La logica della competizione, della gara uno contro l’altro e degli obiettivi da raggiungere invade anche i lavori un tempo considerati al riparo dalla concorrenza estrema. Emerge dalle testimonianze che abbiamo raccolto da alcuni lavoratori e lavoratrici di Poste Italiane, ente pubblico economico, convertito in società per azioni nel 1998 e controllato dallo Stato attraverso la partecipazione del Ministero dell’economia di Cassa depositi e prestiti, che ne detengono circa il 65% del pacchetto azionario. Per motivi puramente narrativi, in questa intervista abbiamo accorpato le storie dei e delle dipendenti di Poste in un unico racconto.
Come ti sei ritrovato a lavorare alle Poste?
«Se hai un figlio scemo, fallo lavorare alle Poste!», era la battuta che circolava. Non avevo mai pensato che questa perla di saggezza avrebbe avuto un peso nella mia vita, almeno finché non mi sono ritrovato a essere quel figlio scemo. Quarant’anni passati da un po’, tre lustri spesi a galleggiare nel precariato, un concorsino sostenuto senza alcuna speranza, per mettere a tacere i sensi di colpa (missione fallita) o perlomeno i mugugni della famiglia (obiettivo centrato), et voilà. All’improvviso un badge giallo a simboleggiare un posto al sole (il posto fisso!) penzolava al mio collo e io mi ritrovavo al volante per raggiungere il primo ufficio di assegnazione. Nella testa avevo vaghe reminiscenze di file per pagare bollette e misteriosi avvisi di giacenza lunghi come editti medioevali. E i sorrisetti e le battute degli amici su un luminoso futuro a intingere timbri e imprimere tamponi, al ritmo lento e rassicurante di numeri scanditi a voce alta stile sala bingo.
Quale il motivo di tanto entusiasmo?
Mi ero preso più di una soddisfazione morale nella traballante carriera da free lance della supposta creative class, ma mai avevo ricevuto tante pacche sulle spalle, attestati di stima e incoraggiamenti come alla notizia, divulgata quasi sotto traccia, con esitazione spinta al confine dell’imbarazzo, di essere stato assunto a Poste Italiane. «Più in alto di così nella scala del rapporto impegno/stipendio – dicevano i coetanei, compagni di partita Iva selvaggia e miraggio salariale – solo il Cnel!». E io, corroso dall’ansia di ritrovarmi catapultato in un universo lavorativo sconosciuto alla soglia della mezza età, senza alcuna formazione specifica e forte di competenze che non avrei più avuto occasione di usare, confidavo nell’immagine rassicurante di un ex carrozzone para-pubblico, appena scalfito dalla superficiale trasformazione in Spa. Ero, fuor di ogni dubbio, un povero scemo.
