Cinque mesi. Tanto ci è voluto a Donald Trump per trascinare gli Stati uniti in un’altra guerra, dopo aver promesso che avrebbe «fermato il caos in Medio Oriente». Trump al suo insediamento aveva proclamato di voler essere ricordato come un «costruttore di pace», ma non c’è stato bisogno di attendere neanche sei mesi di mandato per vedere la cosa che aveva promesso a tutti di non fare, e sulla quale ha costruito la sua immagine politica.
Ma la grande avventura di Trump in Medio oriente rischia di finire anche peggio di quella di George W. Bush. L’umore degli statunitensi non è paragonabile a quello del 2003, e la Casa Bianca di Trump non ha fatto nemmeno un piccolo sforzo per renderlo tale. Bush era enormemente popolare, con indici di gradimento tra il 70 e l’80 per cento, quando decise di invadere l’Iraq. Grazie a una campagna di propaganda ben orchestrata e durata un anno, un’ampia maggioranza aveva sostenuto la sua guerra e le menzogne che la sostenevano.
Trump, al contrario, è finito sotto il giudizio degli elettori e sta perdendo popolarità, mentre il suo tentativo appena accennato di convincere l’opinione pubblica che l’Iran doveva essere attaccato fa capire che la maggior parte del paese è contraria, persino la maggioranza dei Repubblicani e i suoi elettori. Il calo del consenso di Trump potrebbe aiutare a spiegare perché ha deciso di prendere questa decisione sciocca e illegale: la guerra è il trucco più vecchio per un leader in difficoltà alla disperata ricerca di un aumento di popolarità. Ma questa mossa non è destinata a andare a suo favore più di altre scommesse politiche ad alto rischio che ha intrapreso per apparire forte. Il caso più recente: la decisione di inviare truppe nelle strade americane per sedare i manifestanti a Los Angeles, che ha avuto un impatto spettacolare sulla sua reputazione politica.
Siamo solo all’inizio di quella che potrebbe rivelarsi una spirale lunga e distruttiva. Non saranno Trump o i suoi tre sottoposti, che lo sostengono mentre annuncia la decisione in tv, a combattere questa guerra. Hanno preso questa decisione avventata e sconsiderata giocando d’azzardo con la vita di oltre 40.000 soldati statunitensi sparsi nella regione, che ora saranno il bersaglio di qualsiasi rappresaglia futura.
Stando alle dichiarazioni pubbliche, Trump e il suo team sembrano ritenere che i loro attacchi ai siti nucleari iraniani di ieri sera siano episodi una tantum, quello che a Washington chiamano un colpo «limitato», non una guerra su vasta scala. Hanno avvertito l’Iran di non reagire, saranno colpiti ancora più duramente se lo faranno. Questo è quanto. Chiudiamo il caso.
Il problema per Trump è che lui e la politica estera statunitense, almeno nell’ultimo anno, hanno creato ogni disincentivo possibile all’Iran per reagire in modo misurato e moderato. L’Iran è un regime repressivo e teocratico che non rappresenta un modello di governo per nessuno, ma è innegabile che abbia risposto a ripetute e gravi provocazioni con quella che gli analisti di politica estera chiamano «moderazione», ovvero, violenza di vasta portata secondo la definizione di chiunque ma di gran lunga inferiore a quella subita, e con modalità studiate per evitare lo scoppio di una guerra più vasta.
La leadership iraniana ha agito così perché è nel suo interesse: non cerca una guerra totale, sia per preservare l’esistenza dello Stato iraniano, sia perché era previsto che prima o poi si avviassero dei colloqui per rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano, stracciato da Trump nel 2018.
Ma l’Iran non ha ottenuto alcun vantaggio da questo approccio, visto che Israele ha risposto a questa moderazione con ulteriori provocazioni e Trump ha utilizzato i colloqui sul nucleare come stratagemma per ammorbidire l’Iran in vista di un altro attacco israeliano (e ora anche statunitense), mentre il governo iraniano lotta per la propria sopravvivenza.
In questo contesto la moderazione è, nel migliore dei casi, un’impresa ardua. Ma ora appare particolarmente poco attraente per la leadership iraniana, che potrebbe benissimo ripensare alle scelte relativamente moderate che l’hanno portata a questo punto disastroso, e terrà conto delle azioni di Trump delle ultime settimane, che hanno causato un crollo totale della fiducia in Washington e reso poco convincenti le richieste occidentali di tornare al tavolo delle trattative.
Ciò che accadrà dipenderà da come decideranno di reagire. I leader iraniani potrebbero benissimo optare per la scelta meno distruttiva. Tuttavia, anche se lo facessero, saremmo entrati in un mondo nuovo e più pericoloso.
Le possibilità di un accordo tra Stati uniti e Iran sembrano essere esplose insieme a ciò che le bombe di Trump hanno distrutto, che di certo non era il programma nucleare iraniano, come funzionari israeliani e statunitensi hanno ammesso tranquillamente la mattina dopo. Gli attacchi di Trump hanno creato lo scenario peggiore: ossia non sono riusciti a rallentare il programma di arricchimento nucleare iraniano ma hanno probabilmente convinto la sua leadership che deve correre verso una bomba nucleare, dal momento che il comportamento di Trump e di Israele ha dato loro ogni incentivo a farlo, proprio come l’intelligence statunitense aveva sostenuto prima di questo attacco.
La non proliferazione nucleare è stata bella finché è durata: chissà quanti governi hanno assistito a tutto questo, all’invasione russa dell’Ucraina e alla distruzione della Libia e dell’Iraq, e sono giunti alla conclusione razionale ma allarmante che essere armati fino ai denti come la Corea del nord (un paese sanzionato e isolato, ma mai attaccato da quando ha iniziato ad accumulare e testare armi di distruzione di massa) è una protezione migliore del diritto e delle norme internazionali che i funzionari israeliani e statunitensi hanno demolito nel corso del ventunesimo secolo.
D’altra parte, l’Iran potrebbe anche scegliere l’opzione più distruttiva e vendicarsi sulle decine di migliaia di soldati statunitensi con le cui vite Trump ha deciso di giocare d’azzardo. Se così fosse, Trump non permetterebbe quelle morti senza una rappresaglia. E anche se fosse incline a farlo, si troverebbe sotto una pressione irresistibile da parte dei suoi stessi consiglieri, della stampa e dell’intera classe politica affinché dia seguito alla minaccia di reagire ancora più duramente, che contiene quella di assassinare la Guida suprema dell’Iran. Questo è il rischio: che gli attacchi «limitati» di Trump diano inizio a un ciclo che si conclude con migliaia di famiglie statunitensi da qualche parte nel Midwest che rivedono i loro figli in bare avvolte nella bandiera.
Trump non aveva assolutamente alcuna autorità legale per fare quello che ha fatto. La Costituzione non potrebbe essere più chiara nel dire che è il Congresso a dichiarare le guerre, non un sovrano che getta il paese in un conflitto per suo capriccio personale. Trump non si è nemmeno degnato di accennare all’unica possibile giustificazione legale per questo attacco, quella di una minaccia imminente per gli Stati uniti. Invece, nel discorso col quale ha annunciato l’attacco, Trump, significativamente, ha menzionato solo la necessità di «cancellare questa orribile minaccia per Israele».
Gli statunitensi potrebbero benissimo iniziare a chiedersi perché continuano a eleggere presidenti che promettono di porre fine alle guerre e di concentrarsi sui problemi interni, ma poi continuano a essere coinvolti in guerre indesiderate, e ogni volta apparentemente peggiori e più pericolose, combattute tra l’altro per gli interessi di un paese straniero.
La prima risposta è che il nostro sistema politico è sempre più lontano dai desideri e dagli interessi del popolo che dovrebbe rappresentare, e che è sommerso dalla corruzione. Oltre al suo potere dietro le quinte, la lobby Israel First ha investito decine di milioni di dollari nelle elezioni statunitensi degli ultimi anni per influenzare i risultati a proprio favore, soffocando persino il minimo barlume di coraggio politico a Washington di sfidare la volontà di Israele su questa o su qualsiasi altra questione.
La seconda risposta porta il nome di Trump, le cui azioni dovrebbero mettere a tacere l’assurda affermazione di essere un presidente contrario alla guerra. Il fatto che Trump possa anche solo dirlo è frutto del puro caso, avendo evitato nel corso del suo primo mandato di un soffio una guerra con l’Iran che aveva quasi inutilmente iniziato. In realtà, a parte quando è in campagna elettorale, l’istinto di Trump è sempre stato propenso a sostenere la guerra: all’epoca sostenne la guerra in Iraq, prima di rendersi conto che c’era più margine politico nel criticarla; poi appoggiò il rovesciamento del governo libico prima di cambiare idea più volte sulla questione; e quando la Russia invase l’Ucraina il suo primo impulso fu che gli Stati uniti dovessero entrare in uno stallo nucleare con Mosca. Ed è stato costantemente a favore proprio di questa guerra con l’Iran, prima di essere, per un breve periodo, nell’ultimo anno contrario.
Trump è riuscito a far passare una cosa per un’altra anche grazie alla pessima opposizione che si ritrova. Dopo un decennio, dopo dieci anni dalla sua comparsa in politica il Partito democratico non ha ancora capito che deve evitare di essere più guerrafondaio di Trump, il che almeno gli permetterebbe di atteggiarsi cinicamente da pacifista per vincere le elezioni.
Leader Democratici come Chuck Schumer hanno trascorso quest’anno a istigare attivamente Trump a scatenare questa guerra e a sostenere le menzogne che i funzionari israeliani hanno usato per manipolarlo. Mentre Trump si preparava a questo attacco, la maggior parte degli esponenti Democratici di spicco è rimasta completamente e vergognosamente in silenzio, con solo poche decine di eletti che hanno sottoscritto la richiesta bipartisan di una risoluzione sui poteri di guerra per fermarlo.
Questa, e qualsiasi sanguinoso caos che ne conseguirà, è la guerra di Trump, ma è anche la guerra di Washington. È il culmine di tutto ciò che l’opinione pubblica statunitense detesta da due decenni di ciò che accade a Capitol Hill: le illusioni su Medio oriente di Bush degli anni 2000; l’ossessione per la guerra all’Iran delle lobby finanziate dai produttori di armi; il sistema mediatico che ha portato Trump a credere che gli attacchi militari lo conducano alla rispettabilità; la cricca di neoconservatori che non è mai andata a casa dopo lo spettacolare fallimento in Iraq e si è insinuata di nuovo nelle grazie di Trump, così come tra le fila della sua opposizione politica. Molte mani hanno premuto questo grilletto.
Quel che è fatto è fatto, e ora il mondo deve fare del suo meglio per resistere al caos che seguirà, finché non saremo oltre questa situazione. Considerati gli ultimi anni, e con altri tre anni e mezzo di presidenza ancora da trascorrere, è difficile essere ottimisti su ciò che ci aspetta.
*Branko Marcetic è un redattore di Jacobin e autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden (Verso, 2020). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

