Omer Bartov è uno dei massimi esperti mondiali di genocidio e Olocausto. Professore di Storia alla Brown University, ha scritto ampiamente su nazionalismo, violenza politica e memoria storica.
Nel suo libro Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele (Laterza, 2026), Bartov analizza l’evoluzione del sionismo da un movimento che si fondava su principi universalistici per l’autodeterminazione ebraica, a quella che egli considera un’ideologia statale sempre più militarizzata, espansionista ed escludente. Sostiene che l’attuale crisi di Israele affonda le sue radici non solo nei recenti sviluppi politici, ma anche nelle scelte fondanti compiute al momento della creazione dello Stato.
In questa intervista con Elias Feroz per Jacobin, Bartov discute della trasformazione storica del sionismo, dell’ascesa di figure di estrema destra come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e dei limiti dell’opposizione politica in Israele.
Nel libro lei descrive suo padre come «l’ultimo sionista» e ritrae Benjamin Netanyahu come «il grande distruttore del sionismo come lo intendeva mio padre» . Esattamente, cosa pensa sia scomparso dal sionismo odierno? E crede che la versione rappresentata da suo padre possa ancora esistere politicamente in Israele?
Penso che quella versione appartenga al passato e non credo che il sionismo possa essere riparato o resuscitato. Non voglio idealizzare [l’interpretazione di mio padre]. Era un movimento nazionale ed etnonazionale e, come tutti i movimenti di questo tipo, conteneva elementi violenti. Ma aveva anche forti componenti socialiste e si basava su appelli dell’umanitarismo, ai diritti umani e allo stato di diritto. Ciò che è diventato oggi è diverso. In primo luogo, si è trasformato da movimento in ideologia di Stato. È diventato sempre più militarista, espansionista e razzista. Dopo il 7 ottobre, è stato anche usato per giustificare il genocidio.
A partire dal movimento Gush Emunim [il «Blocco dei Fedeli» ultranazionalista che dagli anni Settanta ha promosso la costruzione di nuovi insediamenti] e dal progetto di insediamento in Cisgiordania, il sionismo è stato gradualmente, nel corso del tempo, strumentalizzato da una particolare componente religiosa. Ciò ha trasformato non solo il sionismo, ma l’ebraismo stesso, in un’ideologia fanatica, messianica, razzista e suprematista ebraica, estranea a qualsiasi forma di ebraismo esistente dai tempi dei Romani.
Alcuni elementi [del sionismo odierno] assomigliano ad aspetti dell’ideologia dello Stato iraniano e di certi ideologi di Hamas. C’è una strana convergenza tra questa trasformazione del sionismo e alcune forme di fondamentalismo islamico. Questa combinazione tra il sionismo, inteso come ideologia sempre più razzista e militarista, e un nuovo tipo di ebraismo – un tipo che non sarebbe stato riconosciuto dai miei nonni ortodossi e che non potrebbe mai essere adottato dalla maggior parte degli ebrei che vivono fuori da Israele – lo ha trasformato in un’ideologia completamente insostenibile. Uno Stato controllato da questo tipo di ideologia è destinato a comportarsi come si sta comportando Israele, e di fatto sta diventando uno Stato paria.
Sostiene che prima del 1948 il sionismo avesse due volti: un movimento di liberazione e un progetto etnonazionalista di stampo coloniale, e che dopo la fondazione dello Stato quest’ultimo abbia progressivamente dominato la politica israeliana. Cosa spiega questo cambiamento?
Nel 1948, Israele si trovò di fronte a una scelta. Aveva creato uno Stato a maggioranza ebraica attraverso la guerra e la pulizia etnica. Era poi diventato uno Stato riconosciuto e legittimo all’interno della comunità internazionale. A quel punto, il sionismo aveva di fatto raggiunto il suo obiettivo principale: la creazione di uno Stato a maggioranza ebraica. Il passo successivo avrebbe potuto essere quello di costruire uno Stato che servisse tutti i suoi cittadini in modo equo. Una possibile espressione di ciò sarebbe stata una costituzione che incarnasse la carta dei diritti promessa nella Dichiarazione d’Indipendenza. Ma nessuna costituzione fu mai adottata. Israele non definì mai formalmente i propri confini. Come altre ideologie che salgono al potere, il sionismo ha acquisito slancio una volta radicatosi nelle istituzioni statali. Non era inevitabile. Abbiamo assistito a tentativi, soprattutto negli anni Novanta, sia di approvare leggi costituzionali sia di raggiungere un compromesso sui territori occupati, ma sono falliti tutti. E in seguito, certamente dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin e dopo la seconda intifada, il sionismo è diventato sempre più razzista e violento e, come abbiamo visto dopo il 7 ottobre, anche genocida.
Nel suo libro definisce spesso l’assenza di una Costituzione israeliana un errore storico. Cosa pensa che cambierebbe se Israele avesse una Costituzione?
Non possiamo dirlo con certezza. Ci sono stati paesi che hanno avuto Costituzioni che non necessariamente impedivano loro di compiere azioni malvagie, sia contro i propri cittadini che contro altri paesi. Credo però che, se Israele avesse avuto una Costituzione nello spirito della sua Dichiarazione d’Indipendenza, sarebbe stato molto più difficile attuare le politiche che ha immediatamente iniziato a implementare. Soprattutto, sarebbe stato difficile mantenere il dominio militare sui cittadini palestinesi rimasti per vent’anni, perché sarebbe stato chiaramente incostituzionale. E la Corte suprema, vincolata da una tale Costituzione, avrebbe potuto trovare molto più difficile giustificarlo.
Avrebbe anche potuto rendere il paese più propenso a trovare una qualche forma di restituzione, o rimpatrio parziale, dei palestinesi espulsi nel 1948. Inoltre, per ragioni costituzionali, avrebbe reso molto difficile per la Corte suprema, dopo il 1967, sancire lo status dei coloni ebrei in Cisgiordania, cosa che di fatto è avvenuta. La Corte è stata complice della creazione di quello che è diventato l’apartheid in Cisgiordania. Anche una costituzione avrebbe reso tutto ciò molto più difficile, senza la necessità di modifiche sostanziali alla Costituzione stessa.
Avrebbe avuto anche implicazioni per questioni interne, come la limitazione del potere degli ultraortodossi. Israele, per molti aspetti, ha già leggi teocratiche: il matrimonio civile, ad esempio, non esiste. Tutto ciò, ovviamente, rientra nel regno del possibile. Le Costituzioni possono essere rovesciate o modificate. Ma credo che sarebbe stato più difficile per il sionismo e per lo Stato evolversi come hanno fatto.
L’altro elemento sono i confini. Una Costituzione avrebbe potuto definire i confini dello Stato, un’ipotesi a cui David Ben-Gurion si era fortemente opposto. Invece, Israele ha sempre avuto solo linee di cessate il fuoco, accettate nella pratica ma non veri e propri confini in senso costituzionale. Se si guarda agli Stati uniti, ad esempio, sono state approvate leggi che violavano chiaramente la Costituzione, ma alla fine la Costituzione è «tornata in vigore». Quindi, si crea un quadro giuridico che Israele non ha mai avuto.
Oggi, quando si pensa al sionismo, molti lo associano sempre più a figure come Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich o Benjamin Netanyahu. Recentemente, il comportamento di Ben-Gvir nei confronti degli attivisti della Flotilla – compreso il modo in cui li ha trattati e descritti pubblicamente – ha suscitato notevole indignazione internazionale, soprattutto in Europa. Eppure, la sua retorica disumanizzante nei confronti dei palestinesi è documentata da anni. Cosa significa che figure come Ben-Gvir non solo si considerano rappresentanti del sionismo, ma sempre più anche rappresentanti dell’ebraismo stesso, confondendo spesso la distinzione tra i due termini?
Ci sono state numerose segnalazioni – come l’articolo di Nicholas Kristof sul New York Times – di maltrattamenti e persino violenze sessuali contro i prigionieri palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre, e su vasta scala. Ma i paesi europei non hanno quasi detto nulla al riguardo. Solo quando i cittadini europei sono stati maltrattati – e Ben-Gvir è stato, francamente, abbastanza arrogante da pubblicare un video dell’accaduto – hanno finalmente reagito. E anche in quel caso, non ho visto molti altri interventi. Questo, quindi, dice qualcosa anche sulle reazioni europee al comportamento israeliano. Ben-Gvir rappresenta proprio questa dinamica. Dieci anni fa era sotto inchiesta da parte dei servizi di sicurezza israeliani, con diverse accuse a suo carico, noto come estremista e violento criminale che non avrebbe mai dovuto ricoprire cariche pubbliche. Ora è a capo del sistema carcerario e di polizia. Ed è popolare. Non solo lui. Forse il 30% della popolazione concorda apertamente con lui. Altri potrebbero vergognarsi di lui, ma non sono fortemente in disaccordo con ciò che viene fatto, soprattutto non quando si tratta di [ingiustizia nei confronti dei] palestinesi. Potrebbero non apprezzare il suo estremismo, ma accettano la direzione intrapresa.
E ciò che è già accaduto, ancor prima del 7 ottobre, è che le tattiche un tempo usate contro i palestinesi vengono sempre più utilizzate contro gli ebrei all’interno di Israele. Così i cittadini ebrei – sia liberali che laici – hanno iniziato a comprendere, almeno in parte, cosa significhi essere palestinesi in quel sistema. E la maggior parte di loro si è adeguata, in parte per paura.
Pensa che farebbe qualche differenza se al posto di Netanyahu venisse eletto qualcun altro?
L’opposizione ora afferma che non si alleerà con i partiti arabi, ma se non li includesse non sarebbe in grado di formare un governo. Non vogliono farlo in parte perché sono razzisti, e in parte perché temono i loro elettori, che sono anch’essi razzisti. Ma sarebbero costretti a farlo, e credo che alla fine lo faranno.
Che differenza farebbe?
Per quanto riguarda i palestinesi occupati, credo che i cambiamenti, se ce ne fossero, sarebbero minimi. Per quanto riguarda i cittadini palestinesi di Israele, penso che un cambiamento potrebbe esserci. Un diverso ministro della polizia – come si chiamava prima, invece di «sicurezza nazionale», un’invenzione di Ben-Gvir – potrebbe fare la differenza. Sotto il precedente governo di Naftali Bennett, di breve durata, si tentò di utilizzare la polizia per affrontare la violenza delle bande criminali nelle comunità arabe all’interno di Israele, una situazione che ha raggiunto livelli molto gravi. Questa situazione potrebbe cambiare di nuovo. Potrebbe esserci un rallentamento nell’erosione dello stato di diritto e un tentativo di porre un freno a una forza di polizia attualmente fuori controllo. Potrebbe anche essere leggermente più sensibile alle pressioni esterne, perché Netanyahu sta lottando per la sua sopravvivenza politica. Sta mettendo al primo posto i propri interessi. Un altro leader, anche di destra come Bennett, potrebbe essere più aperto alle pressioni esterne, perché non si troverebbe a lottare per la propria sopravvivenza immediata.
Ma alla lunga, nulla di tutto ciò sarebbe sufficiente. La politica israeliana cambierà solo con la pressione esterna sotto forma di sanzioni. Personalmente, un cambio di governo potrebbe rendermi possibile tornare a visitare Israele. Al contrario, se Netanyahu dovesse vincere, credo che molti israeliani lascerebbero il paese e probabilmente non potrei più tornarci, dato che un altro governo guidato da Netanyahu potrebbe significare la fine della democrazia e dello stato di diritto in Israele per molti anni a venire.
La sua prospettiva e le sue opinioni sulle azioni di Israele a Gaza sembrano essere un’eccezione nella società israeliana. Sembra molto difficile, per un israeliano, giungere alle sue conclusioni, soprattutto considerando che l’identità e la storia palestinese sono spesso ignorate nella società israeliana, in particolare la Nakba. Quando ha appreso per la prima volta della Nakba e quando ha iniziato a interessarsi alla società e alla storia palestinese?
Da giovane non conoscevo nessun palestinese. Credo che tutto sia iniziato all’università, quando ero studente. Il mio primo vero incontro è stato come soldato di occupazione. Ho prestato servizio in Cisgiordania e a Gaza. Direi che mi sentivo a disagio, ma non posso dire di averci riflettuto a fondo all’epoca. Pensavo che l’occupazione fosse sbagliata anche prima di entrare nell’esercito. Quindi, intorno al 1970-71, quando frequentavo le superiori, facevo parte di piccoli gruppi che erano già contrari all’occupazione. Ma eravamo molto giovani. Non c’erano palestinesi coinvolti. Si trattava solo di studenti ebrei di estrazione laica ashkenazita. Il mio pensiero politico si è sviluppato più tardi. Mi sono unito a Peace Now nel 1977-78, come uno dei membri fondatori. A quel tempo, era solo un movimento ebraico. Non c’erano palestinesi coinvolti. Si trattava principalmente di pace con l’Egitto. Un punto di svolta fondamentale per me fu la prima Intifada nel 1987. L’idea di dover reprimere i manifestanti palestinesi come ufficiale di riserva non mi attirava affatto. Andai invece negli Stati uniti con una borsa di studio. Ma anche allora, il contatto diretto con i palestinesi arrivò molto più tardi. Direi che le interazioni più intense sono iniziate solo intorno al 2015. Ciò avvenne attraverso un progetto di ricerca che organizzai alla Brown University, dove misi insieme studiosi israeliani, ebrei, palestinesi e di altre nazionalità. Fu allora che iniziai a conoscere le persone non solo a livello intellettuale, ma anche personale, come colleghi e a volte come amici. E questo cambiò significativamente le cose.
Dall’annuncio del cessate il fuoco dello scorso anno, si contano oltre mille palestinesi uccisi a Gaza e migliaia feriti. In che modo questa continua violenza influenza la sua valutazione su se quanto sta accadendo a Gaza costituisca un genocidio? E, a suo parere, il genocidio è finito?
Ho concluso che il genocidio era già in corso nell’estate del 2024. Ciò che è accaduto dopo il cessate il fuoco significa, come ha detto, che la violenza continua in termini di uccisioni. C’è anche una violenza in termini di condizioni disumane. Sappiamo che le Forze di Difesa Israeliane hanno spostato la «linea gialla» sempre più all’interno di quello che avrebbe dovuto essere il territorio palestinese rimanente a Gaza. Recentemente, Netanyahu ha affermato che Israele controllerà il 70%.
Per certi versi, ciò che Israele sta facendo ora è la stessa cosa, ma con altri mezzi. Sta ancora cercando di fare ciò che ha cercato di fare fin dall’inizio: attuare una pulizia etnica, allontanare la popolazione da Gaza e, poiché questa popolazione non ha un posto dove andare, sta creando condizioni di vita invivibili. Lo ha fatto in passato attraverso la distruzione, e ora continua con altri mezzi. Non ha scelto di fermarsi; è stato costretto, in parte da Donald Trump, a interrompere la fase di distruzione su larga scala. Quindi, ora sta rendendo la vita invivibile. La politica di pulizia etnica continua. Ha le stesse dimensioni strutturali e sociali. Non sappiamo nemmeno quante persone muoiano indirettamente ogni giorno a causa di queste condizioni, ma ciò potrebbe rientrare nella Convenzione sul genocidio, poiché include il causare gravi danni fisici e mentali, impedire le nascite e uccidere membri del gruppo.
Quanto al futuro, ho in mente uno scenario da incubo. Il cosiddetto piano Trump – il piano in venti punti – e altre dichiarazioni potrebbero portare alla continuazione del genocidio sotto un’altra forma. Una situazione in cui tutti ne trarrebbero profitto tranne i palestinesi. Gli Stati arabi finanzierebbero la costruzione di una cosiddetta Riviera futuristica. La forza lavoro sarebbe costituita dai palestinesi che ancora vivono lì. L’area oltre la «linea gialla», rasa al suolo, verrebbe trasformata in zone di insediamento verdi. Gli immobiliaristi e personaggi come Trump, Jared Kushner e altri, trarrebbero profitto gestendo questo progetto immobiliare.
I palestinesi verrebbero confinati nelle cosiddette città umanitarie e in seguito diventerebbero di fatto la forza lavoro – occupandosi della pulizia e della manutenzione dell’area, e così via – per coloro che arriverebbero dall’Europa e dagli Stati uniti per godersi la costa. Sarebbe una prospettiva terrificante, non solo per i palestinesi, ma anche per chiunque rifletta su future forme di violenza e espropriazione in cui alla distruzione segue il profitto.
Le attuali operazioni delle Forze di Difesa Israeliane in Libano sembrano rispecchiare alcuni aspetti della loro strategia a Gaza.
Da un lato, Israele sta facendo in Libano quello che fa dagli anni Settanta. Non c’è nulla di fondamentalmente nuovo. Allora era l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che Israele cercava di distruggere, e oggi è Hezbollah, che uccide molti civili nel processo, per poi ritirarsi perché non è in grado di occupare il Libano. E questo si ripete.
D’altro canto, ci sono anche elementi che ricordano chiaramente Gaza: lo sfollamento massiccio della popolazione – oltre un milione di persone – e la demolizione sistematica delle case. Si tratta di qualcosa che è molto in linea con le tattiche di Gaza. Ma non c’è un chiaro obiettivo strategico. Questo è l’aspetto più sorprendente. Israele non distruggerà Hezbollah radendo al suolo i villaggi, così come non è riuscito a distruggere Hamas, perché non si occupa di politica, ma solo di distruzione. In questo senso, la logica è la stessa sia a Gaza che in Libano. La differenza è che non credo che Israele occuperà o annetterà parti del Libano. Non prevedo che ciò accada. Mentre a Gaza ci sono chiaramente più voci in quella direzione. E penso che il principale motore di gran parte di tutto questo, comprese le tensioni con l’Iran, sia lo stesso Netanyahu. Sta lottando per la sua sopravvivenza politica.
Dato che Israele non ha mai definito formalmente i suoi confini definitivi, in che misura questo quadro territoriale aperto influenza l’evoluzione delle operazioni militari in Libano, a Gaza e oltre?
Ovviamente, c’è chi ragiona in questi termini: si tratta di annettere territori alla Siria, al Libano, alla Giordania, rivendicandoli come terre menzionate nella Bibbia, territori tribali e così via. Ma non credo che questo sia un progetto serio e realistico. Come ho detto, il problema principale non è tanto il rapporto tra Israele e Hezbollah, o la Siria, o la Giordania, quanto il rapporto tra Israele e la Palestina. Questo è il punto centrale fin dall’inizio, dal 1948. Molti israeliani desiderano una terra senza palestinesi; questa posizione gode di ampio sostegno in Israele. Ma cambiare questo paradigma non è possibile in questo modo, perché i palestinesi non se ne andranno, e nemmeno gli ebrei.
Pertanto, è necessario esercitare una forte pressione su Israele, e tale pressione deve provenire innanzitutto dagli Stati uniti, sotto forma di sanzioni. Israele ha contribuito in larga misura a rendersi uno Stato paria, ed è sulla buona strada per essere soggetto a sanzioni che costringerebbero la società israeliana – e quindi la politica israeliana – a ripensare sé stessa e a ridefinire il paradigma che risale al 1948.
*Elias Feroz è uno scrittore freelance. Tra le altre cose, si occupa di razzismo, antisemitismo e islamofobia, nonché di politica e cultura della memoria. Questa intervista è uscita su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
Diamoci un taglio
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua.
a Jacobin Italia

