Jacobin Italia

La difesa dei privilegi

23 Marzo 2022

In Italia i tentativi di inclusione linguistica hanno suscitato una reazione sproporzionata da parte delle élite culturali e mediatiche. Spesso sono gli stessi che nelle università e nel dibattito pubblico intavolano discorsi escludenti

Il fatto che la civiltà occidentale sia intrinsecamente ingiusta verso le minoranze, le donne e le persone Lgbtq è stato al centro del dibattito sui curriculum accademici negli Stati uniti verso la fine degli anni Ottanta del Novecento, inaugurando la discussione intorno al «politically correct». Una panoramica sullo sviluppo della questione la offre un articolo pubblicato su The New Times da Richard Bernstein nell’ottobre del 1990 dal titolo piuttosto eloquente: «The Rising Hegemony of the Politically Correct». Bernstein in quell’articolo di oltre trent’anni fa sosteneva già che «politically correct» era diventata un’espressione sarcastica utilizzata da conservatori e liberali classici per descrivere un fenomeno da loro percepito come di crescente intolleranza e chiusura, una pressione a conformarsi a un’impostazione radicale per evitare di venire accusati di sessismo, razzismo e omofobia. 

Alla radice dell’adesione al linguaggio e ai contenuti del «politicamente corretto» ci sarebbe quindi il timore di venire bollati come prevaricatori colonialisti, un atteggiamento giudicato come codardo dalla parte più conservatrice statunitense, come mancanza di coraggio intellettuale. La motivazione ideologica, che secondo alcuni commentatori dell’epoca si nascondeva dietro le modifiche apportate ai corsi universitari, avrebbe avuto nel lungo periodo l’esito di espungere dal discorso pubblico i termini che suscitano irritazione o ritenuti offensivi verso le minoranze e che tuttavia, sempre dal punto di vista di questi commentatori per lo più conservatori, veicolano un significato autentico. Con la conseguenza che l’idea di purezza del discorso civile si sarebbe avviata verso morte certa e le vittime designate di questo processo sarebbero stati gli studenti. L’appello strumentale al danno causato alle giovani generazioni del resto non ha mai smesso di essere utilizzato come colonna portante della battaglia contro il «politicamente corretto».

Quest’idea che l’appiattimento linguistico e i crescenti interdetti nel discorso pubblico generino una cancellazione di punti di vista rimane ancora oggi una delle principali criticità nella dinamica dell’inclusione. Cosa sia un discorso genuinamente inclusivo è senza dubbio la questione più spinosa della nostra epoca, così impegnata a tutti i livelli – scolastico, universitario, intellettuale, artistico – a garantire che ogni voce venga equamente rappresentata e ogni versione di ogni storia adeguatamente fornita. 

I sostenitori dell’idea che esista una cancellazione di una parte del discorso pubblico affermano che linguaggio e contenuti inclusivi vanno a ledere ora la tradizione ora la rappresentazione di tutto lo spettro sociale, influenzato o penalizzato dal cambiamento.

La difesa della tradizione

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