Lo sguardo fisso nel vuoto, nessun sorriso per celebrare un risultato tanto atteso, una folla nemica a pochi metri di distanza. Ada Colau ha vissuto la sua rielezione a Sindaca di Barcellona in modo molto diverso rispetto a quattro anni fa. Se nel maggio del 2015 c’era uno scenario festivo e commovente, stavolta predominavano tensione, rancore e la sensazione di un salto nel vuoto durante l’assemblea di costituzione del Consiglio Comunale della capitale della Catalogna. Giunta seconda nelle elezioni del 26 maggio, Ada Colau ha dovuto sommare ai dieci voti del suo partito – Barcelona en Comú – gli otto del Partito dei Socialisti Catalani (Psc) e, con enorme sorpresa, di tre dei sei eletti della lista dell’ex primo ministro francese Manuel Valls, Barcelona pel Canvi – Ciutadans, di stampo nettamente liberale. In questo modo è stata impedita l’elezione di Ernest Maragall, candidato della lista vincitrice Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), che essendo giunto primo avrebbe potuto essere eletto anche senza la maggioranza assoluta dei voti nel Consiglio Comunale, ma che ai suoi dieci eletti ha potuto sommare solo i cinque della destra indipendentista Junts per Catalunya (JxC). La scelta di accogliere la proposta del candidato socialista Jaume Collboni di creare una coalizione di governo e quella di Valls di accettare i propri voti per non consentire a Erc di conquistare il posto di Sindaco, è stato l’esito di tre settimane di enorme tensione, di un travagliato percorso dentro BeC e probabilmente fonte di conseguenze difficilmente prevedibili. Quel che è certo è che Ada Colau sarà Sindaca quattro anni in più ma il prezzo dell’accordo è ancora tutto da scoprire.
Nella notte delle elezioni, vinte per soli 5.000 voti da Maragall, Ada Colau ha salutato i suoi elettori con un discorso a tratti commovente che non ha lasciato presagire ipotesi alternative al fatto che Maragall sarebbe stato Sindaco della Ciutat Comtal. Il mercoledì successivo è giunta, l’offerta inattesa di Manuel Valls. L’ex-Primo Ministro socialista francese, di origini barcellonesi, è sbarcato mesi prima in città con una candidatura di stampo chiaramente elitario e liberale ottenendo solo l’11%. In una conferenza stampa ha sostenuto che tre dei sei eletti della sua lista – quelli non iscritti a Ciutadanos – sarebbero stati disponibili a votare per Ada Colau a capo di un governo municipale con i socialisti senza ulteriori condizioni programmatiche. Da quel momento è cominciato il dibattito dentro l’area dei comuns. Ada Colau è allora apparsa in due occasioni in un video rivolto ai suoi militanti, avanzando la sua proposta consistente in due punti: in primo luogo nessun negoziato sul programma con la destra, né unionista né indipendentista; poi, la creazione di un Tripartito Erc-BeC-Psc con Ernest Maragall Sindaco. Di fatto questa è stata la proposta portata avanti nelle riunioni riservate svoltesi in queste settimane con entrambi i partiti ma che hanno visto un secco diniego.
Il momento della verità c’è stato nella riunione dell’Assemblea di Barcelona en Comú, dove il 94% dei presenti ha votato a favore della sua candidatura a Sindaca anche se invitando il Coordinamento a cercare un’intesa con i due partiti fino alla fine. A due giorni dall’investitura del Sindaco della città, tutti i militanti di BeC (al contrario di ciò che è accaduto negli altri partiti) sono stati chiamati a decidere sulle due uniche opzioni ormai plausibili: che Ernest Maragall fosse eletto coi voti di BeC o che lo fosse Ada Colau in alleanza con il Psc. Il risultato è stato a favore di quest’ultimo accordo, con il 71,4% dei voti dei partecipanti.
Si giunge quindi alla giornata di sabato, quella dell’elezione. Se la piazza Sant Jaume del maggio del 2015 era stracolma di militanti di sinistra al grido «Sí se puede», storico slogan degli Indignados, questa volta a occupare la piazza c’erano soprattutto indipendentisti, furenti per la scelta dei comuns e allo stesso tempo solidali con Quim Forn, uno dei dirigenti indipendentisti in carcere preventivo dal novembre 2017 e eletto nel Consiglio Comunale per JxC. La rabbia schiumata in questi giorni sul web, il discorso rancoroso di Maragall – che annuncia quattro anni di opposizione frontale – e le immagini di Piazza Sant Jaume, lasciano presagire un quadriennio difficilissimo per Ada Colau, che vorrebbe i voti della sinistra indipendentista per portare avanti il suo programma sociale e che rischia invece di dover guardare di nuovo a Valls. Ora è giusto chiedersi se c’erano altre opzioni, se in ultima istanza è stata una scelta corretta e quali sono le prospettive della sinistra a Barcellona.
Ada Colau ha dichiarato da subito che la sua proposta era quella di costituire un Tripartito. Questa è la formula che si usa per riferirsi all’unica alleanza di centrosinistra che vi è stata in Catalogna, quella che nel 2003 cacciò dal potere il partito predecessore di JxC, Convergència i Unió, dopo 23 anni di governi guidati da Jordi Pujol. Questa coalizione, composta dal Psc, Erc e la vecchia alleanza di sinistra Icv-EUiA (Iniciativa per Catalunya – Equerra Unida i Alternativa) tra alti e bassi, durò fino al 2010. Poi dal 2012 Erc decise dapprima di sostenere CiU e poi di governarci, con l’obiettivo di condurre la Catalogna all’indipendenza dalla Spagna. Le scelte del Psc e della sinistra non indipendentista sono state molto diverse, anche tra di loro. Quella dell’opposizione totale alle scelte indipendentiste, da parte socialista, quella del sostegno a un referendum, da parte degli altri, seppur senza mai prendere posizione sulla questione, subendo gli avvenimenti determinati dal movimento indipendentista e dimostrandosi incapace di dettare l’agenda nella dimensione regionale. Ora, dopo sette anni di alleanza con i liberali indipendentisti e dopo aver visto fallire in maniera drammatica le sue più importanti scelte strategiche (il plebiscito del 2015 e la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 2017 coi successivi arresti di tutto il gruppo dirigente indipendentista) c’è chi vede la riproposizione del Tripartito come grottesca. La verità, ben sottolineata da Jordi Evole, è che quelli che vengono visti come i limiti di Colau (l’ambiguità, l’incapacità di prendere posizione nell’asse unione/indipendenza, il rifiuto dell’indipendentismo mentre allo stesso tempo si solidarizza coi dirigenti carcerati definendoli «prigionieri politici») sono posizioni chiave per superare un conflitto lacerante nel tessuto politico e sociale catalano e, soprattutto, per rimettere al centro l’asse destra/sinistra ridimensionando quella nazionale. Ma questo non conviene a molti, soprattutto a Erc che vive con rabbia la propria incapacità di insediarsi definitivamente come forza egemonica dell’indipendentismo. Quindi, proprio come accaduto in altre occasioni (la dichiarazione d’indipendenza, la mancata convocazione delle elezioni da parte di Puigdemont che forse avrebbe evitato il commissariamento provvisorio della Generalitat, la bocciatura della legge di bilancio presentata da Pedro Sánchez) la concorrenza tra JxC e Erc fa sì che in ultima istanza venga sempre presa la posizione più radicale. Eppure, lontani dalle telecamere, di accordi tra il Psc e Erc se ne realizzano in tutta la Catalogna, in dozzine di municipi, spesso realizzati in contrapposizione a JxC, tutto ciò a pochi giorni dalla sentenza che condannerà a molti anni di carcere Oriol Junqueras e i capi indipendentisti. E l’Area Metropolitana di Barcellona è stata negli ultimi anni governata proprio dal Tripartito proposto da Colau. Insomma, i ponti tra Psc e Erc non si sono mai rotti definitivamente mentre quelli tra JxC e Erc sono in caduta libera, ma Barcellona ha un valore simbolico che prevale sui programmi e sulle condizioni di vita reali delle persone.
Basti pensare a come Erc e l’indipendentismo hanno reagito alla elezione di Colau. Pur avendo le forze indipendentiste un totale di 15 consiglieri su 41, tre in meno rispetto al 2015, la portavoce del governo autonomo, Meritxell Budó, si è resa ridicola affermando insistentemente che l’indipendentismo aveva vinto le elezioni a Barcellona, una negazione della realtà che non è nuova per quest’area politica. Non contenta, giorni dopo ha proposto una «reazione del paese» all’elezione di Colau, una formula che sta a significare che il «paese» consiste solo in chi vuole l’indipendenza. Poi è cominciata una campagna di discredito e insulti telematica e televisiva contro Colau, a volte spontanea ma perlopiù condotta dai partiti e dai mezzi di informazione nazionalisti, in primis dalla televisione autonoma TV3. Il 10 giugno la sede di Barcelona en Comú è stata imbrattata con simboli indipendentisti. Il 13 giugno Twitter annunciava la sospensione di 130 profili falsi legati a Erc, negli ultimi giorni protagonisti di enormi pressioni contro Colau, come dimostrato da una inchiesta pubblicata su Telegra. Una finta pagina di sostegno a Ada Colau, ormai chiusa, invitava i militanti di BeC a votare per l’accordo con Erc. Il 14 giugno migliaia di volantini sono apparsi per la città per sostenere Maragall e contro Colau, il tutto per mano di un partito, Erc, che non ha mai consultato la sua base sulle proposte di BeC. E poi si giunge alla giornata di sabato, quando Ada Colau, la stessa che ha sostenuto lo svolgimento del referendum a Barcellona, che ha denunciato in Procura le cariche della polizia realizzate in quella giornata e che ripetutamente ha fatto visita ai dirigenti indipendentisti incarcerati, è stata dipinta come una venduta, un’infame, un’amica della repressione. Laura Pérez Castaño, consigliera di BeC, ha denunciato insulti sessisti e lanci di monetine contro di lei. Una cittadina italiana sostenitrice di BeC sarebbe stata attaccata con epiteti xenofobi. Difficile, in queste condizioni, pensare che si possano ricostruire ponti rapidamente con Esquerra Republicana, anche perché Ernest Maragall è stato chiaro: «che nessuno ci dica come ci dovremo comportare e di presunte alleanze progressiste», preannunciando quindi il suo «no» a tutte le proposte in campo sociale di Colau. Non sarebbe una novità: Erc nei primi quattro anni di mandato ha realizzato un’opposizione durissima, bocciando proposte come la creazione di un’impresa pubblica di pompe funebri e dell’allungamento del tramvia della città.
Detto ciò, non sarebbe stato meglio sostenere un sindaco di Erc, da parte di Colau, piuttosto che accettare i voti di Valls? Un’analisi dei programmi elettorali realizzata da El Crític ci dice che le similitudini tra questi due partiti sarebbe maggiore di quella tra comuns e socialisti. Tuttavia bisognerebbe anche considerare che da sette anni Erc sostiene alla Generalitat un Presidente della destra nazionalista catalana, i cui governi non spiccano per particolare attenzione per il sociale, e soprattutto il fatto che nei precedenti quattro anni di governo municipale Erc, come già detto, ha realizzato un’opposizione durissima a Colau. E, infine, c’è il fatto che nella battaglia politica catalana lo sforzo maggiore delle forze nazionaliste è quello di rubare terreno a sinistra, di presentarsi come forze progressiste, nel linguaggio e nei contenuti, con l’obiettivo di conquistare il terreno dell’alternativa. In quanto a trasversalità e egemonia, va ammesso che la forza dell’indipendentismo catalano è immensa.
Ci sono anche altre questioni che hanno impedito l’accordo con Erc. In primo luogo, se Esquerra avesse manifestato una predisposizione all’accordo coi socialisti, come avvenuto altrove, forse BeC avrebbe avuto più difficoltà a optare per il Psc. E poi ci sono le ripicche, le tensioni accumulate nel tempo, le incomprensioni. Si potrebbe cominciare con la decisione di Erc di bocciare la legge di bilancio statale costruita dal Psoe e da Unidos Podemos, che ha costretto tutti a tornare al voto, con conseguenze positive per Erc e negative per la sinistra non nazionalista. Si potrebbe continuare, come ha sottolineato proprio un consigliere comunale di BeC, Eloi Badia, con il rifiuto di Erc di sostenere Gerardo Pisarello nella mesa del Congreso [l’organo di foverno di rappresentanza del Congresso dei deputati, ndr] o le affermazioni del capogruppo di Erc a Madrid, Gabriel Rufian, secondo il quale Podemos non dovrebbe entrare nel governo Sánchez. La scelta di candidare, poi, come numero due della lista Elisenda Alamany, ex-capogruppo di Catalunya en Comú nel Parlamento catalano (autrice di una scissione di alcuni dirigenti comuns che sono passati armi e bagagli con la Erc in ascesa) è stata una decisione provocatoria, trattandosi di una persona con cui i comuns hanno rotto tutti i ponti. E ci sarebbe da ricordare come Maragall abbia prospettato per tutta la campagna elettorale, e finanche la notte della sua vittoria, un governo con JxC.
E infine ci sono le questioni più specificamente politiche, che spiegano le ragioni di Ada Colau. In primo luogo, come ammesso da lei stessa con franchezza, la principale differenza tra le proposte del Psc e quella di Erc era che la prima comportava la conquista del ruolo di Sindaco, e in un’istituzione come il Comune questo ruolo ha funzioni di tipo presidenziale, capace di fissare l’agenda, con poteri di nomina, destituzione e di coordinamento in tutti gli ambiti. Quello che qualcuno può chiamare «fame di potere», per Ada Colau non è altro che l’unico modo per portare avanti il proprio progetto politico, fatto di riforme finalizzate a cambiare la vita delle persone come il recupero di 56 milioni dall’evasione fiscale, l’obbligo per le imprese costruttrici di riservare il 30% delle nuove costruzioni a case popolari, le multe ai grandi proprietari di appartamenti vuoti, la più alta percentuale di spesa sociale in tutta la Spagna, la creazione di un’impresa di elettricità comunale o il fatto che per la prima volta la Sagrada Família pagherà le imposte municipali dopo 133 anni. Per lei la continuazione di queste politiche è fondamentale anche per la sopravvivenza dello dei comuns e di Podemos, che ha perso potere politico in Catalogna e nel resto della Spagna. Barcellona resta l’unica capitale di una Comunità Autonoma governata da un sindaco dell’area di Unidos Podemos e in una Catalogna dove i comuns hanno ottenuto magri risultati fuori dalla Ciutat Comtal, risulta vitale provare a portare avanti il progetto della città più importante.
Con i giochi ormai fatti resta però da capire se davvero sarà possibile continuare il progetto avviato nel maggio 2015. Nei primi quattro anni Colau ha cercato di volta in volta il sostegno di uno o dell’altro partito ma in nessun caso c’era stato questo livello di tensione con un partito che apparentemente appartiene alla stessa area di sinistra. Se Ada Colau non riuscirà a trovare accordi con Erc – impossibili nel primo anno, più probabili nel corso del tempo attraverso un lungo processo di ricucitura e sfruttando le divisioni nell’area nazionalista – ci sarebbe il rischio di trovarsi una volta in più a chiedere aiuto al tanto disprezzato Manuel Valls, di colpo diventato decisivo dopo un mediocre risultato elettorale. I rispettivi programmi sono agli antipodi ma il Psc avrebbe gioco facile a presentarsi come mediatore e a far sorgere compromessi che sarebbero ben lontani dalle esigenze dell’elettorato comú. Bisogna poi considerare qual è lo stato in cui si trova la militanza di Barcelona en Comú. È certo che la decisione è stata democratica e partecipata – al contrario di tutte le altre liste – ma non si può negare che quest’area ha vissuto un duro trauma in questi giorni, una situazione ben manifestata dall’espressione di Ada Colau nella sessione di investitura. Senza partecipazione, senza entusiasmo, senza un legame stretto con Ada Colau – la cui immagine quasi immacolata è stata duramente messa alla prova – c’è il rischio di sfaldamento di quest’area. E Ada Colau dovrà far leva su tutte le sue indiscutibili capacità per uscir fuori dalla stretta di Valls e di Collboni. Senza l’entusiasmo e la mobilitazione della sua gente, sarà impossibile per la Sindaca di Barcellona riuscire a dettare l’agenda politica desiderata.
Qualunque fosse stata la scelta di Ada Colau e di Barcelona en Comú c’è da essere sicuri che quest’area politica avrebbe vissuto un trauma. Si è deciso di viverlo da una situazione di comando.
*Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Vive e lavora da anni a Barcellona.

