Jacobin Italia

La cura come business

15 Novembre 2018

-

Prima erano lavori svolti gratuitamente dalle donne nelle proprie case. Poi i servizi di assistenza sono passati anche sotto il controllo del mercato. Un caso emblematico di monetizzazione di affettività e relazioni sociali

La cura come business, come occasione di fare profitti. Niente a che vedere con la cura come patrimonio dello stato sociale, del welfare pubblico o, magari, della solidarietà sociale. La prima sta cacciando la seconda, almeno dalla metà degli anni Novanta. E da almeno due decenni, i bisogni di cura di persone anziane o malate, bambini e disabili sono al centro del dibatto politico e accademico, soprattutto fra studiose e attiviste femministe. Nonostante tocchi la sfera intima e personale, sulla questione della cura sono in gioco non solo le misure di welfare ma anche, sempre di più, soggetti privati e for-profit che offrono servizi di cura di vario tipo. La presenza di attori così diversi ha innescato una varietà di processi il cui esito dipenderà dall’equilibrio che si stabilirà fra stato, mercato, famiglie e terzo settore.

Nel corso del Novecento, in Italia e in Europa ci sono stati numerosi tentativi di sperimentazione sul tema della cura da parte di organizzazioni ispirate da ideali comunitari, di solidarietà e per la valorizzazione del lavoro tradizionalmente svolto (gratuitamente) dalle donne nelle proprie case. Ma a partire dagli anni Novanta si è progressivamente interrotta l’idea di una fornitura pubblica di cura, sia istituzionale che partecipativa “dal basso”. Tanto nel caso della cura agli anziani che per quella dei disabili, le politiche si indirizzano largamente verso il modello del “cash for care”, ossia di un contributo monetario, invece che materiale, erogato a famiglie e persone con esigenze di questo tipo.

Tale sistema ha progressivamente incentivato l’impiego di assistenti personali, su base privata e domiciliare, da parte di chi riceve la cura, piuttosto che attraverso posti di lavoro gestiti direttamente dallo stato. Claire Ungerson nel suo saggio del 1997 Social Politics and the Commodification of Care, anticipa che attraverso questo tipo di misure si passa da una visione “assistenziale” di chi necessita di cura a una visione di mercato, per la quale queste persone diventano “consumatori” che acquistano il servizio di cui usufruiscono.

Questo stesso processo riconferma, seppur con modalità nuove, la centralità della famiglia quale unità principale per il soddisfacimento dei bisogni di cura. Ne è infatti responsabile direttamente, ad esempio nel sempre maggiore coinvolgimento dei nonni per l’accudimento dei bambini, oppure indirettamente tramite la gestione dell’impiego di una persona esterna.

Si compie così una parabola per cui a una fase iniziale di fuoriuscita della cura dall’obbligatorietà per le donne e di presa in carico in senso comunitario o istituzionale, fa seguito un nuovo familismo andato di pari passo con la creazione di una sfera di servizi di assistenza e cura in un regime di mercato.

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere