Jacobin Italia

Il ritorno del futuro

11 Marzo 2021

La pandemia riapre la contesa sul futuro: sulla necessità di programmarlo economicamente, di pianificarlo e gestirlo ma anche di raccontarlo e prefigurarlo

Tutto avremmo pensato, nei giorni del lockdown e delle restrizioni da Covid, tranne che questa pandemia sarebbe stata occasione per riaprire la contesa per il futuro. Dopo gli anni della «fine della storia», quelli del no future e del there is no alternative e quelli dell’eterno presente che risucchia l’esperienza quotidiana, all’improvviso tutti hanno cominciato a preoccuparsi del futuro. Della necessità di programmarlo economicamente, di pianificarlo e gestirlo ma anche di raccontarlo e prefigurarlo. Ecco perché questo numero di Jacobin Italia (il decimo: ma già le note introduttive del numero uno si ponevano l’obbiettivo di una rivista che riuscisse a raccontare cosa «avvenne domani») è dedicato al futuro. Che, come afferma Salvatore Cannavò dando il via alle danze, prenderà almeno nel breve-medio periodo la forma del Recovery Fund del governo Draghi e della tempesta perfetta creata dalla crisi pandemica, da quella economica e da quella istituzionale che stiamo vivendo. 

Difficile che possano arrivare scosse se non da un soggetto che si muove al di fuori delle ricette date. Quel soggetto, riflette Donatella Di Cesare, dovrebbe avere la capacità di prefigurare più che di attendere il futuro: di agire cioè qui e ora per costruire vie di fuga dal presente. D’altro canto, argomenta Andrea Capocci, mai come durante la pandemia è stato sviluppato un livello di cooperazione e condivisione dei saperi, un flusso transnazionale capace di riappropriarsi dei beni comuni immateriali. È la componente essenziale di cui parla Marco Bertorello: per andare oltre il mercato c’è bisogno della spinta dal basso per la ricomposizione e riappropriazione di beni, relazioni, spazi.

E se, come spiega Simone Pieranni, la Cina è il è posto in cui si configurano assetti futuri e tecniche di comando, dobbiamo osservare che anche da quelle parti è in atto un conflitto la cui posta in palio è il futuro. Per Giuliano Santoro, il modo in cui raccontiamo le storie ha a che fare con il modo in cui possiamo costruire il futuro: si tratta di uscire dalla trappola delle piattaforme digitali senza prescindere dalle innovazioni degli ultimi anni. A questo proposito, Lorenzo Zamponi fa notare come il dibattito pubblico italiano sia ancora imprigionato in schemi politici e formule retoriche che risalgono agli anni Novanta e alla cosiddetta Seconda repubblica. Eppure, come argomenta Gaia Benzi, la crisi ha un effetto paralizzante se non si trova il modo di immaginare vie d’uscita. Cosa c’è di tutto ciò nel Ricovery Fund, premettendo con Simone Fana che questa fase è caratterizzata anche da molti conflitti tra diverse forme di capitale? È interessante notare come in Francia la situazione non sia molto diversa dalla nostra: il piano post-pandemico non scioglie i nodi che hanno creato il disastro a livello europeo, come emerge dal dialogo tra Salvatore Cannavò e Michel Housson. Barbara Leda Kenny e Giorgia Serughetti mettono in evidenza il paradosso che proprio i lavori di cura, considerati essenziali ed emersi nella loro centralità durante la pandemia, vengono trascurati dal Recovery Fund. Difficile che si possa invertire la tendenza senza assumere una prospettiva di genere. 

Sarah Gainsforth traccia un profilo delle sfide cui sono chiamate le città e gli spazi pubblici. Emanuela Ferragina spiega come ci sarebbero le condizioni per mettere in crisi i dogmi dell’austerity, mentre Gianmario Cinelli e Raffaella Saporito immaginano un dialogo in un futuro in cui la pubblica amministrazione ha trovato nuovo protagonismo grazie all’investimento pubblico e al welfare. Lorenzo Tecleme, invece, fornisce una guida pratica alla difesa del futuro del pianeta minacciato dai disastri ambientali. Ciò ha a che fare anche con quello che mangiamo e come lo produciamo, e proprio il settore alimentare italiano ha mostrato ulteriormente i suoi tratti schiavistici durante la pandemia. Il racconto di Antonello Mangano è uno degli esempi del fatto che il futuro rischia di conservare i tratti peggiori del mondo pre-moderno. Perché il tempo globale non è lineare e sincronico, come emerge dall’Afrofuturismo, la corrente con la quale i neri si proiettano nel futuro e al tempo stesso si riappropriano della loro storia di cui scrive Karima 2G. Marco Petruccioli si occupa del Solar Punk, il sottogenere della letteratura fantascientifica che immagina un mondo in cui innovazione tecnologica e giustizia siano possibili. Nell’inserto, Alberto Prunetti emana il Decreto che vorremmo. Un esercizio di immaginazione utopica salutare. 

La sezione della rivista tradotta dal contemporaneo numero statunitense di Jacobin, il n. 40, si occupa degli Usa al tempo di Biden. Matt Karp affronta la questione del disallineamento tra appartenenza di classe e comportamenti elettorali: ne emerge che il Partito democratico rischia di costruire radicamento nei sobborghi middle class invece che nella working class in cerca di risposte. Uno di questi sobborghi, in verità ancora feudo repubblicano e trumpiano, si trova in Florida e si chiama The Villages. Lo descrive in un reportage narrativo dai tratti distopici Arielle Castillo. Chris Maisano invece dà conto dell’eterna dialettica tra unione e secessione presente nel dibattito pubblico statunitense. E di come quest’ultima rischi di aprire ulteriori spazi alla destra. L’altro tema sul quale Biden rischia è la politica estera. Dopo la fase autarchica di Donald Trump il nuovo presidente vorrebbe tornare all’epoca degli equilibri multilaterali. Nel frattempo, tuttavia, il mondo è cambiato, e anche gli Stati uniti. Ne scrive Nicole M. Aschoff. Infine, e questa volta a proposito di futuri, Ryan Zickgraf si occupa del cyberpunk: il filone letterario che aveva descritto un avvenire tecno-apocalittico oggi pare ampiamente digerito dal mainstream. È possibile salvarlo?