Jacobin Italia

Il vuoto moderato del Partito democratico

5 Ottobre 2020

Come mostrato nel primo confronto con Trump, Biden cerca solo di portare le lancette dell'orologio a quattro anni fa, senza proposte per affrontare la crisi economica e sociale. E la positività al Covid del Presidente complica ancora la campagna elettorale

Joe Biden in questa campagna elettorale si sta mostrando come il volto politico di un Partito democratico che punta a far ritornare indietro gli Stati uniti, sostituendo al culto della personalità alimentata da Trump l’«epica gentilezza» di un uomo di settantasette anni che ricalca il proprio programma politico sui successi dell’Era Obama, su pezzi della campagna elettorale di Hillary Clinton e su alcuni elementi apprezzati da Sanders. Ma la storia finisce qui. Non intenti rivoluzionari, non posizioni radicali o progressismi di sorta che vadano al di là di quel moderatismo insipido di un uomo che appare vuoto di contenuto.

Sia chiaro: Biden non è Trump. Non lo è umanamente parlando – da quando il Presidente è risultato positivo al Covid, l’ex vicepresidente ha scelto di fermare gli spot elettorali per rispetto nei confronti di Trump – così come non lo è se consideriamo le posizioni alt-right del Presidente e le simpatie nei confronti dei gruppi suprematisti. Joe Biden è soltanto il candidato moderato che punta a spostare le lancette dell’orologio indietro. Ma ipotizzando che Donald Trump venga sconfitto alle elezioni, lasciando da parte la possibilità che l’attuale Presidente degli Usa decida di non accettare i voti degli elettori facendo appello al vote-by-mail-fraud, il Partito democratico si troverà di fronte a quello che avremmo dovuto capire assistendo alle primarie: il vuoto. O meglio: un programma vecchio, che potrebbe non rispondere alle problematiche di un paese che nel 2020 ha raggiunto un punto di non ritorno durante una crisi climatica che necessita di politiche non moderate, attriti razziali che devono essere risolti con un ripensamento totale del rapporto tra polizia e comunità, una polarizzazione politica che deve trascendere dal solo annientamento della figura di Trump. 

Lo abbiamo visto a Cleveland, il 29 settembre, quando i due sfidanti sono saliti sul ring. A fare da arbitro Chris Wallace, con alle spalle una carriera ultradecennale. Più di dieci milioni gli e le statunitensi incollate allo schermo ad assistere a uno degli incontri più atteso di questo 2020. Wallace presenta gli sfidanti, ricorda loro le regole del gioco invitandoli a rispettarle. I due avversari si salutano cordialmente, l’incontro inizia. Quel che avverrà dopo per circa novanta minuti è sintetizzabile con una sola parola: il caos. Sembra di assistere a un incontro di pugilato unconventional, con colpi sotto la cintura e il mancato rispetto delle regole. E invece a scontrarsi sono il repubblicano Donald Trump, 45° Presidente degli Stati uniti, e il democratico Joe Biden, ex vicepresidente durante la presidenza Obama. La discussione è divisa in sei blocchi, ognuna con un topic diverso (la nomina dell’antiabortista Coney Barrett alla Corte suprema, la risposta della presidenza all’epidemia di Covid, la violenza della polizia e le manifestazioni antirazziste, le presidenziali, l’economia). Ma le argomentazioni si confondono, gli animi si infiammano, le offese personali sono sempre più esplicite e deprecabili. Il giorno dopo l’incontro Chris Wallace, storico giornalista della Cnn, dirà «non ho mai visto nulla di simile». Dopo una pandemia che ha messo in ginocchio l’intero paese, le rivolte violente dopo il caso Floyd, gli incendi californiani e la morte della giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg, l’incontro del 29 settembre ha distrutto le speranze di un dibattito sano e costruttivo tra le due parti politiche. Cancellare i prossimi due incontri – scrive Judy Berman, giornalista del Time – potrebbe essere l’unica scelta umanamente accettabile: gli americani hanno già sofferto abbastanza. Dai media statunitensi a quelli esteri la costante è lo shock a uno dei dibattiti più orripilanti della storia del paese a stelle e strisce. Ma qui la domanda sorge spontanea: c’era da aspettarselo? Risposta: sì, e gli elementi c’erano tutti. 

Quello a cui si è assistito non ha precedenti, ed era prevedibile. Non ha nulla a che fare con il famosissimo dibattito tra Nixon e John F. Kennedy del 1960 – ricordato ogni quattro anni a ridosso dei vari presidential debate – quando a vincere fu il secondo, l’unico che tra i due aveva compreso come approfittare delle telecamere per puntare al cuore degli elettori e delle elettrici. Il livello di offese raggiunto da Trump e Biden non ha eguali: nulla a che fare neanche con il paternalismo dimostrato da George H. W. Bush nell’84 contro la opponente Geraldine Ferraro, bacchettata più e più volte perché – secondo il candidato repubblicano – carente in fatto di politica estera. Sorprendentemente i toni e le argomentazioni sono completamente diversi dall’ultimo dibattito precedente alle presidenziali, ovvero quello del 2016 che vide Donald Trump sfidare la democratica Hillary Clinton. Ma non dovevamo forse aspettarci il peggioramento dell’atteggiamento deprecabile di Agent Orange? Chiaramente rimangono alcune delle posizioni di Trump, volontariamente incapace di rispettare i tempi concessi dal moderatore. Come per l’ultimo dibattito, anche nel 2016 Trump rivolse serie accuse ai democratici, considerò la Cina una delle nazioni più pericolose al mondo con cui avere relazioni diplomatiche, utilizzò – con meno insistenza rispetto al dibattito 2020 – lo slogan Law and Order. Ma in Trump, probabilmente non è cambiato nulla se non la sicurezza raggiunta in questi quattro anni e la consapevolezza che nella nostra contemporaneità posizioni non veritiere e facilmente confutabili vincono il consenso popolare quando inserite in una narrazione politica che esclude i fatti a vantaggio della percezione soggettiva del reale.

In una dimensione frammentata del discorso politico che si nutre di slogan e di asserzioni discutibili tese a screditare l’avversario, le affermazioni di Trump si collocano perfettamente nella post-verità, una dimensione del dibattito pubblico dove vige la capacità dello speaker di arrivare alle viscere dell’opinione popolare, fomentando le opinioni non vere facendo appello alla scelta soggettiva dell’audience di scegliere di credere che una cosa sia vera o meno al di là dei fact-checking. Considerate le affermazioni a cui l’opinione pubblica statunitense ed estera si è abituata in questi tre anni e mezzo di presidenza Trump, sarebbe stato strano il contrario. 

 Ma ciò che è emerso da novanta minuti di pura follia, uno spettacolo circense in giacca e cravatta, è un elemento: la fragilità del candidato democratico. E anche qui: non c’era da aspettarselo? Joe Biden non ce la fa. Diversamente da Hillary Clinton, che nel 2016 aveva dimostrato di saper destreggiarsi nella shitstorm del candidato repubblicano, Biden ne rimane sopraffatto. Lì dove risulta chiaro l’intento di Trump di mettere in difficoltà l’avversario con affermazioni false e offese personali che ricadono anche sulla famiglia di Biden – tra tutti l’accusa del Presidente rivolta al secondo figlio dell’ex vicepresidente di essere stato radiato con disonore dal servizio militare per abuso di cocaina – Sleepy Joe risponde con difficoltà, lasciando trapelare l’evidente incapacità di passare oltre l’atteggiamento bully del Presidente.  Quello che Biden non ha è la stoffa del comunicatore politico, l’abilità di bucare lo schermo, di rivolgersi al proprio audience spiegando qual è il piano del Partito democratico per i prossimi quattro anni – nel caso in cui il candidato dem dovesse farcela a battere lo sfidante – senza piegarsi al linguaggio da bar di Trump. Invece, da questo candidato classe ’42, affaticato, troppo avanti con l’età, che probabilmente non ha mai avuto le capacità atte a diventare un comunicatore politico necessario per un Presidente degli Stati uniti, emerge tutta la fragilità del Partito democratico. 

Che Trump avrebbe fatto carte false per non inimicarsi i suprematisti bianchi, che avrebbe dato la colpa delle rivolte urbane ad Antifa, che avrebbe mentito spudoratamente circa l’enorme quantità di tasse che lui, la propria famiglia e la propria compagnia non ha pagato in questi anni, pare fosse scontato. Ma è  anche il momento di dire che quel dibattito, quello scontro ridicolo tra un «bullo» alla Casa Bianca – come definito da Sanders in uno dei suoi ultimi tweet – e un vicepresidente avanti con l’età e in difficoltà, dovevamo aspettarcelo. 

Il Partito democratico ha mostrato, soprattutto quest’anno, di essere frammentato e di non riuscire a strutturare un progetto politico di lungo periodo (eccezion fatta per Sanders) che vada al di là dell’obiettivo di togliere a Trump lo scranno presidenziale. Durante le primarie democratiche questa fragilità è emersa, con ventisette candidati – poi ridottisi in poco tempo – che hanno mostrato la propria complementarietà soltanto in una ottica anti-Trump e per fare muro nei confronti di Bernie Sanders, con l’obiettivo di rincorrere l’elettorato centrista e liberal impaurito dalle posizioni socialdemocratiche del Senatore del Vermont. A vincere infatti non il miglior candidato per combattere Trump e portare a un cambiamento significativo nelle policy statunitensi. Piuttosto, si ha la sensazione – come suggerito  a gennaio dalla giornalista Elaine Godfrey del The Atlantic – che Biden abbia fatto centro nei cuori dell’elettorato democratico perché ha fatto appello alla nostalgia e alla stabilità, tutti elementi che puntano al ritorno del paese a tre anni e mezzo fa. Trump è per il Partito democratico una nemesi, la parentesi malata che ha turbato uno status quo democratico fatto di progressismo sociale e che si è nutrito del mito della color-blind society. Joe Biden è un candidato bianco moderato, cristiano, liberal ed etero facilmente digeribile da parte dell’elettorato se consideriamo gli attacchi razzisti subiti da Obama durante le varie presidenziali e gli attacchi sessisti rivolti a Hillary Clinton durante la campagna del 2016. È chiaro anche il peso dell’ex vicepresidente nella comunità nera, sia per il lavoro svolto durante la presidenza Obama, sia perché per più di due quinti gli afroamericani si identificano in quelle posizioni moderate che Biden sembra ricalcare. A testimoniarlo la scelta dell’elettorato Nero durante le democratiche 2020: il 63% ha votato per Sleepy Joe, contro il 18% per Sanders e il 10% per Bloomberg.

Biden non è un radicale, ha tenuto a sottolineare la propria distanza politica da Sanders quando Trump lo ha accusato di essere di estrema sinistra – e lo stesso Sanders ha ribadito che «purtroppo» le visioni politiche dell’ex-vicepresidente e le sue non combaciano – e non ha quella prontezza di spirito che ci si aspetta da un candidato alla Casa Bianca in un momento storico simile. Davanti a noi abbiamo ancora due incontri, forse sospesi a causa della positività al Covid di Trump. Ma che vi sia un’ipotesi di miglioramento nei dibattiti politici e che emerga uno Joe Biden diverso da quello che abbiamo visto a fine ottobre – francamente – non è plausibile. 

A complicare il quadro, la  positività al Covid di Trump, di Bill Stepien, di Kellyanne Conway e di Hope Hicks (rispettivamente: campaign manager, consigliera e direttrice della comunicazione della Casa Bianca). Le notizie dello staff del Walter Reed Medical Center, l’ospedale dove il Presidente degli Stati uniti è attualmente sotto osservazione, sono contraddittorie e ambigue. Ma ciò che è chiaro è che un prolungamento dello stato di degenza di Trump porterà a una serie di problematiche difficilmente risolvibili in vista delle elezioni. Sarebbe possibile posticipare la data del voto, ma per quanto il Partito repubblicano e Donald Trump insista in tal senso la scelta è competenza del Congresso e non del Presidente. Molti elettori hanno già iniziato a votare, il nome di Trump è nelle liste elettorali ed è quindi impossibile sostituire il nome del candidato repubblicano. Ecco perché Pence non può sostituire Trump in corsa. Finite le votazioni, la palla passerebbe ai 538 Grandi Elettori, ovvero i membri dei collegi elettorali di ogni singolo stato. Sono loro che nel processo democratico stabiliscono il vincitore tra i due sfidanti (con una maggioranza di 270). Nel caso in cui Trump fosse ancora malato o – peggio – dovesse morire, sono loro a dover decidere se eleggere Trump (sì, anche se defunto) o lo sfidante, oppure frammentarsi, non raggiungere la maggioranza e lasciare decidere al Congresso che si insedierà il 3 gennaio. Insomma: si aprono una serie di scenari possibili difficilmente prevedibili e che sembrano soltanto la chiusura drammatica di uno degli anni peggiori della storia statunitense. Sleepy Joe per canto suo non ha contratto il Covid e la situazione potrebbe giocare a suo favore. Biden ha reso l’uso delle mascherine e dei distanziamenti sociali due dei suoi cavalli di battaglia durante la campagna elettorale, condannando le scelte irresponsabili del candidato repubblicano. Alla fine il negazionista tra i due si è ammalato e Biden ha dalla sua l’aver costantemente richiamato il paese all’essere responsabili – tra qualche giorno dirà agli elettori «ve l’avevo detto», e torto non ne avrebbe. Ma tutto potrebbe tornare come prima: Trump può ovviamente guarire presto e anche riprendersi in vista del prossimo scontro con Biden previsto teoricamente per il 15 ottobre così da riprendere in mano la situazione con una qualche affermazione pubblica a metà tra l’imbarazzante e il deplorevole. Tutto è possibile. Ciò che è certo è che questa settimana ci sarà l’incontro Pence-Harris per il dibattito tra vicepresidenti e lì la Harris potrebbe avere la meglio su Pence, mostrando all’elettorato di avere molte più capacità da comunicatrice politica di Sleepy Joe – cosa che, effettivamente, non è poi così difficile. E anche lì ne vedremo delle belle.

*Bruno Walter Renato Toscano, dottorando di storia all’Università di Pisa, si occupa di storia afroamericana e di storia del femminismo afroamericano. Ha condotto ricerche presso la University of Berkeley e la Stanford University ed è membro della redazione del blog C’era una volta l’America.