Jacobin Italia

La denazificazione contrastata

21 Settembre 2022

- -

Non fu facile, per la Germania uscita distrutta dal nazismo, fare i conti con il suo passato e rendere giustizia alle vittime del regime hitleriano. Per arrivare a un primo passo si è dovuto attendere la fine della Guerra fredda

Le celeberrime 2.711 stele di cemento che in centro a Berlino commemorano «Gli ebrei assassinati d’Europa» sono solo una delle cicatrici topografiche che nella capitale tedesca rimandano alla dimensione atroce dei crimini nazisti perpetrati in Germania e in Europa tra il 1933 e il 1945. Ma come tra quei blocchi color antracite si aggirano sia facce contrite che allegri ragazzi a caccia di selfie, così i memoriali, i musei e gli archivi nati negli ultimi decenni per raccontare quella colpa storica indelebile, si fondono nel tessuto urbano berlinese con le istituzioni e i luoghi atti a mostrare una nazione che parla d’Europa, integrazione e progresso. Questo candore nell’esposizione di un passato colpevole che per molte nazioni è ancora quasi indicibile ha sollecitato nel tempo l’idea che vi sia stata una rielaborazione piena e necessaria di quegli eventi: agli occhi dei tedeschi e della comunità internazionale, la Germania ha in qualche modo fatto i conti col suo passato nazista. 

Ma cosa significa «fare i conti» con il passato? Tematizzarlo attraverso i discorsi pubblici? Prenderne le distanze attraverso le scelte politiche? Oppure innanzitutto giudicarlo nei tribunali attraverso i processi e le sentenze? Se è ormai evidente quanto il passato nazista rappresenti per la Germania di oggi una sorta di argine invalicabile, un discorso limite dentro cui la collettività si definisce, si deve anche affermare quanto questa rilevanza memoriale sia in realtà abbastanza recente. È stato solamente a partire dal 1989, sulla linea della riunificazione politica delle due Germanie, che si è venuto a definire il paradigma riconoscibile oggi. 

A quasi ottant’anni dalla fine della guerra, tentare di ricostruire la cultura della memoria in Germania (Erinnerungskultur) significa constatare come dietro a questa espressione si nascondano vicende e processi inaspettati e spesso contraddittori. È soprattutto la fase di costituzione della Repubblica Federale Tedesca – quella «Germania dell’Ovest» che di fatto segna la linea di continuità nella storia tedesca – a sorprendere in maniera più netta: gli anni Cinquanta, gli anni dell’«Era Adenauer», sono indicati da studi recenti addirittura come una fase di «re-nazificazione dello stato».

La restaurazione delle carriere naziste nella prima Bundesrepublik

Negli ultimi quindici anni, numerose pubblicazioni sul tema del reintegro delle élite naziste nella nuova Bundesrepublik hanno dimostrato come il riciclo del vecchio stato nazista teoricamente abrogato sia stato una parte costituente della neonata democrazia tedesca. Di fatto, molti di coloro che a fine anni Trenta scalavano i ranghi del Terzo Reich ripresero le loro carriere nell’amministrazione dello stato già negli anni Cinquanta. Di questa generazione si è occupato Michael Wildt, professore di storia contemporanea all’Università Humboldt di Berlino. Partendo dall’analisi delle carriere di alcuni protagonisti del Servizio di sicurezza del Reich (il Reichssicherheitshauptamt, ossia l’istituzione centrale nella realizzazione della Shoah), Wildt ci permette di riflettere su come migliaia di giovani burocrati del regime nazista, entrati nella vita lavorativa con l’avvento al potere di Hitler, si seppero reinserire nel contesto politico internazionale della Guerra fredda, dopo solo qualche anno passato a mimetizzarsi nella prima fase di occupazione alleata.

Abbonati a Jacobin Italia per continuare a leggere