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Il talento di Mr. Mamdani

17 Giugno 2025

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Il 24 giugno si svolgeranno le primarie democratiche per il sindaco di New York. Il candidato socialista Zohran Mamdani è dato a un passo dalla vittoria. In ogni caso, la sua campagna elettorale sarà una lezione per le sinistre statunitensi

Poco più di un anno fa, ho organizzato un incontro a New York tra un membro del Congresso in visita e un gruppo di attivisti locali di tutta la sinistra. Tra i presenti c’era anche Zohran Mamdani, membro dell’Assemblea di New York.

Mamdani non era la persona più importante, e di certo non era il funzionario eletto più anziano. Ma fu subito chiaro che non era un progressista tra i tanti. Aveva qualcos’altro – difficile da descrivere senza sembrare uno spot elettorale. Carisma. Una fluida e naturale disinvoltura nel linguaggio. Una capacità di comunicare sulle questioni che lo appassionavano moralmente. Era ovvio che Mamdani non era solo un semplice organizzatore diventato legislatore. Era un politico nato, nel senso migliore del termine.

Mentre Mamdani porta avanti una campagna elettorale in forte crescita per diventare sindaco di New York, la sua candidatura sta rapidamente diventando un caso di studio di ciò che la prossima ondata della sinistra statunitense dovrebbe cercare di replicare, illustrando al contempo alcuni dei pericoli a cui andiamo incontro nei nostri sforzi per costruire una base di massa per la nostra politica.

Talento generazionale

La campagna di Mamdani è tanto innovativa nei contenuti quanto nello stile. Ha incentrato la sua corsa a sindaco sulla questione più urgente per i newyorkesi della working class: il costo della vita. Non si limita a vaghe invocazioni di equità, ma punta su tagli agli affitti, giustizia abitativa, ampliamento del trasporto pubblico e aumento del salario minimo. E lo fa senza ingraziarsi le consolidate macchine politiche della città o la sua costellazione di donatori istituzionali.

Mamdani offre una politica diversa e più combattiva di quella che i newyorkesi si aspettano dalla sua ampia rete di sinistra liberal, che ha promosso un leader di una Ong e un fondatore di una scuola charter alle elezioni del 2021. La sua esperienza come organizzatore, il suo passato da immigrato e la sua presenza teatrale (dopotutto, era un rapper) lo rendono un candidato unico e affascinante. Ma non dovremmo confondere il suo appeal solo con le vibrazioni e i video. È abilità politica, ed è rara.

Proprio come i movimenti non si costruiscono da soli, i programmi politici non si diffondono da soli. Abbiamo bisogno di più socialisti democratici che sappiano fare ciò che sa fare Mamdani: comunicare idee complesse in modo chiaro, relazionarsi con la gente comune senza servilismo e presentare una visione che appaia realizzabile e non utopica. Questo tipo di competenza non è tutto, ma è importante, e dovrebbe plasmare il modo in cui selezioniamo e sosteniamo i futuri candidati.

Riallineare la classe

Anche un candidato di sinistra convincente, con un messaggio chiaro e un forte slancio, si trova ad affrontare sfide strutturali. Come rivelano recenti sondaggi (mostrati nel recente Data for Progress sui probabili elettori Democratici a New York), Mamdani è ancora in svantaggio rispetto all’ex governatore di New York Andrew Cuomo, un uomo che si è dimesso in disgrazia, il cui periodo ad Albany è stato segnato da una politica di apparato, di scandali mortali e favoritismi aziendali, e la cui campagna elettorale ora si riduce, essenzialmente, a una scommessa sulla notorietà.

Nei dati principali del sondaggio Date for Progress, nell’ultimo turno del voto preferenziale Mamdani ottiene il 49% contro il 51% di Cuomo. In una corsa a due, è un risultato a portata di mano. Ma un’analisi più attenta delle tabelle incrociate rivela una storia più sfumata che dovrebbe destare preoccupazione per la sinistra in futuro.

Tra gli elettori con istruzione universitaria, al secondo turno Mamdani supera Cuomo (64% contro 36%). È forte tra gli elettori sotto i quarantacinque anni, dove ottiene il 78% dei consensi. Tra gli elettori bianchi, ottiene il 61% contro il 39% di Cuomo. Questo è uno schema familiare: i candidati progressisti dominano tra i collegi elettorali più giovani e istruiti. Ma Mamdani non riesce a coprire alcuni dei dati demografici più importanti se il nostro progetto vuole radicarsi saldamente nella working class, soprattutto tra le minoranze.

Cuomo ottiene il 72% dei consensi tra gli afroamericani e il 55% tra i latinoamericani. Questi numeri sono dovuti, in parte, alla notorietà del suo nome. Cuomo è da decenni una figura di spicco nella politica di New York e molti elettori lo associano ancora – nonostante il suo pessimo curriculum – a stabilità ed esperienza. Mamdani ha un tasso di gradimento netto di +43, ma non è noto al 28% dei probabili elettori delle primarie, mentre Cuomo ha un tasso di gradimento di -1, ma è universalmente noto. Eppure, l’identificazione del nome non spiega tutto. Se il nostro movimento vuole crescere, non possiamo accontentarci del predominio tra i pochi politicamente impegnati. Dobbiamo convincere coloro che sono politicamente alienati, gli scettici, le cui vite sono maggiormente influenzate dai fallimenti della governance neoliberista, ma che non sono ancora convinti che stiamo offrendo qualcosa di abbastanza diverso – o abbastanza realistico – su cui scommettere.

Il fatto che queste primarie siano destinate a essere a bassa affluenza potrebbe ironicamente essere la salvezza del candidato progressista. Proprio gli elettori con cui Mamdani ha più successo (giovani e laureati) sono quelli con maggiori probabilità di andare alle urne in questo tipo di competizione. Questo vantaggio potrebbe essere sufficiente questa volta a garantirgli la vittoria. Ma se vogliamo governare, non fare solo campagna elettorale, dobbiamo entrare in un legame più organico con l’elettorato working class che speriamo di contribuire a organizzare.

Dal Bronx al Northeast Kingdom

Parte di questa incapacità di raggiungere gli elettori disimpegnati potrebbe essere dovuta al messaggio. Ma il programma di Mamdani è solido e già fortemente concentrato su come soddisfare i bisogni materiali e su come denunciare i cattivi personaggi impopolari.

In parte, è una questione di organizzazione. La sezione newyorkese dei Democratic Socialists of America (Dsa) ha fatto passi da gigante in alcuni quartieri e ha contribuito ad alimentare la massiccia campagna elettorale di Mamdani. Ma la nostra capacità di costruire un potere politico a lungo termine dipende da un lavoro costante, duraturo e a livello di quartiere, in ogni parte della città, non solo dall’iperattività durante i cicli elettorali e dalla sensibilizzazione digitale.

Certo, in parte è merito del candidato. Mamdani è un raro politico socialista, come Bernie Sanders, che ha il potere di affascinare e commuovere le persone. Ma è un trentatreenne senza alcuna esperienza dirigenziale. Molti appartenenti alla classe lavoratrice, che hanno più da perdere da una cattiva amministrazione, sono scettici per ragioni razionali.

Tuttavia, la traiettoria politica di Sanders nel Vermont offre un utile parallelo. Agli inizi, ha dovuto ritagliarsi un consenso in uno Stato molto più conservatore di quanto sembri oggi. Ha trascorso anni a costruire lentamente e metodicamente la fiducia nelle comunità operaie, da Burlington alle piccole città in difficoltà economica del Northeast Kingdom. Il suo messaggio ha avuto risonanza proprio perché si è concentrato instancabilmente sui problemi concreti che i cittadini comuni del Vermont si trovano ad affrontare: lavoro, alloggi, assistenza sanitaria e salari. Ha costruito una base di sostenitori che forse non condividevano la sua retorica socialista o il suo impegno ideologico, ma che si fidavano di lui e si riconoscevano nella sua critica della disuguaglianza americana.

La sfida odierna di Mamdani rispecchia le prime difficoltà di Sanders: deve continuare a portare il suo innegabile carisma e la sua lucida piattaforma politica nelle comunità che vanno oltre le roccaforti progressiste, organizzando pazientemente la working class newyorkese il cui sostegno definirà in ultima analisi il suo futuro (e quello del nostro movimento).

Mamdani ha dimostrato che è possibile costruire una campagna elettorale che sia allo stesso tempo insurrezionale e competente. Ma che vinca o perda le primarie, ci saranno lezioni importanti da trarre a posteriori. Non stiamo costruendo un club. Stiamo costruendo un movimento. E questo significa capire come raggiungere l’intera ampiezza della working class.

Qualunque cosa accada il 24 giugno, dovremmo celebrare un candidato straordinario con un futuro luminoso davanti a sé. Ma per rilanciare il socialismo democratico in America, dovremmo anche saper incrociare le tabelle elettorali.


*Bhaskar Sunkara è il fondatore e direttore di Jacobin, il presidente della rivista Nation e l’autore di The Socialist Manifesto: The Case for Radical Politics in an Era of Extreme Inequality. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.