Jacobin Italia

La cronaca produce barriere

23 Marzo 2023

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Dopo le gated communities, aree recintate a beneficio dei ricchi, il nuovo modello speculativo è la riappropriazione della città storica. Per farlo, servono confini materiali e immateriali spesso tracciati dalla narrazione giornalistica

Se dici povertà, dici spazio urbano: dai quartieri dei dannati della città industriale descritti da Friedrich Engels nell’Ottocento al pianeta degli slum disegnato da Mike Davis all’inizio del nuovo millennio, le città sono fatte di barriere sociali e muri di cinta invisibili, fossati scavati nella disuguaglianza che servono a confinare i poveri.

Il centro crea i margini

I modelli sociali cui si attribuiscono rispettivi dispositivi retorici della reclusione spaziale dei poveri sono il ghetto (tipicamente nordamenticano) e la banlieue (caratteristica dei grandi agglomerati urbani francesi, in primis Parigi). Nel linguaggio comune e nel lessico giornalistico sulle periferie non sono uguali: nel primo esiste una specifica divisione razziale tipica della società statunitense, mentre le seconde sono le aree che circondano la città, non necessariamente omogenee dal punto di vista etnico e/o culturale. Il ghetto è caratterizzato da meccanismi informali e comunitari tipici dell’assenza dello stato e dell’intervento pubblico, nelle banlieues resiste ancora qualche forma di welfare. Tuttavia, il sociologo e criminologo Loïc Wacquant riconosce che tra le due sponde dell’Atlantico possano essere fatti dei paragoni, evidenziando analogie e differenze. 

Dunque, cosa sono e come si trasformano le cosiddette periferie? Se l’emergere della città globale, la fine del compromesso fordista e l’emergenza di attività produttive più legate ai servizi mettono in primo piano le differenze formative e culturali, le città rischiano di frantumarsi in settori non comunicanti tra loro. «Una simile polarizzazione delle città – notano Sonia Paone e Agostino Petrillo introducendo I reietti della città (Ets, 2016) di Wacquant – porta con sé una crescita della violenza urbana che certo non si può pensare di controllare unicamente con una crescita degli apparati urbani e con le tecnologie». Tuttavia «la sovraesposizione della violenza dei margini nasconde e occulta la brutalità della violenza nei centri». Dunque, ciò che accade al centro (gentrification, museificazione, aumento dell’età della popolazione, diffusione delle precarietà lavorativa) contribuisce a creare i margini. 

Fin dal 1998, intervistato da Decoder, Mike Davis intuiva la fine delle gated communities e la necessità da parte della rendita e della speculazione di colonizzare e bonificare da ogni forma di vita i quartieri storici. «La borghesia californiana adesso vive in comunità recintate e in vere e proprie ‘mediastanze’, ha improvvisamente capito che, per vivere umanamente, deve esistere qualcos’altro – diceva Davis – Così, quello che viene prodotto è un sostituto artificiale di spazio pubblico. I futurologi dell’industria dicono che il ‘mall’ è morto. Ciò che lo sostituisce è il quartiere storico di una città trasformato in un parco a tema, con una grande concentrazione di media e divertimenti, cinema e negozi che sono in realtà anelli di catene di franchising delle multinazionali dello spettacolo. La sicurezza del tutto è assicurata da una catena di reti e segregazione invisibile. […] La città è stata trasformata in un piccolo parco a tema, in cui la gente fa avanti e indietro lungo queste strade, facendo disperatamente finta di essere in città. In tutto questo vedo qualcosa di tragico e patologico».

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