La pratica del non mangiare corpi e derivati animali (carne, latte, uova, grasso, gelatina e additivi) non è mai considerata un dogma dal femminismo antispecista, né la soluzione per tutti i mali del mondo, ma una praticacontestuale. In generale, il femminismo antispecista condivide una visione politica situata, e si differenzia dall’antispecismo non femminista (per esempio quello di un autore molto noto come Peter Singer) perché ne rifugge le verità universali, e con queste il primato della ragione da cui discendono.
Non si tratta di svalutare il veganismo relativizzandolo, semmai di cogliere le molteplici possibilità di una pratica che, se intrapresa, può fare differenza, ma il cui senso e la cui efficacia cambiano molto in relazione ai contesti in cui ha luogo e dai quali sarebbe giusto non prescindere. Per chi rivendica la propria identità negata come per chi mette in discussione i privilegi identitari che possiede, partire dai contesti significa domandarsi non solo quali idee sostengano le abitudini e le pratiche della specie cui apparteniamo, ma anche interrogare le differenti storie che abitiamo per genere, etnia, classe, abilità, religione.
Veganismo anti-identitario
Il veganismo come prassi femminista antispecista prende senso dai corpi che lo praticano innanzitutto nei contesti di appartenenza, quindi nei percorsi differenti che questi possono intraprendere. Riferirsi alle possibilità non implica ignorare i privilegi che le modulano fino anche a impedirle, ma creare connessioni fra gli uni e gli altri senza fermarsi al solo piano dell’analisi. Il veganismo è sempre praticabile per quanto possibile, ma la comprensione di questo possibile deve essere impiegata per misurare quali sono i margini di azione di ciascun*, e non per giustificare l’inazione o il disfattismo.
Non si è vegani, piuttosto il veganismo si fa. Un veganismo univoco e definitorio resta identitario, ed è difficilmente declinabile nella dimensione della lotta collettiva femminista, ancor più perché il veganismo come prassi politica antispecista nasce per contrastare il suprematismo umanista del soggetto occidentale e i suoi confini ben difesi, che pongono l’altr* come sempre inferiore ed essenzialmente uccidibile. Il veganismo, d’altra parte, non si impone su nessun*, dal momento che non esiste alcuna tradizione immutabile (se non per i conservatori), che al suo interno non contenga continui aggiustamenti, prospettive multiple e incrinature trasformative.
