Jacobin Italia

Il santo con la pistola sotto il cuscino

14 Gennaio 2022

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L'immagine dell'uomo integerrimo, cucita addosso a Sidney Poitier attraverso i personaggi che lo hanno reso celebre, non deve farci dimenticare i conflitti ai quali il grande attore scomparso non si è sottratto nel corso della sua carriera

Chi non piange la scomparsa del brillante Sidney Poitier? Fiumi di inchiostro sono stati riversati per celebrare la sua carriera pionieristica di prima star maschile non bianca nella storia del cinema statunitense, figura di spicco nel movimento per i diritti civili e vincitore di innumerevoli premi per i suoi numerosi contributi recitativi e per i diritti umani. Tra di essi, l’Oscar come miglior attore per I gigli del campo nel 1964 – primo interprete nero a vincere un Oscar da quando nel 1939 Hattie McDaniel aveva preso la statuetta come migliore attrice non protagonista per Via col vento – un cavalierato britannico nel 1974 e la medaglia della libertà nel 2009. «Apripista» è la parola più usata per celebrare la vita di Poitier, e nessuno può negare che se la sia guadagnata.

Ma sarebbe sbagliato pensare che sia ricordato in termini solenni come una figura importante principalmente perché ha «aperto la strada» ad altri attori neri, anche se è innegabile che l’abbia fatto. Come disse Denzel Washington quando vinse l’Oscar come miglior attore per Training Day nel 2002, il primo non bianco dopo Poitier a vincere il premio, «Ti seguirò sempre, Sidney. Seguirò sempre le tue orme. Non chiedo altro…».

Concentrarsi così tanto sulla sua importanza storica appare doveroso, ma non c’è niente di doveroso quando si parla di Sidney Poitier. La cosa principale da ricordare è che era una favolosa star del cinema. Era bello in maniera accecante, intelligente, magnetico, gentile, soave, divertente e, soprattutto, in grado di sprigionare una forza etica di fronte a ogni tipo di attacco, cosa che lo rendeva ideale per ruoli da protagonista. Sprigionava un meraviglioso bagliore di rabbia giusta, e che voce: un baritono roco ed espressivo che rendeva i versi memorabili. Ascoltatelo ne I Gigli del campo mentre interpreta un tuttofare laborioso che ordina una colazione abbondante dopo aver digiunato per un giorno intero: l’intensità della sua richiesta, con un pizzico di gioiosa anticipazione, soffermandosi sulle abbondanti uova, salsicce e toast e litri di caffè e succo d’arancia: «Ho detto spremuto fresco!».

È stato meraviglioso vedere il modo in cui Poitier è apparso più umano in film con passaggi umoristici, altrimenti rischiava quasi di sembrare quasi troppo bello per essere vero. È risaputo che era figlio di poveri coltivatori di pomodori delle Bahamas, e gli piaceva raccontare di quando arrivava in America con tre dollari in tasca e lavorava come bidello all’American Negro Theatre solo per poter mettere piede là dentro. Fin dall’inizio, nei film, sembrava sempre un principe in esilio; be’, se i principi fossero mai stati gli esseri superiori che dicono di essere. Così alto, così proporzionato, così aggraziato, e indossava abiti da sogno. Era simile a un dio anche con una maglietta bianca e jeans, e nessuno tranne Cary Grant poteva vestire con lo stesso portamento disinvolto di Poitier.

Le sue perfezioni sono servite all’industria cinematografica statunitense in un momento difficile. Durante l’era dei diritti civili degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta gli studios di Hollywood hanno sperimentato tentativi di creare grandi star del cinema nero. Dorothy Dandridge ha rappresentato un tentativo riuscito per poco tempo, e un altro è stato il grande amico di Poitier, Harry Belafonte. Poitier alla fine sarebbe diventato la prima star del cinema nero davvero importante e duratura, non solo per il suo straordinario carisma e talento, ma anche perché poteva essere scelto per interpretare credibilmente il «Santo Nero», figura di virtù e dignità impeccabili, o uno dei suoi ruoli più famosi, in Indovina chi viene a cena?. Il regista Stanley Kramer ha ammesso che la strategia di questa commedia su un matrimonio interrazziale consisteva nel presentare un uomo afroamericano talmente ammirevole che solo un razzista poteva rifiutarlo come genero.

Insomma, proprio la strategia che ha contribuito a renderlo una grande star gli ha allontanato sempre più i membri originali della comunità nera e lo ha reso obsoleto come protagonista negli anni Settanta, sebbene abbia intrapreso una carriera di successo come regista.

I critici non hanno ricordato che Poitier in realtà aveva interpretato ruoli piuttosto vari nella sua carriera. Non veniva scelto solo per interpretare un medico brillante, benestante e acclamato a livello internazionale che svolge un lavoro altruistico per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è anche l’immagine della sensibilità e della comprensione, come in Indovina chi viene a cena?. In Il seme della violenza (1955), ha vestito i panni di uno studente delle superiori che è il capo della banda di giovani delinquenti che fanno pensare alla nuova insegnante idealista (Glenn Ford) che avrebbe dovuto fare un altro mestiere. In La parete di fango (1958), ha interpretato un detenuto disperato in fuga dalla prigione incatenato a un razzista bianco (Tony Curtis). In Un grappolo di sole (1961), ha avuto il ruolo elettrizzante, nato a Broadway, dell’uomo di famiglia arrabbiato e frustrato della classe operaia che lotta contro ogni previsione per dare una vita migliore a sé stesso e alla sua famiglia.

Poitier si è proiettato verso la fama dal suo primo ruolo in Uomo bianco, tu vivrai! (1950), un film noir con Richard Widmark. Lo sceneggiatore e regista Joseph Mankiewicz aveva riconosciuto fin dall’inizio in Poitier molte delle qualità che avrebbero definito il suo personaggio da star, come la sua capacità di proiettare un’intelligenza curiosa e una forza morale in grado di resistere a pressioni tremende. Poitier interpretava il primo dottore nero in un ospedale urbano della contea che ha la sfortuna di curare una coppia di prigionieri feriti in una rapina fallita, uno dei quali muore. Suo fratello, un feroce razzista interpretato da Widmark, incolpa il dottore e lo attacca senza tregua (Widmark, famoso per la sua capacità di interpretare psicotici spaventosi nei film noir, era in realtà un ex insegnante gentile che si scusava di continuo con Poitier praticamente dopo ogni scena per tutti i terribili insulti che doveva scaricargli adosso).

Poitier ha interpretato in modo memorabile scene intense di ansia e insicurezza in Uomo bianco, tu vivrai!, come quando confessa a sua moglie la pressione finanziaria ed emotiva del dover avere avere successo come medico dopo che lei lo ha sostenuto durante tutta la scuola di medicina, o quando trasmette la sua consapevolezza di avere un solo vero sostenitore in ospedale: gli altri amministratori lo tengono d’occhio in attesa di ogni errore possibile. Si è trattato del primo di molti film in cui Poitier ha subito attacchi razzisti al vetriolo, verbali oltre che fisici, con quello che sarebbe diventato il suo caratteristico stoicismo dagli occhi ardenti, con crescente malcontento di molti nella comunità nera. Poitier ha detto che sua madre, quando finalmente vide Uomo bianco, tu vivrai!, si è alzata e ha gridato allo schermo: «Colpiscilo, Sidney! Colpiscilo! Non gli hai mai fatto niente!».

James Baldwin nella raccolta di saggi The Devil Finds Work scrive che il pubblico nero si era irritato per alcuni aspetti del comportamento sullo schermo di Poitier che sembravano progettati per placare il pubblico bianco. Ad esempio, alla fine de La parete di fango, dopo che i detenuti hanno tagliato le catene e sono diventati amici, il personaggio di Poitier riesce a correre abbastanza veloce da saltare su un treno merci in movimento che lo porterà in libertà, ma il suo amico non ce la fa. Secondo Baldwin,

Il pubblico bianco liberal ha applaudito quando Sidney, alla fine del film, è saltato giù dal treno per non abbandonare il suo amico bianco… Il pubblico di Harlem si è indignato e ha urlato: Ritorna sul treno, stupido!

Nel 1967 il drammaturgo nero Clifford Mason scrisse un editoriale, pubblicato sul New York Times, chiedendosi «Perché l’America bianca ama così tanto Sidney Poitier?». Mason insinuava che l’intera carriera di attore di Poitier fosse umiliante:

In tutti questi film è stato una vetrina [N-word], a cui è stato dato un abito pulito e una purezza di intenti totale in modo che, come un cucciolo maltrattato, ricevesse tutta la simpatia e che i bianchi cattivi fossero solo tanti Simon Legrees [il cattivo de La Capanna dello Zio Tom, Ndt].

Ironia della sorte, il 1967 fu l’anno in cui Poitier iniziò a girare film che sembravano rispondere alle accuse contro di lui. In La calda notte dell’ispettore Tibbs, in cui interpretava Virgil Tibbs, un detective della omicidi di Filadelfia incaricato di aiutare un poliziotto del Mississippi (Rod Steiger) fuori di sé, il personaggio di Poitier esige rispetto dai bigotti bianchi che lo chiamano «ragazzo» o in modi ancora peggiori, dicendo che dalle sue parti: «Mi chiamano ispettore Tibbs!».

La battuta è diventata parte del marketing del film e il titolo del sequel del film (anche se in Italia è diventato Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs) a suo modo memorabile come il famoso schiaffo di cui si parlò in tutto il mondo. Quando Poitier nei panni di Tibbs viene schiaffeggiato dal proprietario di una piantagione bianca che stava interrogando e lui reagisce immediatamente, si diffuse in anticipo la voce che il film era assolutamente da vedere solo per quella scena senza precedenti. Poitier ha affermato di aver insistito sulla risposta violenta del suo personaggio alla violenza subita.

Secondo il regista di La calda notte dell’ispettore Tibbs Norman Jewison, che è rimasto amico e ammiratore di Poitier per tutta la vita, dietro le quinte la situazione era drammatica quanto sullo schermo. Poitier aveva inizialmente chiarito che non avrebbe girato il film, ambientato nel Mississippi, in nessuna parte del sud. La partecipazione di Poitier al movimento per i diritti civili era ampiamente nota e lui e il suo amico di lunga data Harry Belafonte nel 1964 avevano subito minacce nel delta del Mississippi durante la consegna di fondi allo Student Nonviolent Coordinating Committee (Sncc).

In osservanza ai desideri di Poitier, la maggior parte del film è stata girata lungo il fiume Mississippi, ma in Illinois. L’eccezione era una sequenza ambientata nei campi di cotone di cui Jewison aveva bisogno e che non poteva girare a nord. Nella piccola città del Tennessee scelta come location per quattro giorni, era impossibile trovare una stanza per Poitier nell’unico hotel della città, che portava un cartello sulla porta con la scritta «Whites Only».

L’intero cast e la troupe hanno dovuto recarsi in un vicino Holiday Inn che avrebbe ospitato Poitier, ma sono stati comunque oggetto del terrore razzista da parte della gente del posto che si è recata lì a bordo di furgon per gridare, suonare il clacson e scatenare l’inferno. Allarmato, Jewison riunì i membri dello staff più grossi per sorvegliare la stanza di Poitier. Jewison dice che assicurò Poitier: «Non preoccuparti, Sidney. Abbiamo tutto sotto controllo. Ti proteggeremo. Tutto andrà bene». Poitier rispose: «Ho una pistola sotto il cuscino e farò saltare in aria il primo tizio che entra da quella porta».

Questo accadeva all’apice della carriera di attore di Poitier. Nel 1967 uscirono tre dei suoi successi più importanti: La calda notte dell’ispettore Tibbs, La scuola della violenza e Indovina chi viene a cena?. Le asprezze della vita reale di Poitier, se fosse stata conosciuta, avrebbe potuto fare la differenza nella sua reputazione dell’epoca.

L’altra grande causa di frustrazione nella carriera di attore di Poitier erano le scene d’amore, o la loro mancanza. Il suo tremendo fascino come protagonista romantico è stato gestito con ansia come se fosse dinamite. Ad esempio, in I gigli del campo, Poitier interpreta un tuttofare itinerante di nome Homer Smith che si trova ad affrontare un mucchio di suore che all’inizio reclamano il suo aiuto con alcuni lavoretti e finiscono per chiedere che costruisca loro una cappella. Introdurlo in una narrazione con le suore era uno dei tanti modi ingegnosi per impedire a Poitier di avere tresche sullo schermo o interazioni fisiche tra lui e qualsiasi co-protagonista attraente. In La vita corre sul filo, ad esempio, Poitier veste i panni di uno studente universitario che si offre volontario per gestire un numero verde anti-suicidi, e cerca di salvare la vita di una donna che chiama (Anne Bancroft) dopo avere assunto un’overdose e vuole parlare con qualcuno prima di morire.

Anche quando si trattava di mettere in scena progetti con relazioni amorose incluse nelle narrazioni, Poitier era spesso arrabbiato e deluso nello scoprire che erano stati riscritti o modificati in seguito per rimuovere qualsiasi contenuto sessuale. Una scena di bacio tra il suo personaggio e una donna cieca analfabeta e maltrattata (Elizabeth Hartman) che sta aiutando in Incontro al Central Park (1965) venne tagliata. L’autore del romanzo autobiografico da cui è stato tratto La scuola della violenza, ER Braithwaite, non amava la versione cinematografica di grande successo a causa di quello che considerava il suo eccessivo sentimentalismo, oltre al modo timido in cui evitava la storia d’amore di cui aveva scritto con una collega insegnante, che era bianca.

La storia venne annacquata anche quando Poitier riuscì a interpretare un personaggio con una vita sessuale, come in Paris Blues (1961), con due coppie coinvolte, una nera e una bianca, nella scena jazz di Parigi. Il materiale originale riguardava in realtà le coppie interrazziali. Un tale contesto culturale fa capire come Indovina chi viene a cena? potesse essere considerato controverso o audace. Nella prima scena, Poitier e la sua fidanzata bianca si baciano appassionatamente sul sedile posteriore di un taxi, col tassista a bocca aperta sbalordito.

Ma pur rendendo casti i personaggi di Poitier nei film, non c’era modo di renderlo meno bello di quanto non fosse. È un piacere particolare tornare indietro e guardare i film di Poitier, al di fuori del crogiolo del suo tempo, solo per vedere con quanta facilità controlla lo schermo e indugia sui suoi doni abbaglianti. Alcuni dei suoi film più importanti, come Il giglio del campo e La scuola della violenza, potrebbero rappresentare il massimo del liberalismo sentimentale, ma sono anche avvincenti. E adesso che la questione attorno all’immagine della star «perfetta» di Poitier è meno tesa e dolorosa, se non altro perché ha «aperto la strada» a un certo numero di star nere di Hollywood che rappresentano una gamma molto più ampia di comportamenti e caratteristiche umane, compresi tutti i loro difetti e fragilità, possiamo gustare la sua rara squisitezza.

*Eileen Jones si occupa di critica cinematografica per Jacobin Usa. Ha scritto il libro Filmsuck Usa. Insegna alla University of California, Berkeley. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.