A metà degli anni Settanta il movimento operaio guadagnò il centro della scena politica europea. Il raggiungimento di un regime di piena occupazione e il ritmo di crescita dei livelli salariali ne avevano rafforzato il peso nella vita democratica dei paesi occidentali. Il consenso delle socialdemocrazie nell’Europa del nord cresceva, fino a rappresentare agli occhi dei più un’alternativa di governo al socialismo reale e alle democrazie liberali. Leader politici come Tony Benn in Inghilterra, Olof Palme in Svezia, Willy Brandt nella Germania Ovest godevano di un consenso vasto che si estendeva ben oltre il perimetro della classe operaia tradizionale fino a comprendere vasti strati di ceto medio. Seppur nelle differenze di modello, una situazione analoga si presentava nell’Europa del Sud e in particolare in Italia, sotto l’onda lunga delle conquiste ottenute tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. La storia sembrava alludere a un’avanzata progressiva della democrazia ben oltre i limiti angusti delle istituzioni liberali per espandersi nella sfera economica e nelle relazioni industriali.
Il rapporto tra lotte e organizzazione porterà con sé la nascita di istituzioni operaie dentro i luoghi di lavoro che arriveranno a contendere al capitale il potere di comando sul processo lavorativo. In Italia sulla scorta delle lotte dell’autunno caldo si affermano i Consigli di Fabbrica. In Svezia, il piano Meidner elabora forme avanzate di democrazia operaia, alludendo alla socializzazione dei mezzi di produzione e al controllo dei profitti. Processi analoghi coinvolgono Belgio, Germania, Austria, Francia.
In quel il tempo l’espressione «riforme di struttura» affermava il passaggio dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale, guidata dal consenso ampio delle organizzazioni del movimento operaio. I sindacati rivendicavano un protagonismo effettivo nella contrattazione delle condizioni lavorative, nel controllo delle decisioni sugli investimenti, nell’organizzazione dei turni e delle qualifiche. La democrazia non si esauriva nel voto elettorale, ma trovava alimento nelle fabbriche, nel rapporto propulsivo tra lavoro e società, le libertà politiche assumevano senso solo in una battaglia di liberazione dal bisogno economico, dal ricatto materiale.
Non si trattò mai di un’avanzata armonica, equilibrata, come tentarono di raccontarci dopo. L’onda alta delle conquiste operaie fu l’esito di un conflitto aspro che si giocò nel cuore della fabbrica fordista. Classe operaia e capitale, uno contro l’altro, con la loro tattica e la loro strategia, in un rapporto che si giocava sul livello politico-istituzionale e nella società. Alto e basso, quindi. Movimento e istituzioni, il potere come posta in gioco e la politica come strumento. Per cogliere fino in fondo la portata dialettica, conflittuale, di questo scontro serve guardare quello che è accaduto dopo. La reazione della classe capitalistica, la violenza politica che si è abbattuta sui diritti dei lavoratori nei decenni Ottanta e Novanta ne è la prova. «Non esiste la società, esistono solo individui» era il ghigno sferzante di Margaret Thatcher che graffiava sotto la superficie della storia. I sindacati dovevano tornare a fare il loro mestiere, occuparsi solo di difendere, tornare a giocare nella loro metà campo, contrattare le condizioni che il ciclo economico e il mercato consentiva. Il salario doveva tornare a quello che era stato prima dell’avanzata operaia, variabile dipendente, funzione di uno sviluppo che aveva nel profitto dell’impresa il suo motore. La democrazia economica era un peso insopportabile per chi doveva riprendere in mano il timone della storia. Era un intralcio da cui liberarsi in fretta.
Dalla difesa, la classe capitalistica, passò all’attacco. Un’offensiva con un proprio meccanismo di movimento e terreno di gioco. La dinamica è quella che si articola nel rapporto tra crisi e ristrutturazione industriale, nella capacità di utilizzare le crisi economiche come strumento di riorganizzazione del campo di forze. Lo spazio è quello delle relazioni industriali, ovvero delle regole e delle procedure che organizzano i rapporti tra le classi sociali. Dentro questo schema si collocano passaggi che hanno cambiato in profondità il corso della storia. Gli anni Ottanta sono il cuore di queste trasformazioni. Il caso italiano diventa un laboratorio. Gli ultimi anni Settanta avevano già mostrato il tramonto della forza operaia, il cambio di fase era avvenuto nel 1976 con il governo di solidarietà nazionale, l’esecutivo monocolore democristiano che stava in piedi grazie alla «non sfiducia» del Partito comunista italiano, e con l’assunzione di responsabilità del sindacato verso il paese. Responsabilità che si traduceva nelle parole dell’allora segretario della Cgil Luciano Lama nei sacrifici salariali della classe lavoratrice per rimettere in sesto i conti pubblici. La parte che aveva lottato per trasformare in senso socialista la democrazia italiana doveva tornare sui suoi passi. La crisi economica venne utilizzata dalla frazione più avveduta del capitalismo italiano per integrare il sindacato nelle istituzioni, per introiettare nella cultura conflittuale della classe operaia il veleno della responsabilità. L’obiettivo era spegnere il conflitto nelle fabbriche, smantellare la democrazia dai luoghi di lavoro, offrendo al sindacato un piccolo spazio di manovra nelle istituzioni.
