Se vi è mai capitato di studiare in un’università tedesca avrete probabilmente assistito a qualche sorta di «occupazione». Nella maggior parte di questi curiosi spettacoli diverse centinaia di studenti indignati si rifiutano di abbandonare un’aula finché le loro richieste non vengono soddisfatte, mentre alcuni amministratori rugosi li prendono in giro per diverse ore prima che tutti scemino pian piano verso casa e la situazione torni alla normalità.
Entrambi i fronti sanno come funziona. Un gruppo di lavoro butta giù un comunicato, un altro cucina (probabilmente vegano), e la polizia aspetta fuori, annoiata. E in ogni occupazione c’è qualcuno che mette inevitabilmente su la musica dei Ton Steine Scherben, la rock band berlinese il cui doppio LP del ‘72, Keine Macht für Niemand («Nessun potere per nessuno»), è sia un gioiello della musica pop sia un’offensiva rabbiosa contro lo status quo, espressa con un entusiasmo e un’onestà che farebbero rabbrividire chiunque oggi.
L’album è stato una pietra miliare della musica rock in lingua tedesca ed è a tutt’oggi molto popolare. Ma ciò che lo rende particolare e unico (e ne spiega lo slogan esuberante) è l’ambiente in cui è nato: il movimento militante di occupazioni abitative della Germania occidentale dei primi anni Settanta.
Occupare abusivamente lo spazio pubblico (in tedesco Besetzung) è un’attività che oggi vive di rendita, forte di un repertorio militante nazionale risalente a quando questa pratica era molto più diffusa e organizzata. Un movimento eccentrico ma pieno di risorse, che iniziò dopo lo shock del Sessantotto, quando migliaia di giovani occuparono edifici pubblici e appartamenti vuoti per costruire comuni, asili nido e istituzioni culturali.
La nascita di una controcultura diffusa in molte delle città della Germania ovest era stata resa necessaria dal semplice fatto che, mentre i giovani dei tardi anni Sessanta erano stati travolti da una rivoluzione culturale, i lavoratori se la passavano piuttosto bene e non erano molto inclini a socializzare i mezzi di produzione. Delusi dall’indolenza dei proletari militanti, molti sedicenti rivoluzionari scelsero di trasferirsi in città, vivere nelle comuni e organizzare i giovani lavoratori sotto l’influenza delle idee che provenivano dall’università. Anche se tagliate fuori dalla società mainstream, queste nuove comunità erano talmente diffuse chechi le animava era comprensibilmente convinto di costruire un nuovo mondo, strada dopo strada.
