Jacobin Italia

La Direttiva Ue sui rider fa un passo avanti

15 Dicembre 2023

C'è l'accordo in Europa sul lavoro di piattaforma. Tra i punti centrali della contesa: la presunzione di subordinazione e alcune garanzie contro le procedure automatizzate dagli algoritmi

Lo scorso 6 ottobre, commentavamo su queste colonne gli esiti del secondo forum sul lavoro di piattaforma organizzato dai sindacati europei, tenutosi a Madrid il 28 e il 29 settembre. Convitato di pietra della riunione era stata la Direttiva europea per regolamentare il comparto. Allora dominavano le preoccupazioni e il clima era di incertezza. Parlamento europeo e Consiglio, infatti, arrivavano alle negoziazioni tripartite con la Commissione partendo da posizioni diametralmente opposte. Il Parlamento, infatti, aveva migliorato la proposta iniziale della Commissione. 

Questa situazione, come ci aveva spiegato l’europarlamentare de La France Insoumise Leila Chaibi, era dipesa da due fattori concomitanti. Da un lato le forze progressiste (sinistra radicale, verdi e socialdemocratici) erano riuscite a far fronte comune, dall’altro le lotte di lavoratrici e lavoratori delle piattaforme – in particolare nel food delivery – si erano fatte sentire all’interno delle istituzioni, controbilanciando parzialmente la potenza di fuoco del lobbismo delle multinazionali. Il tema della protezione sociale dei gig workers ha fatto così breccia anche in una parte del Partito popolare europeo, in particolare nella Cdu tedesca che, tramite il suo eurodeputato Dennis Radtke (tra l’altro, un ex sindacalista), ha interpretato il modello organizzativo delle piattaforme digitali, fondato sul falso lavoro autonomo ed elusivo delle normative lavoristiche, come potenzialmente disruptive per l’economia sociale di mercato, nonché come vettore di concorrenza sleale per le aziende tradizionali.

Il Consiglio, dopo ripetuti confronti serrati tra i governi degli stati membri, aveva al contrario approvato una posizione negoziale di segno opposto. A tentare di annacquare le ambizioni riformatrici della Direttiva era stata in primo luogo la presidenza di turno ceca (seconda metà del 2022), senza però riuscirvi. Durante il semestre svedese – nella prima parte di quest’anno – la situazione si era sbloccata anche per via del periodo di difficoltà vissuto dal governo spagnolo (il principale sponsor di un forte intervento legislativo comunitario pro-labour) dopo le amministrative di maggio. Il Consiglio si era dunque accordato, senza l’assenso di Madrid, su una linea che presentava diverse criticità: l’ampliamento degli indici di subordinazione da soddisfare per essere riconosciuti come lavoratori dipendenti a tutti gli effetti; le possibilità di consistenti facoltà derogatorie a disposizione degli Stati membri, cui era interessata particolarmente la Francia di Macron.

L’accordo provvisorio del 13 dicembre

Con tali posizioni di partenza, era opinione comune degli osservatori che il trilogo tra negoziatori del Parlamento, del Consiglio e della Commissione non sarebbe arrivato a una mediazione durante il semestre di presidenza spagnola. Il semestre belga sarebbe stato l’ultimo prima delle elezioni del giugno 2024 e quindi della fine della legislatura. Il tempo stringeva e sia le forze sindacali nel meeting di Madrid di settembre sia le forze progressiste dovevano capire quali fossero per loro le condizioni minime del compromesso.

Con qualche sorpresa, l’accordo è infine arrivato nella mattina del 13 dicembre dopo una maratona notturna per definire ogni singolo dettaglio. In attesa di conoscere il testo finale, è possibile ricostruire i contenuti a partire dai comunicati stampa e dalle informazioni fornite dai negoziatori. 

In primo luogo, c’è la presunzione di subordinazione, l’elemento più rilevante dell’intera contesa. Il testo originale della Commissione prevedeva che la presunzione si attivasse nel caso in cui 2 criteri su 5 di subordinazione fossero soddisfatti. Il Parlamento aveva optato invece per una generale presunzione di subordinazione senza criteri, mentre il Consiglio aveva aumentato i requisiti per il riconoscimento del rapporto lavorativo di dipendenza (3 criteri su 7). L’accordo provvisorio si avvicina alla posizione originaria della Commissione. Su cinque indicatori (determinazione del massimo che i lavoratori possono guadagnare; controllo su assegnazione, distribuzione e svolgimento delle mansioni; restrizione alla libertà di scelta degli orari; restrizione alla libertà di organizzazione del lavoro; norme di comportamento, abbigliamento ecc.) ne servono due per attivare la presunzione di lavoro dipendente. Gli Stati membri potranno però estendere in autonomia i criteri. Altri due aspetti sono importanti a riguardo. L’onere della prova sarà invertito: saranno così le piattaforme a dover dimostrare che si stanno avvalendo di lavoro autonomo e non il contrario come è stato sinora. Inoltre, in caso si accerti che il lavoratore di una piattaforma sia a tutti gli effetti un lavoratore dipendente, sarà obbligatoria un’investigazione da parte dell’ispettorato del lavoro o di altre autorità competenti per verificare lo status contrattuale del resto della forza lavoro. L’inversione dell’onere della prova è un fattore particolarmente rilevante, anche perché la legislazione belga non la prevede. In caso il compromesso si fosse raggiunto nel prossimo semestre di presidenza, guidato dal governo di Bruxelles, questa importante disposizione avrebbe potuto essere sacrificata ai fini di trovare un’intesa. Nell’accordo dovrebbe esserci anche una clausola sociale che prevede l’estensione delle disposizioni della Direttiva anche a eventuali appalti, con una responsabilità solidale in capo alle piattaforme. Alla vigilia si temeva che questo tema potesse non essere incluso e sarebbe di certo stato un vulnus che avrebbe offerto alle piattaforme una scappatoia immediata. Elisabetta Gualmini, eurodeputata del Partito democratico e relatrice della proposta per conto del Parlamento, ha inoltre assicurato che le disposizioni della Direttiva sulla classificazione contrattuale non potranno essere derogate via dialogo sociale (il cavallo di battaglia di Macron per eludere la stretta regolativa). 

Importante è anche la parte relativa al management algoritmico. In particolare, il testo dovrebbe prevedere garanzie contro i licenziamenti e le disattivazioni temporanee degli account dalle applicazioni, che non potranno avvenire sulla base di mere procedure automatizzate. Un problema strutturale, che nel food delivery italiano si è palesato in tutta la sua ferocia in concomitanza di una tragica morte sul lavoro. Sebastian Galassi, rider fiorentino di 26 anni, venne travolto da una Range Rover che viaggiava oltre i limiti di velocità in coincidenza di un incrocio stradale l’ottobre dello scorso anno. Qualche giorno dopo Glovo, la piattaforma per cui Sebastian lavorava, inviò una mail automatica che raggiunse la famiglia del fattorino deceduto: «Gentile Sebastian, Glovo intende offrire un’esperienza ottimale ai propri corrieri, partner e clienti. Per mantenere una piattaforma sana ed equa, talvolta è necessario prendere dei provvedimenti quando uno di questi utenti non si comporta in modo corretto. Siamo spiacenti di doverti informare che il tuo account è stato disattivato per il mancato rispetto dei Termini e condizioni». La supervisione umana è una garanzia sia per evitare drammatici errori sia per rendere le contestazioni disciplinari più circostanziate e quindi più facilmente impugnabili per i lavoratori che le subiscono. La maggiore trasparenza è inoltre importante per prevenire che, dietro la patina di neutralità di queste procedure automatizzate, si nascondano discriminazioni per chi è impegnato in attività sindacali o in azioni di sciopero. Sarà inoltre proibito alle piattaforme di raccogliere dati che esulino dallo svolgimento della prestazione lavorativa. I lavoratori e i sindacati dovrebbero inoltre avere accesso a questi dati raccolti dalle aziende, anche se bisognerà vedere come avverrà in concreto.

Le reazioni politico-sindacali e i prossimi step

Soddisfazione è stata espressa dal gruppo dei socialisti, che parlano di accordo storico e segnalano l’importanza del traguardo raggiunto nonostante le forti pressioni delle aziende. L’eurodeputata olandese dei Verdi Kim Van Sparrentak, presente tra l’altro al forum sindacale tenutosi a settembre a Madrid, ha tracciato un bilancio in un comunicato stampa in cui sottolinea l’importanza dei risultati raggiunti. Van Sparrentak, del resto, ha lavorato soprattutto sulle misure per regolamentare gli algoritmi e parla di un tentativo pionieristico che sarà utile alle sfide normative del futuro, dove il legislatore dovrà confrontarsi con l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro. Dal fronte della sinistra radicale, invece, Leila Chaibi ha parlato di un passo avanti, nonostante l’accordo finale sia al di sotto della posizione più ambiziosa del Parlamento; per Chaibi e The Left è a ogni modo cruciale che il tentativo di Uber e soci di fare una legge business-oriented sia stato arginato.

I sindacati europei, pur riservandosi di valutare con attenzione il testo definitivo, si esprimono tramite il segretario confederale Ludovic Voet secondo cui è stato fatto un tentativo genuino di affrontare i seri problemi che i lavoratori delle piattaforme affrontano. I sindacati hanno allo stesso tempo richiamato il ruolo delle possibili ispezioni che dovranno accompagnare la Direttiva europea, ricordando come in metà degli stati membri il numero degli ispettori del lavoro sia stato tagliato nel corso degli ultimi anni, come evidenziato da un recente rapporto di Eurofound. La ministra del Lavoro spagnola Yolanda Díaz, sulla piattaforma X, saluta un traguardo storico ed evidenzia il ruolo propulsivo della Presidenza di turno del proprio paese. La leader di Sumar si è dimostrata un’abile negoziatrice: pur essendo chiamata a rappresentare istituzionalmente la posizione arretrata del Consiglio (all’interno del quale, secondo i rumors, era piuttosto isolata), è riuscita a far leva sul relativo margine di manovra a sua disposizione per garantire alcuni avanzamenti rilevanti come l’inversione dell’onere della prova.

La partita però non è affatto conclusa. Per entrare in vigore, la Direttiva ha bisogno dell’adozione formale da parte del Parlamento e del Consiglio. Se quella del Parlamento è scontata, in Consiglio lo scoglio maggiore potrebbe essere ancora una volta la Francia di Macron. Sarà da vedere se Parigi deciderà di reiterare la sua ostilità alla presunzione di subordinazione. Il testo concordato prevede la possibilità per gli Stati membri di rendere meno effettiva la presunzione di subordinazione (decretando la necessità di soddisfare ulteriori indicatori rispetto ai 2 su 5 indicati), ma la derogabilità della stessa tramite un dialogo sociale di comodo  non ha avuto cittadinanza. Su questo modello si basa infatti la strategia adottata da Macron in Francia per evitare il riconoscimento del lavoro subordinato, modello contestato dai sindacati Cgt e Fo e dalla sinistra politica nonché sfidato all’inizio di questo mese dallo sciopero dei lavoratori di Uber Eats. Il Consiglio deve approvare l’accordo provvisorio con una maggioranza qualificata (almeno il 55% degli Stati membri, che rappresentino il 65% della popolazione). Se Macron decidesse di optare per il sabotaggio e il rifiuto, dovrebbe quindi coalizzare altri governi. Provvidenziale, da questo punto di vista, potrebbe essere la sconfitta dei sovranisti del PiS nelle recenti elezioni polacche. Il partito ultraconservatore dell’ex premier Morawiecki vedeva infatti con sospetto qualsiasi regolazione sovranazionale. La nuova composita coalizione governativa ha un altro segno e difficilmente non darà semaforo verde a un accordo ben visto dalla Commissione europea.

In caso di approvazione, gli stati membri avranno due anni di tempo per recepire la Direttiva. La posizione che assumerà il governo italiano sarà da seguire con attenzione. Il riconoscimento dello status di lavoro dipendente è infatti in contraddizione con l’accordo siglato da Assodelivery (associazione di impresa che riunisce le principali multinazionali del delivery, eccetto Just Eat) e Ugl (sindacato di destra molto vicino agli ambienti governativi) per mantenere il regime di falso lavoro autonomo e il cottimo. 

Ad ogni modo, in tutta Europa, è facile prevedere che le piattaforme proveranno a modificare la propria organizzazione del lavoro al fine di non adeguarsi alle regole, escogitando nuove scappatoie. Saranno pertanto essenziali gli strumenti regolativi, il già citato ruolo degli ispettorati del lavoro e soprattutto i processi di organizzazione e sindacalizzazione della forza lavoro. Resta inoltre la questione decisiva del lavoro migrante che, nel food delivery, è un asse portante. Molti lavoratori senza documenti lavorano tramite il subaffitto di account. Lo stesso fanno studenti internazionali che, per le regole sull’immigrazione, possono lavorare regolarmente solamente per un tot di ore a settimana – come sta emergendo per esempio a Copenhagen. Su questo elemento, decisivo, bisogna ancora fare un salto di qualità nelle rivendicazioni. Si dovrà necessariamente discutere di processi di regolarizzazione di chi è stato informalmente impiegato per anni nel settore pur non avendo documenti e di riforme delle legislazioni nazionali sull’immigrazione che garantiscano diritti e inclusione a categorie di lavoratori quali gli studenti internazionali. Considerare infatti la classe lavoratrice in tutte le sue articolazioni (non esclusivamente bianche ed europee) è essenziale per democratizzare davvero interi settori delle nostre economie.

*Nicola Quondamatteo è assegnista di ricerca in Sociologia del Lavoro presso l’Università di Padova. Si è occupato, in particolare, di lotte dei lavoratori delle piattaforme; di esternalizzazioni e  processi di etnicizzazione del lavoro nella cantieristica navale; di salario minimo. È autore di Non per noi ma per tutti. La lotta dei riders e il futuro del mondo del lavoro (Asterios 2019).