Jacobin Italia

La costruzione del mostro partigiano

20 Settembre 2023

L’idea che i combattenti della Resistenza fossero in fondo banditi fuori controllo, dediti al caos o peggio ancora agli interessi di potenze straniere, viene direttamente dalla propaganda del regime. E sopravvive ancora oggi

Siamo cresciuti nell’Italia dagli spaghetti al dente e un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra. Ci siamo fatti l’idea che in quel paese meravigliosamente imperfetto, al quale perdonare la drastica diminuzione delle suore e l’aumento delle donne, la maggiore carica istituzionale affidata a uno degli eroi della liberazione dal nazifascismo fosse la ciliegina sulla torta dell’italianità.

Il brano del recentemente scomparso Toto Cutugno, finalista non vincente al Festival di Sanremo 1983, è diventato un tormentone internazionale, il vero inno dell’expat tricolore, capace di sentirsi, in ogni luogo del mondo, «un italiano vero». Verrebbe da pensare che nel trentennio intercorso tra Pertini come portabandiera del calcio azzurro & della resistenza (in ordine di importanza) e le maestre passate a fil di spada governativa per aver osato inserire Bella Ciao nella recita di fine anno in una primaria di Parma, sia intervenuta una rivoluzione completa, un ribaltone che ha trasformato l’esperienza resistenziale da tesoro nazionale a scheletro nell’armadio della democrazia. 

Dopo tutto, a scuola, al mare, in gita, in discoteca perfino, Bella Ciao era sempre rientrata nel novero ristretto delle canzoni di tutte e tutti, nella stessa fascia di Volare, Azzurro e, dall’83, in poi, L’italiano di Cutugno, per l’appunto. E invece, scorrendo la narrazione mediatica dell’ultimo quinquennio, la ritroviamo relegata a colonna sonora della manipolazione sinistrorsa delle povere e innocenti nuove generazioni, urlo di battaglia dei partigiani criminali di ieri e di oggi. 

Non ci sono più i partigiani di una volta

Una rivoluzione in apparenza portata a termine, con vistosa accelerazione, dalla vittoria di un partito con la fiamma tricolore nel simbolo alle elezioni politiche del 2022, ma nella sostanza già matura da due decadi e innescata molto, molto tempo prima. A pensarci bene, tra una schitarrata e l’altra, è proprio l’«eterno secondo» della canzone nostrana a rivelarci come già ai tempi del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani) il frame in cui inserire l’esperienza partigiana si fosse ridotto a quello del santino innocuo di un tempo passato e irripetibile. Il solo partigiano «buono» è un vago eroe giovane e bello, possibilmente martire e in ogni caso senza connotazione ideologica, cioè mai e poi mai comunista. Il Pertini anziano e bonario, blindato nella posizione di padre della Repubblica, perfetto nel ruolo di resistente emerito, unica alternativa contemporanea accettabile, da sfoggiare nelle celebrazioni, via via sempre più svuotate di senso dalla retorica. Tutti gli altri, i «cattivi partigiani» passati (o sul punto di farlo) dalle pagine della storia alle colonne della cronaca nera. Orchi rossi stupratori di bambine, ladri di polli o rapinatori a caccia di tesori, capaci di qualsiasi efferatezza per nascondere i loro segreti, al punto da uccidere prima, durante e dopo la guerra di liberazione, per avidità o crudeltà pura. Il rosso resistenziale divenuto la macabra allusione a una scia di sangue sotterranea, nascosta dai soliti «Loro» al popolo ignaro e tirata fuori con le unghie e con i denti da misconosciuti patrioti dopo una crociata silenziosa durata più di cinquant’anni. La stessa crociata che ha portato nelle scuole del Veneto il truculento fumetto Foiba Rossa. Norma Cossetto. Storia di un’italiana della nerissima casa editrice Ferrogallico. 

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