È dai tempi di Tommaso Fiore e del suo cafone all’inferno, come spiegava Alessandro Leogrande, che il mantra «Taranto non vuole morire» ciclicamente racconta la città ionica e le sue crisi, la sua resistenza. La sbornia di popolarità dei Giochi del Mediterraneo si è chiusa con le lettere che annunciavano i licenziamenti collettivi di 2.500 operai delle ditte impegnate negli appalti dello stabilimento ex-Ilva. Poco dopo, la pronuncia del tribunale di Milano ha confermato che l’area a caldo della fabbrica dovrà fermarsi entro la fine di ottobre. Occorre spegnere gli altoforni, rimuovere l’amianto presente e abbattere le emissioni del ciclo produttivo se si vorrà ripartire. È la chiusura di più di sessant’anni di ciclo integrale.
Il 15 settembre i lavoratori dell’appalto hanno fatto assemblea davanti ai cancelli e raggiunto il Palazzo di Città in corteo attraversando il quartiere Tamburi e un pezzo della Città Vecchia. La partecipazione ampia dell’assemblea si è sfilacciata e mentre alcuni rappresentanti incontravano il sindaco, un gruppo di lavoratori bloccava il ponte girevole. Taranto non vuole morire di disoccupazione.
Non sono mancati i commenti velenosi anche dal fronte degli attivisti ambientalisti in città. Bisogna fermare la fabbrica e non la città, si ripete sempre in queste occasioni, bisogna evitare di arrecare disturbo ai concittadini se si vuole la loro solidarietà. Qualcuno invoca restrizioni alle manifestazioni e accusa gli operai di complicità sulle emissioni e la loro nocività. È un copione già visto, Taranto non vuole morire di veleni.
È quindi difficile prendere parola in questa crisi infinita senza rischiare di aggiungere rumore a una situazione caotica, drammatica. Il dibattito resta fortemente polarizzato, le accuse e le amarezze individuali prevalgono, e i principali attori collettivi in campo sembrano paralizzati in quella che già interpretano come una vittoria o una sconfitta epocale. È però chiaro che a Taranto non ha vinto nessuno e senza un cambiamento dei rapporti di forza esistenti, non c’è alcuna garanzia che ci saranno bonifiche, ammortizzatori sociali o alternative occupazionali. E se per i movimenti che da anni lottano per la chiusura della fabbrica si apre una nuova fase in cui testare la credibilità delle loro alternative e la forza di imporle con le proprie azioni collettive, al sindacato tocca provare a organizzare il conflitto operaio che emerge.
Leggi anche…
La strategia della decarbonizzazione
Da decenni il settore siderurgico globale è in sovraproduzione strutturale: si produce più di quanto si consuma. Allo stesso tempo in Europa la produzione di acciaio si è ridotta del 30% dal 2008 a oggi. La sovraproduzione è un fenomeno globale ma non europeo, ed è principalmente legato alla capacità produttiva e di esportazione cinese. Secondo i dati riportati dal Commissario europeo Šefčovič meno di un anno fa, la situazione dell’acciaio europeo si è fortemente deteriorata nell’ultimo decennio. In questo periodo, si è passati da un surplus commerciale di 11 milioni di tonnellate a un deficit di 10. La produzione è calata di circa 65 milioni di tonnellate all’anno dal 2018 ad oggi. Gli impianti sono utilizzati in media al 67% (lontani dai livelli ottimali in termini di efficienza dell’80%). Dal 2018 si sono persi circa 30 mila posti di lavoro.
Le istituzioni europee hanno tentato di affrontare la crisi del settore con il Green Deal. Il settore dell’acciaio, responsabile del 10% delle emissioni globali di CO2, dovrà ridurre drasticamente il suo impatto ambientale secondo gli impegni presi dall’Unione europea dall’Accordo di Parigi sul clima in poi. Per il settore questa scelta significa sostanzialmente chiudere gli altiforni, investire in forni elettrici, assicurarsi l’approvvigionamento di rottami ferrosi e garantire una produzione europea e una catena di fornitura di pre-ridotto di ferro da utilizzare nei forni elettrici in combinazione con i rottami ferrosi. Una transizione da acciaio primario (fatto in altoforni alimentati a carbone) ad acciaio con pre-ridotto e forni elettrici può abbattere le emissioni carboniche fino al 70%. I forni elettrici inizialmente alimentati a gas, poi, possono teoricamente essere alimentati con fonti non fossili, mentre il processo di pre-riduzione può vedere la sostituzione completa del gas naturale con l’idrogeno – che a sua volta può essere prodotto attraverso un processo di elettrolisi alimentato a energia rinnovabile. Fare acciaio con forni elettrici alimentati da fonti rinnovabili e pre-ridotto prodotto con idrogeno verde, quindi, abbatterebbe quasi totalmente l’impronta carbonica del processo produttivo. Gli investimenti necessari a questo cambiamento tecnologico, però, sono enormi. Occorre chiudere e smantellare gli altiforni, sostituirli con forni elettrici e torri di pre-riduzione, alimentare i forni con fonti non fossili, produrre idrogeno verde per alimentare il processo di pre-riduzione.
Le politiche europee hanno affrontato questa sfida con quattro tipi di strumenti principali. Il primo è stato fornire fondi pubblici agli investitori privati impegnati in progetti di transizione in Europa. Questi includono lo smantellamento degli altoforni esistenti, la costruzione di forni elettrici e impianti di pre-riduzione e la produzione di idrogeno da elettrolisi (più o meno) rinnovabile.
Il secondo è stato rendere sempre più costosa la produzione di acciaio a carbone. Quest’obbiettivo viene perseguito attraverso la riduzione progressiva delle quote gratuite riservate al settore siderurgico nell’ambito dell’Emissions Trading System, Sistema per lo scambio di quote di emissione dell’Unione europea. Si tratta di un sistema per cui chi produce emettendo CO2 paga una tassa su queste emissioni. Il settore siderurgico, fino al gennaio 2026, era praticamente esente da questa tassa. Dall’inizio di quest’anno le quote gratuite di produzione assegnate agli Stati membri si ridurranno progressivamente fino a dimezzarsi nel 2030 ed essere eliminate nel 2034. La produzione di acciaio che eccede queste quote verrà tassata per le emissioni prodotte. Questo meccanismo ha l’obiettivo di incentivare gli investimenti nella decarbonizzazione.
Il terzo strumento protegge dalle importazioni di acciaio ad alte emissioni prodotto fuori dall’Unione europea. Se con la tassa sulle emissioni carboniche produrre acciaio da altoforno diventa sempre più costoso, e se decarbonizzare richiede ingenti investimenti, il rischio di importare acciaio dall’estero – senza particolare attenzione all’impatto ambientale delocalizzato – rappresenta una risposta razionale di mercato. Per direzionare al meglio questo mercato, da gennaio 2026 è entrato in vigore il Carbon Border Adjustment Mechanism. Si tratta sostanzialmente di un dazio che paga l’importare europeo di acciaio estero sulla base di una stima delle emissioni carboniche legate alla produzione all’estero del prodotto importato. Il quarto strumento è il supporto alla creazione di Partnership per il commercio e gli investimenti «puliti» con i paesi confinanti (principalmente Nord Africa e Medio Oriente) attraverso le quali le aziende siderurgiche europee finanziano la creazione di poli di produzione di preridotto (o di idrogeno verde) ai confini dell’Unione europea da poter poi importare in Europa e trasformare nei forni elettrici europei nella miglior tradizione coloniale dello scambio ineguale.
La guerra e il mercato si oppongono alla transizione
Se gli strumenti non sono cambiati nel tempo, queste politiche sono state negli ultimi anni messe in discussione e in parte rimodulate a seguito delle pressioni delle aziende siderurgiche e degli Stati nazionali. Il costo dell’energia, in crescita dopo l’invasione russa in Ucraina e l’attacco americano e israeliano all’Iran, hanno portato Stati membri (inclusi l’Italia) e aziende dell’acciaio a chiedere sospensioni, rimodulazioni e rimandi. La corsa al riarmo invece è stata utilizzata discorsivamente come una sorta di opportunità per fare da volano alla produzione di acciaio europeo e giustificarne il sovraprezzo, il green premium, da pagare in queste commesse pubbliche per incentivare la transizione attraverso la produzione bellica. Produrre carri armati sì, ma con acciaio green.
Nonostante ciò, la trasformazione del settore è lontana da ogni obiettivo prefissato e da ogni impegno preso pubblicamente da aziende, istituzioni e forze politiche. A guardare i rapporti di sostenibilità e le strategie di ArcelorMittal, per esempio, che è il principale produttore di acciaio a carbone con sede in Europa, siamo di fronte a tutt’altra storia. Secondo il think tank SteelWatch, «la transizione non viene più vista come un processo da guidare, ma come un rischio da gestire; non più come un percorso da costruire, ma come un insieme di condizioni da attendere». Di fatto ArcelorMittal negli ultimi due anni ha cancellato un progetto di costruzione di un polo di preridotto e forni elettrici in Germania (Brema ed Eisenhüttenstadt) restituendo 1.3 miliardi di euro di fondi pubblici al governo tedesco, ha interrotto i progetti di decarbonizzazione a Fos-sur-Mer e Dunkerque in Francia e rinviato a data da destinarsi la costruzione di un polo di pre-riduzione a Ghent in Belgio. Salzgitter e Thyssenkrupp invece, stanno portando avanti la costruzione di poli di pre-riduzione ma hanno rivisto le tempistiche e le quantità di idrogeno verde che si utilizzerà nell’impianto. Perfino il progetto Hybrit della SSAB in Svezia, che già produce acciaio con preridotto alimentato parzialmente a idrogeno, ha rallentato la tabella di marcia del progetto. La questione centrale è il costo dell’energia che renderebbe troppo rischiosi e poco profittevoli i progetti di decarbonizzazione in corso.
Nel nuovo parlamento europeo e nella nuova commissione la volontà politica di perseguire la transizione costruita negli anni passati si è fortemente indebolita. La crisi energetica e la corsa al riarmo sono state interpretare da siderurgici e forze politiche liberali e conservatrici come condizioni sufficienti a interrompere il pagamento delle quote di emissioni di carbonio e gli impegni di decarbonizzazione previsti per i prossimi anni.
Leggi anche…
Uscire dall’attuale stallo
È in questo contesto che si è sviluppata la proposta supportata dai sindacati europei di ri-pubblicizzare il settore siderurgico. La scarsa profittabilità, gli ingenti investimenti necessari, e la necessità di pianificare a lungo termine rendono attori privati e strumenti di mercato inadeguati a un processo di decarbonizzazione. Solo un’industria siderurgica pubblica, controllata democraticamente e affiancata da una ripubblicizzazione del settore energetico, può garantire una transizione ecologica giusta. Come si spiega nel report Reclaiming steel: «L’Europa si trova di fronte a una scelta strategica: rischiare la graduale erosione della sua industria siderurgica nell’ambito dell’attuale sistema di mercato, oppure perseguire una strategia coordinata che collochi la produzione di acciaio in mani pubbliche, la allinei agli interessi dei lavoratori e ai limiti ecologici del pianeta, e getti le basi per un’economia decarbonizzata».
A parlare per la prima volta di una transizione a forni elettrici e pre-ridotto a Taranto fu il commissario Enrico Bondi nel 2013 durante la prima amministrazione straordinaria dello stabilimento. Quel progetto, con anticipo di più di dieci anni, si è rivelato col tempo un’enorme opportunità mancata. Ne parla con precisione Giovanni Lippolis, operaio e delegato Fiom dello stabilimento di Taranto in un libro collettaneo dell’anno scorso. Il piano di Bondi fu osteggiato da attori diversi, tra i più cruciali il governo Renzi, eppure rappresentava un’opportunità di transizione guidata dall’attore pubblico che avrebbe anticipato di anni i nodi che il settore affronta oggi a livello europeo. Fondi pubblici per la decarbonizzazione, e in particolare per la costruzione di un polo di pre-riduzione, sono poi stati allocati nella prima versione del Pnrr realizzata dal governo Conte e sono stati confermati dal governo Draghi. Con il governo Meloni però quei fondi sono prima stati stralciati dal Pnrr e impegnati sul Fondo sociale europeo e sono poi definitivamente scomparsi lo scorso luglio. Gli investimenti in decarbonizzazione promessi da ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia, nel frattempo, non si sono materializzati, anzi, gli stabilimenti sono stati erosi per la mancata manutenzione e portati ai minimi storici di produzione. Le emissioni nocive sono però rimaste alte proprio per il decadimento degli impianti.
La seconda amministrazione straordinaria, in mancanza di fondi e strategia, non ha fatto altro che tenere in vita una produzione al lumicino con la speranza che le strategie comunicative del ministro Urso potessero convincere qualche investitore privato a impegnare miliardi in uno stabilimento da rifare, in una città da curare, su un territorio da bonificare. E mentre il governo presentava piani di decarbonizzazione che avrebbero dovuto fare altri, in fabbrica gli operai riparavano lo stabilimento senza strumenti né risorse. I sindacati gestivano le forze di mobilitazione per chiedere intervento pubblico, piani industriali per una produzione decarbonizzata, e ammortizzatori sociali per i disoccupati della transizione. Due lavoratori dell’appalto – Claudio Salamida e Loris Costantino – morivano sul luogo di lavoro, ammazzati dagli impianti e vari incidenti pericolosi puntellavano la crisi. In migliaia restavano in cassa integrazione con pochissime ore lavorate e poco reddito da portare a casa. La gestione pubblica rappresentata dalla quota di Invitalia in Acciaierie d’Italia prima, e dai commissari straordinari poi, non è stata garanzia di alcunché. La presenza di attori pubblici nella proprietà e nel management dell’azienda, in mancanza di una gestione democratica della produzione, si è dimostrato un modo per socializzare le perdite e mantenere profitti privati.
È in questo contesto che arriva il decreto del tribunale di Milano che stabilisce l’inibizione della parte a caldo in difesa della salute di lavoratori e cittadini. L’applicazione del principio di prevenzione a Milano, mi raccontano alcuni delegati dello stabilimento, risulta più stringente di quello delle istituzioni locali. Per anni i delegati hanno denunciato la presenza di amianto che puntualmente è stato considerato dalle istituzioni competenti un rischio non sufficientemente alto da interrompere la produzione. E per anni i sindacati non hanno avuto la forza di mobilitarsi per un’applicazione più stringente del principio di precauzione. Lo hanno fatto le associazioni cittadine per via giudiziale. E il tentativo goffo di ricorso degli amministratori straordinari di Acciaierie d’Italia si è schiantato contro una decisione già presa.
Intanto le proposte di far partire da Taranto un polo di pre-riduzione – dopo lo spegnimento della parte a caldo – sembrano improbabili. I capitali siderurgici europei mettono in pausa i loro investimenti nel cuore d’Europa, mentre il governo italiano fa sparire i fondi destinati a questo scopo. Chi dovrebbe investire in un pre-ridotto tarantino in un quadro così?
Il mantenimento della sola area a freddo poi, presenta le sue problematiche. Buona parte degli impianti a freddo di Taranto – laminatoi, treni nastri e tubifici – sono fermi da anni e richiedono investimenti strutturali per essere rimessi in marcia. Richiederebbero anche un approvvigionamento continuo di semi-lavorati da trasformare. Non è chiaro poi perché i siderurgici italiani, che pure si sono fatti avanti in cordata per verificare la possibilità di un loro coinvolgimento a Taranto, dovrebbero intervenire in questa crisi. Nella relazione di fine anno del 2025, all’assemblea delle imprese siderurgiche italiane, il presidente Gozzi ha già sostanzialmente spiegato che per Federacciai – che rappresenta gli elettro-siderurgici del Nord Italia – le priorità sono mantenere bassi i costi dell’energia (attraverso il nucleare e il gas) e assicurarsi la fornitura di rottami. Gli investimenti di Piombino, per esempio, che prevedono un progetto di costruzione di forni elettrici che dovrebbero usare preridotto prodotto idealmente da Metinvest in Ucraina, sono stati criticati apertamente. Per gli acciaieri italiani – al di là di riconoscimenti puramente rituali – Taranto non è più strategica. Loro preferiscono fare acciaio con i rottami, e se servirà il pre-ridotto lo si comprerà sul mercato. E per quanto riguarda la sola parte a freddo dell’ex-Ilva – che comunque impegnerebbe forse tremila operai su una platea di 13 mila adesso in ballo – non è chiaro chi dovrebbe investire in una sorta di Cornigliano più grande, circondata da un territorio da bonificare, e da una città in cerca di cambiamento post-industriale.
Infine, le proposte di investimenti industriali non siderurgici che il ministro Urso annuncia a fasi alterne (erano 15 l’estate dell’anno scorso e sono diventati 17 nei mesi corsi) sono rimaste tutte lettera morta. A guardare le crisi industriali senza fine e soluzione sul territorio, sembrano più strumenti di distrazione che progetti credibili.
Le bonifiche invece restano un’incognita. Il Piano Taranto, sviluppato dai movimenti ambientalisti della città nel 2018 stimava un costo totale per la bonifica del Sito di Interesse Nazionale tarantino pari a due miliardi di euro con la creazione di 43.000 nuovi posti di lavoro. Quel piano risulta, a un occhio attento, ampiamente sottostimato nei costi, poco chiaro nei tempi, e sovrastimato nell’impatto occupazionale. Un’analisi più dettagliata rivela che quel piano, basato sull’applicazione di uno studio di Confindustria al caso tarantino, suppone che i costi di altre bonifiche ancora in corso sul territorio nazionale possano essere comparate a quelle necessarie a bonificare Taranto, non giustificano l’arco temporale degli interventi, e soprattutto fa immaginare che l’occupazione creata dall’indotto dei lavori di bonifica sia concentrato sul solo territorio tarantino e non su tutta la filiera nazionale e non attivata dai lavori di bonifica. La realtà è che ad oggi non abbiamo una stima dei costi, né dei tempi, né degli occupati necessari. Niente assicura che le risorse per le bonifiche ci saranno o che gli operai metalmeccanici potranno essere impiegati in questi lavori. Sappiamo però che le bonifiche fatte finora a Taranto hanno accumulato ritardi decennali e che i lavoratori di Ilva in AS che dovevano essere impiegati proprio nei cantieri delle bonifiche fanno a turno per sedersi in un container per pochi giorni a intervalli di qualche mese per restare a guardare squadre specializzate che lavorano.
Alle organizzazioni dei lavoratori, quindi, resta chiedere un risarcimento per gli operai della fabbrica. Su questo idealmente ci sarebbe perfino convergenza con i movimenti ambientalisti cittadini. Ma cosa significa in concreto? Pre-pensionamenti (con pensioni probabilmente risibili) per chi ha più di 50 anni ed è stato esposto all’amianto e a lavori usuranti. E per tutti gli altri? E siamo davvero sicuri che la città e l’intero paese siano disposti a giustificare e farsi carico di questo risarcimento?
Resta però una certezza. A Taranto non ci saranno bonifiche, decarbonizzazione, investimenti ‘puliti’, impianti d pre-riduzione o laminatoi in azione se non ci sarà conflitto sociale.
Con anticipo Taranto racconta un conflitto più ampio che chiama in causa l’ambientalismo e la sua capacità di negoziare i processi produttivi per cambiare le relazioni sociali della produzione e non solo per chiudere le fabbriche esternalizzandone l’impatto altrove. Al sindacato spetta il compito di organizzare questo conflitto per un accordo di programma che salvaguardi il reddito dei lavoratori e che inchiodi il governo a degli impegni precisi su bonifiche e reindustrializzazione. Serve chiedere una governance di queste misure che garantisca un controllo democratico e continuo delle risorse e delle scelte, e che tenga al centro i lavoratori dentro i luoghi della produzione, riconoscendo il loro ruolo nel decidere cosa, quanto, come e per chi produrre.
Quando la fabbrica non ci sarà più, non ci sarà più neanche la capacità di conflitto collettivo che adesso esiste in potenza tra gli operai dello stabilimento. E per gli operai l’unica salvezza è farsi di nuovo classe prima che sia troppo tardi.
*Francesco Bagnardi è dottorando di ricerca all’Istituto Universitario Europeo. Si occupa di lavoro informale e relazioni industriali nelle periferie meridionali ed orientali d’Europa. Giuseppe D’Onofrio è dottore di ricerca in Scienze Sociali all’Università di Napoli Federico II. I suoi principali interessi di ricerca riguardano le trasformazioni del lavoro, le migrazioni e la condizione operaia.
Diamoci un taglio
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua.
a Jacobin Italia

