Oggi il problema del rapporto tra industriali e fascismo non è all’ordine del giorno della ricerca storica, né tanto meno del dibattito pubblico. Eppure nel secondo dopoguerra, a sinistra, non ci sarebbero stati dubbi a sostenere la simbiosi tra la grande borghesia e il regime, considerato come una fase di dittatura del grande capitale monopolistico. E anche senza aderire alle vecchie tesi della Terza internazionale, molti potevano concordare con chi, come l’azionista liberale Ernesto Rossi, addebitava ai «padroni del vapore» gravi responsabilità nell’ascesa e nel consolidamento del fascismo.
Già dagli anni Settanta la storiografia ha rigettato le interpretazioni più schematiche del rapporto tra regime e poteri economici, mostrando che la base sociale del fascismo – i ceti medi, la piccola borghesia – era qualcosa di più che «serva del capitalismo e della proprietà terriera»; che continuavano a sussistere grandi divergenze all’interno del mondo industriale; che, infine, il governo dispose sempre di larga autonomia nelle proprie scelte di politica economica. Alcuni storici, come Renzo De Felice, si sono spinti a relegare gli industriali al ruolo di fiancheggiatori della dittatura: «mussoliniani» più che fascisti, fautori di un compromesso sociale basato sulla capacità di mediazione del duce. Una tesi, questa, che mette però in ombra la profonda compenetrazione tra stato e grandi interessi privati realizzata durante il Ventennio, la deliberata compressione dei salari a favore dei profitti, e infine la natura reazionaria di un regime che – come notavano gli osservatori coevi – aveva restaurato l’autorità imprenditoriale e le gerarchie di fabbrica.
Il ruolo degli industriali nell’ascesa del fascismo
Gli industriali ebbero un ruolo decisivo nell’avvento al potere del fascismo. Le tensioni sociali del cosiddetto «biennio rosso» contribuirono a un graduale distacco di diversi settori del padronato dai meccanismi di mediazione dello stato liberale, ritenuto incapace di difendere la proprietà privata e gli interessi della borghesia. I governi, infatti, non riuscivano a tenere a freno una conflittualità sociale animata da propositi rivoluzionari e da rivendicazioni sempre meno contenibili nella dialettica sindacale: una «scioperomania», che tra 1919 e il 1920 portò alla perdita di più di 35 milioni di giornate di lavoro, e nel settembre del 1920 culminò nell’occupazione delle fabbriche. La (ri)fondazione della Confindustria nel 1919 doveva dunque servire alla difesa degli interessi di categoria, prima di tutto di fronte alle pressioni del movimento operaio. Ma serviva anche a svolgere un’efficace opposizione alle tendenze riformiste dell’ultimo governo di Giovanni Giolitti, salito al potere con un programma basato su una revisione progressiva del sistema fiscale, sul recupero dei profitti di guerra dei «pescecani» e sull’integrazione di alcune istanze della Confederazione dei lavoratori.
È vero che i finanziamenti più massicci ai fascisti – che ne accrebbero a dismisura il potere politico – provennero dagli agrari della Val Padana, intenzionati a distruggere le leghe bracciantili e il potere dei socialisti nelle campagne. A sconfiggere il lavoro organizzato nei centri industriali fu, ancora prima degli squadristi utilizzati come «guardia bianca» dagli industriali, la fase di depressione economica iniziata già alla fine del 1920. Ma, soprattutto dopo lo shock dell’occupazione delle fabbriche, larghi settori del padronato sostennero largamente le camicie nere per opporsi agli scioperi, colpire le organizzazioni di classe e vendicarsi dell’insorgenza socialista. Anche gli industriali più favorevoli a un compromesso con i dirigenti dei lavoratori – come Giovanni Agnelli – presero atto dell’orientamento più decisamente reazionario della loro categoria. Nell’estate del 1922 il giornale della borghesia milanese, il Corriere della sera, auspicava un coinvolgimento «per le vie legali» del fascismo nel governo: «Il paese è ora favorevole ai fascisti perché essi hanno dato il colpo decisivo, che lo ha salvato dalla follia e dalla tirannia bolscevica». Né poteva dispiacere la piena accoglienza delle istanze degli industriali nel programma economico del Pnf, che aveva velocemente abbandonato il vago sinistrismo degli esordi. Non stupisce, dunque, che durante la Marcia su Roma dirigenti delle associazioni industriali come Gino Olivetti e Antonio Stefano Benni abbiano svolto un importante ruolo di mediazione, e che la Confindustria abbia salutato il nuovo governo Mussolini «con viva simpatia e con grande fiducia».
