Cheick Sene, oggi attivista dei ragazzi baye fall e del movimento Right2be a Palermo, è nato a Louga, in Senegal, con legami familiari tra Touba (un’area rurale e centrale del Senegal) e Mbour. La sua famiglia si occupava degli eventi religiosi della comunità e la loro casa era chiamata Daru Huddos, che significa «una parte del paradiso». Il nome di Cheikh deriva direttamente da Bamba, grazie alla relazione tra il suo bisnonno e Ahmadou Bamba.
Ahmadou Bamba (1853-1927), era un religioso senegalese fondatore della confraternita islamica murid. Si rifiutò categoricamente di collaborare con il potere francese basando la sua resistenza contro il colonialismo sui principi di solidarietà e tolleranza da cui nacque, alla fine del XIX Secolo, il muridismo e successivamente il baye fallismo, duemovimenti spirituali e pratici, con il cuore pulsante proprio a Touba.
La conversione del padre di Cheikh al muridismo fu guidata dal primo nipote di Bamba. Cheikh mi racconta di essere cresciuto in una famiglia «molto organizzata e rispettata a livello comunitario e religioso». È il primogenito ed è stato formato secondo i precetti della Daria, ed è stato presto riconosciuto come riferimento spirituale della sua famiglia.
Una volta arrivato in Italia Cheikh è stato accusato di essere uno «scafista», e ha affrontato per questo diverse detenzioni, tra cui a Ragusa (il suo primo carcere) e a Palermo. È stato condannato a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni e a più di 90.000 euro di multa. La figura dello scafista ha in Italia ormai connotazioni criminalizzanti. In italiano il termine indica «colui o colei che guida lo scafo, la barca», ma nella narrazione dominante è ritratto come un «aguzzino e uno sfruttatore senza scrupoli», ritenuto responsabile delle morti in mare. Questa narrazione rende invisibile la volontà di movimento delle persone migranti, privandole della dignità di essere padrone del proprio destino. Lo scafista è accusato del reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (articolo 12 del Testo unico Immigrazione), un reato che criminalizza chiunque favorisca l’ingresso di stranieri nel territorio dello Stato italiano. Introdotto nel 1998, questo reato ha subito varie modifiche per punire chi facilita il movimento in modo sempre più stringente. Tra il 2013 e il 2023 sono state arrestate circa 3.200 persone alla frontiera marittima. Molti degli accusati, tra cui Cheikh, sono «scafisti forzati» che agiscono per necessità. Non a caso chi ha condotto l’imbarcazione cerca di ridefinire il termine, separando la propria identità dalla figura criminalizzata: la parola «capitano» è quella con cui si descrivono più spesso, rivendicando con orgoglio il ruolo di punto di riferimento per tantissime persone che si affidano a loro e al mare alla ricerca di una vita migliore.
In quest’intervista abbiamo dialogato sulla sua esperienza di viaggio. Abbiamo scelto di non farlo a partire dalla violenza di Stato subita da lui nelle carceri siciliane ma mettendo al centro la forza e la solidarietà che Cheikh porta con sé e che ha ritrovato in Europa e in Sicilia, dal carcere fino al ghetto di Campobello di Mazara, per arrivare a Palermo e alla costituzione dell’associazione dei «Ragazzi baye fall Palermo». L’obiettivo è ribaltare lo sguardo sui viaggi migratori, per conoscere e valorizzare l’esperienza di resistenza anticoloniale di Bamba e delle tante persone che arrivano nei nostri contesti, e per mettere al centro della nostra agenda politica un mutualismo conflittuale che si basi su una pratica volta al miglioramento delle condizioni di tutte e per il benessere e la pace dell’umanità.
