Rassemblement National: più quest’ultimo diventa accettabile, più Zemmour e Marion Maréchal premono sull’acceleratore della destra nera e incompatibile. Col suo score di poco più del 5%, Marion Maréchal ha dichiarato di aver avuto un colloquio con Jordan Bardella e Marine Le Pen e che quei voti sarebbero confluiti verso il Rassemblement National. Zemmour è parso immediatamente contrariato, anche visibilmente: presente dietro Marion che l’affermava, ha evidentemente mostrato sorpresa con un gesto del volto inequivocabile. Con una mossa degna della Commedia dell’Arte, Bardella ha in seguito virato verso l’unione coi gollisti (il partito Les Republicains) e rigettato quella con Reconquête. L’unione delle destre non si fa; la figliola prodiga dei Le Pen resta a casa, viene addirittura cacciata anche dal suo nuovo partito. Se Macron puntava all’implosione dell’ala estrema, la carta sembra ben giocata.

Repubblicani e non

Ma attenzione: l’elefante nella stanza si chiama Les Republicains. Il partito gollista è in crisi dopo il berlusconismo alla francese dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, che dal 2014 subisce condanne per corruzione e traffico di influenze e addirittura per finanziamenti illeciti provenienti da Gheddafi: ancora per pochi mesi la condanna lo obbliga a misure come il braccialetto elettronico. Nel 2022 il partito subisce una sconfitta cocente, e sembra destinato all’irrilevanza. Al suo interno, la galassia rappresentata dal presidente Éric Ciotti (affiancato da Vincent Bolloré) da tempo accarezza un’unione delle destre in vista dell’eterno tema della preservazione (si dice così, quasi come per proteggere un formaggio) una supposta «identità francese», ovviamente bianca, questa volta non per forza cristiana ma senz’altro anti-islamogauchiste, soprattutto forte e coloniale. Non è da sottovalutare che uno dei temi caldi del momento in Francia è la definitiva decolonizzazione della Nuova Caledonia, dove poche settimane fa è stato proclamato l’assedio in seguito agli scontri per il referendum per l’indipendenza.

In questi giorni abbiamo visto scene da guerra civile alla sede del partito erede del Generale De Gaulle, militare resistente e poi ideatore della Quinta Repubblica, nata sulle ceneri della crisi algerina. Era il 1958, quando un putsch portato avanti da un manipolo di militari guidati dal paracadutista Pierre Lagaillarde attivò un colpo di stato per impedire al governo di procedere con le trattative per l’indipendenza dell’Algeria; una parte dell’esercito preparò poi un’operazione complessa che portò De Gaulle di nuovo al governo e qui si fece concedere il mandato per la riforma costituzionale che porterà al presidenzialismo francese come lo conosciamo oggi. 

La crisi algerina si agita sotto il tappeto della Francia moderna; il Front National è in qualche maniera un prodotto anch’esso delle frattaglie degli esclusi a destra della Quinta Repubblica. Nel 1961, l’Oas (Organisation de l’armée secrète), un’associazione terroristica sostenuta anche da alti ufficiali dell’esercito, realizzò un’impressionante serie di attentati a Parigi e altrove in Francia, facendo 17 morti e centosettanta feriti. Il suo obiettivo era  bloccare la liberazione dell’Algeria e combattere contro il Fronte di Liberazione Nazionale: un film capolavoro di Gillo Pontecorvo ne racconta l’epopea, con una trama tutta incentrata sulla dolorosa necessità delle scelte anche terroristiche del gruppo che oggi sarebbe inconcepibile. Il film, premiato a Cannes, venne vietato in Francia fino al 1971. Nel meeting fondatore del Front National (1972), accanto a Jean-Marie Le Pen sedevano François Brigneau, attivo durante il governo collaborazionista di Vichy, ma soprattutto Roger Holeindre, membro dell’Oas, e Alain Robert, animatore della sua organizzazione giovanile, Occident. E nonostante qualsiasi operazione di ripulitura, ancora oggi Marine Le Pen non ha alcun imbarazzo a felicitarsi con il pied-noir (così erano chiamati i francesi di Algeria) José Gonzales che recentemente ha affermato di sentirsi «strappato dalla sua terra natale, parte della Francia», mentre indefettibile Jean-Marie ha sempre difeso il sistema coloniale e negato il carattere terroristico dell’Oas: che pure, nell’attentato du Petit-Clamart, aveva provato ad assassinare De Gaulle. 

Se non si mettono in fila questi dati, non si capisce bene il tono grave del dibattito francese quando si fa una netta divisione tra partiti «repubblicani» e partiti «non repubblicani». La polvere sotto il tappeto si gonfia, la storia presenta i suoi conti.

Ed ecco che in questi giorni l’erede di De Gaulle, Éric Ciotti, presidente dei Repubblicani, appunto, annuncia di aver siglato un accordo con Le Pen e Bardella. La scena è psicodrammatica più di quella dei Le Pen: lo stato maggiore gollista, pure prostrato da un risultato elettorale del tutto irrisorio, ha un sussulto d’orgoglio, e sconfessa Ciotti (e Bolloré); il presidente si barrica nel suo ufficio. In televisione rimbalza l’immagine di Valérie Pécresse, ex candidata alle presidenziali, che si rimbocca le maniche per cacciare il traditore. Ma lo statuto del partito prevede che sia il presidente a ratificare un’espulsione: chi espelle l’espulso? In questa scena degna di Molière, Ciotti è cacciato, ma promette battaglia giudiziaria che vince in un primo momento. I prossimi giorni diranno se sarà duratura.

Storia e presente dell’unione popolare

Macron però, non pago del suo coup de thèatre, ha esplicitato il proprio progetto faustiano in una conferenza-stampa fiume mercoledì 12 giugno, dove ha discusso in piedi, sotto una luce bianca quasi da programma patinato, con i giornalisti. La solfa è assai pericolosa, perché consiste nel ritagliare lo spazio della Repubblica in maniera nuova. Le elezioni, infatti, sono una chiamata alla responsabilità dei francesi – con quel sottotesto paternalista che in Italia è stato disastrosamente cavalcato dall’antiberlusconismo e dalla colpevolizzazione degli elettori – non contro il Rassemblement National, attenzione, ma contro la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Gli insoumis sono un rischio per la Repubblica, perché antisemiti e comunitari. Ripeto: antisemiti. 

Macron prolunga in zona elettorale una vera e propria caccia alle streghe che in Francia sta diventando sempre più preoccupante, e che ha portato studenti, intellettuali e attivisti in questura perché il sostegno alla Palestina è ormai equiparato all’apologia di terrorismo. Anasse Kazib, uno dei laeder della protesta dei cheminots (i ferrovieri francesi) nella lunga mobilitazione del 2023 e oggi animatore di una generosa e attiva frazione uscita dal Nouveau Parti Anticapitaliste (il gruppo Revolution Permanente) è stato condannato per le manifestazioni contro le stragi israeliane a Gaza. Tra le piroette verbali di Macron all’impiedi e photoshoppato, deve colpire particolarmente la frase con la quale il presidente ha salutato l’accordo delle forze di sinistra sotto l’etichetta di Nuovo Fronte Popolare. «Léon Blum si sta rivoltando nella tomba». 

Non credo che la frase pagherà positivamente in termini elettorali. Il Partito socialista francese, debole nelle urne, sopravvive ancora come immaginario e alfabeto politico nella pancia della società, un po’ come il Partito comunista italiano, ma con un ancoraggio più forte nel settore pubblico, che in Francia è elefantiaco e conta, numericamente e socialmente. Allo stesso tempo, l’espressione mostra bene la paura di Macron, che puntava sulla divisione del campo di sinistra sperando di opzionare un’implosione parallela a quella avvenuta a destra. Le basi c’erano tutte, perché l’alleanza chiamata Nupes era implosa proprio sulle questioni internazionali prima delle elezioni. 

L’idea di un Fronte Popolare non è stata lanciata da Mélenchon ma dal giornalista François Ruffin, animatore delle Nuit débout (il movimento simile a Occupy che si è sviluppato nel 2016 e poi vicino ai Gilets Jaunes): una figura intellettuale e di movimento, dunque, diversa dal leader degli Insoumis su cui, per ragioni differenti, difficilmente ci può essere l’unanimità.

Quando citano Léon Blum, Macron e Ruffin sanno di cosa parlano. In un’intervista di qualche anno fa, Gilles Deleuze ricordava come la madre, appartenente alla classe medio-alta, avesse vissuto come un’invasione l’arrivo sulle spiagge del Nord della Francia di operai che godevano per la prima volta del congés payé, e cioè le ferie pagate. Era la misura-faro del Front Populaire del 1936, e già la classe moyenne, più o meno progressista, lanciava peana contro i barbari del tipo delle Ferie d’agosto di Virzì, ma in versione working class. Il Front del 1936 reagiva alla marea montante del fascismo, che anche in Francia aveva portato a giornate insurrezionali. La sinistra si unì sotto la guida dell’ebreo socialista parigino Léon Blum, che sarebbe diventato poi un valoroso resistente e avrebbe subito l’internamento nel campo di concentramento di Buchenwald, dove sposò in seconde nozze, sotto l’occhio ostile dei nazisti, l’amatissima Jeanne. Blum è una figura interessantissima del socialismo francese, spesso schiacciato sulla sua posizione «anti-comunista» (ma assimilabile più a posizioni del socialismo unitario come quello di Pietro Nenni e non certo al craxismo rampante), e subì un ingiusto isolamento nel Dopoguerra, quando denunciò il rischio che veniva dal protagonismo del generale De Gaulle. Il Front Populaire guidato dall’ebreo Blum fu un incubo per il padronato francese, ma le sue vittorie sul piano sociale vennero garantite soprattutto dal fatto che, all’indomani delle elezioni, una enorme vague di scioperi nelle fabbriche portò a una serie di accordi con altre misure-faro, come i biglietti dei treni con la riduzione del 40% per le vacanze dei lavoratori creati da Léo Lagrange. Gli scioperi continuarono, ma la Francia venne ridisegnata da quel governo effimero a cui i collaborazionisti di Vichy addossarono la disfatta contro la Germania nazista. 

Ruffin ha scavato bene. Il mito mostra bene speranze e rischi. Mentre scriviamo, il programma del nuovo Front è terminato, in tempo record. Il momento est grave, scrivono tutti, e il risultato non era scontato. Ma il pericolo è sul tavolo. Se questi giorni continueranno a essere di mobilitazione, la vittoria è possibile. Ma non dobbiamo dimenticare il giorno dopo. La partita si giocherà dall’8 luglio. Un governo frontista può cambiare il profilo della sinistra europea, ma un fallimento e un cedimento alla banalità e alla ferocia della governance neoliberale può essere una porta spalancata alla destra di Bardella e Le Pen. E pagheremmo la caduta della barriera molto duramente. 

*Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine.