Jacobin Italia

La Fifa decide su Israele

15 Maggio 2025

In Paraguay si apre il congresso della Federazione internazionale calcistica. Tra i temi all'ordine del giorno: l'esclusione di Israele

Giovedì 15 maggio ad Asunción, Paraguay, si tiene il settantacinquesimo Congresso Fifa. Quarto punto all’ordine del giorno è quello relativo alla sospensione o espulsione di un’Associazione membro. Si tratta, chiaramente, della Federazione Calcistica Israeliana (Ifa) e della richiesta avanzata oltre un anno fa dalla corrispettiva palestinese. 

È da marzo scorso, infatti, che la Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) sta portando avanti una campagna internazionale per chiedere alla Fifa l’esclusione dell’Ifa da ogni competizione fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco permanente che metta fine al genocidio che va avanti da oltre un anno e mezzo e che ha già causato più di 50.000 vittime tra la popolazione palestinese. Tra di loro, almeno 700 atleti palestinesi, di cui oltre 350 calciatori professionisti e centinaia di giovani calciatori delle leghe giovanili,  sono stati uccisi dalle forze di difesa israeliane (Idf). Come se non bastasse, tutte le strutture sportive di Gaza e molte di quelle in Cisgiordania sono state danneggiate o distrutte da Israele, compresi i 41 campi da calcio ancora esistenti. Tra di essi anche lo stadio del Gaza Sports Club (squadra del nord di Gaza) che era stato completato nel dicembre del 2022, con tanto di celebrazione alla presenza dei rappresentanti dell’Agenzia degli Stati uniti per lo Sviluppo Internazionale (Usaid), di cui, appena due anni dopo, non restano che macerie.

Morte e distruzione che, è bene sottolineare, vanno avanti da decenni così come la richiesta di giustizia da parte della Pfa. Durante l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza alla fine del 2008, conosciuta come Operazione Piombo Fuso, ad esempio, le Idf distrussero 15 strutture sportive e uccisero 11 atleti palestinesi. Nel 2014, un’altra campagna militare israeliana causò danni a oltre 30 impianti sportivi e 16 atleti palestinesi furono tra i circa 2.000 palestinesi uccisi. Oggi, gli unici due stadi a essere scampati alla devastazione israeliana sono lo stadio Yarmouk di Gaza che, però, è stato trasformato in un vero e proprio campo di tortura a cielo aperto, le cui foto hanno fatto il giro del mondo, e lo stadio di Deir Al-Balah che è stato trasformato nel più grande centro per sfollati di Palestina, con circa 10.000 persone accolte.

Quella della Pfa è una campagna per chiedere l’esclusione di Israele da tutte le competizioni sportive di Fifa e Uefa che affonda le proprie radici nel diritto internazionale oltre che nel concetto inalienabile e sacrosanto della giustizia sociale, come ci sottolinea Dima Said, portavoce ufficiale della Pfa: «la richiesta della Federazione Palestinese nasce alla luce delle azioni illegali messe in atto dalla Ifa» come ad esempio il mettere in campo attività direttamente riconducibili all’Ifa in Cisgiordania per cui la Pfa ne chiede l’immediata cessazione e il conseguente rispetto dell’integrità territoriale. Ben 9 club provenienti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania giocano nei campionati sotto l’egida dell’Ifa. Una situazione che rappresenta – di fatto – una violazione tanto degli Statuti della Fifa quanto delle norme di diritto internazionale. La Cisgiordania, infatti, è a tutti gli effetti territorio dello Stato di Palestina come confermato anche dalla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che, proprio a luglio scorso, ha stabilito che la politica di insediamento di Israele in Cisgiordania «viola il diritto internazionale» e che per questo «lo Stato di Israele ha l’obbligo di porre fine alla sua presenza illegale nei Territori palestinesi occupati il più rapidamente possibile, di cessare immediatamente tutte le nuove attività di insediamento, di evacuare tutti i coloni e di risarcire i danni arrecati». Occupazione che non rispetta non solo il diritto internazionale ma anche gli Statuti che regolamentano il funzionamento della Fifa e delle Federazioni che ne fanno parte: «le associazioni membri e i loro club non possono giocare sul territorio di un’altra associazione membro senza l’approvazione di quest’ultima». Anche per questo motivo la Pfa, consapevole di essere dal lato giusto della storia, con la sua richiesta alla Fifa vuole «dare risalto alla governance sportiva e alla tutela dei diritti secondo quelle che sono le normative internazionali. La Pfa, in conclusione, sostiene equità, trasparenza e l’integrità del calcio, esortando la Fifa a rispettare e proteggere i diritti», ribadisce Dima Said. 

Equità, trasparenza e integrità del calcio, valori che evidentemente non sono tra le priorità di Gianni Infantino e della Fifa che sta gestendo la questione evidenziando un doppio standard che sa tanto di complicità. Alla Fifa, nel febbraio 2022, bastarono soli quattro giorni per sentenziare l’esclusione della Federazione Calcistica Russa, dei suoi club e atleti da qualsiasi competizione sportiva, a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina. A supporto di quella decisione fu portata la giustificazione che alcune Federazioni, tra cui quella polacca e quella svedese, si sarebbero rifiutate di giocare contro la Russia, anche a porte chiuse e in territorio neutrale. La richiesta della Pfa, invece, è al vaglio del massimo organismo della governance sportiva mondiale da oltre un anno. «Qualcuno dovrebbe scrivere un episodio di Black Mirror su questo: siamo nel 2080, la Fifa ha sede sulla Luna e ancora sta studiando il caso», il commento amaro della vicepresidente della Pfa, Susan Shalabi. A rendere ancora più sconcertante la posizione di Infantino&co. è che un altro pretesto che fu utilizzato per escludere la Federazione russa fu quello della presunta «mancanza di sicurezza» per giocatori, ufficiali e tifoserie. A settembre scorso, il Belgio si è rifiutato di ospitare la nazionale di calcio israeliana per la prima partita di Uefa Nations League – che infatti si è giocata in campo neutro – proprio per motivi di «sicurezza e ordine pubblico» eppure neanche questo evento ha spinto la Fifa a prendere quella che è l’unica decisione sensata, umana e possibile: l’esclusione di Israele! 

La Fifa fa orecchie da mercante e continua a rimanere in silenzio. «I regolamenti e gli statuti della FIFA, nonché tutti gli spot promossi dalla stessa, vogliono affermare il principio secondo cui il calcio è un gioco per tutti, un luogo dove non c’è violenza o brutalità. Quindi facendo seguito a quanto stabilito dalla Fifa stessa, sarebbe d’obbligo escludere ed evitare che qualsiasi stato Occupante nel mondo possa partecipare alle competizioni internazionali. È per questo motivo che è importante fare giustizia e dare seguito a quei principi, ma il silenzio della Fifa rivela che c’è ipocrisia, che manca la volontà, che non c’è nessun’altra giustificazione al silenzio prolungato della Fifa», è quanto dichiarato da Abubaker Abed, giovanissimo giornalista sportivo di Gaza che da un anno e mezzo si è dovuto trasformare in «inviato di guerra». 

In questo scenario c’è, però, chi non ha avuto tentennamenti e ha preso immediatamente parola e posizione in favore della Palestina e continua a fare pressione affinché il mondo del calcio non sia complice del genocidio in corso. Centinaia di tifoserie in tutto il mondo hanno aderito alla campagna «Show Israel the Red Card» ma anche tanti calciatori hanno manifestato tutta la propria solidarietà e vicinanza al popolo palestinese. In Italia, dove ricordiamo che lo scorso 14 ottobre si è giocata la partita di Uefa Nations League tra gli azzurri di mister Spalletti e la nazionale israeliana in una Udine praticamente blindata e con centinaia di persone all’esterno del Blu Energy Stadium a protestare contro la presenza sionista, tantissime realtà sportive popolari, tifoserie organizzate, giornalisti e singoli appartenenti al mondo del calcio hanno aderito a una petizione lanciata nel marzo scorso con cui si chiede alla Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) di fare proprie le richieste della Pfa ed esercitare pressione sulla Fifa affinché prenda una decisione che vada nella direzione della pace, del rispetto del diritto internazionale e della giustizia sociale. Petizione che assume ulteriore importanza dopo la recentissima elezione a primo vicepresidente dell’Uefa di Gabriele Gravina e alla luce dei prossimi impegni della nazionale maggiore che la vedranno nuovamente sfidare Israele nel girone di qualificazione ai prossimi Europei. 

Una richiesta che, come si legge nel testo della petizione, parte dalla consapevolezza che «il calcio non è una bolla avulsa dalla realtà in cui è immerso e che debba dunque contribuire a costruire umanità, solidarietà e pace perché in ogni ambito di vita ci si dovrebbe prodigare per raggiungere un immediato cessate il fuoco quale anticamera di una pace giusta e duratura che permetta alla popolazione palestinese di esistere e vivere libera dall’occupazione e dal colonialismo». Tacere di fronte alla spirale di violenza e brutalità che va avanti da oltre 75 anni e che in quest’ultimo anno e mezzo ha visto un’accentuazione decisamente nefasta, vorrebbe dire essere, in un certo qual modo, complici di uno dei crimini contro l’umanità più efferati di tutta la storia. Sarebbe una dichiarazione di complicità delle massime Istituzioni del Calcio nel processo di normalizzazione dell’Occupazione e del colonialismo israeliano. Il che porterebbe il mondo del calcio a perdere definitivamente la propria anima, consegnandosi mani e piedi a quelli che sono chiari interessi politici dettati da valori che sono in antitesi con quelli che dovrebbe veicolare uno sport e chi lo rappresenta. Del resto come afferma Shalabi «la Fifa sa esattamente cosa deve fare. Serve solo il coraggio morale di rispettare le proprie regole» perché l’ipocrisia è lampante. I diritti umani e il fair play sembrano essere imprescindibili solo se non riguardano i palestinesi.

Un’ipocrisia che coinvolge potere politico e potere mediatico che, allo stesso modo, tace e normalizza la violenza israeliana anche nella sfera calcistica come ci ricorda Abubaker Abed: «Personalmente parlando, penso di essere deluso perché sono stato l’unico giornalista a coprire lo sport nei territori palestinesi occupati durante il genocidio ma anche prima del genocidio. E quando i giornalisti occidentali, specialmente i giornalisti sportivi, in tutto il mondo, vedono che c’è qualcuno che sta coprendo, che sta riportando gli omicidi dei giocatori, dei manager e dei tifosi della sua terra natale, e non ne parlano, è davvero straziante e demoralizzante. Ricordo quando dovevo camminare per chilometri per raccontare una storia di calcio, o dovevo rischiare la mia vita per scattare una foto di una partita, o per vedere gli stadi e incontrare i giocatori. Giocatori traumatizzati dalla violenza in corso a Gaza. C’è davvero tanto da dire e sento di dover fare qualcosa per il mio paese. Questo è il mio dovere come giornalista sportivo da Gaza, ma spero davvero che questo trauma finisca, che questa tragedia finisca e che io possa riportare notizie sui giocatori di persona, magari dal palcoscenico mondiale, dall’Europa o da altri paesi. Questo è ciò di cui voglio parlare, non di giocatori uccisi, strutture sportive distrutte e sogni infranti. No, voglio riportare le cose veramente positive dello sport che amo». 

Ecco un altro buon motivo per cui giovedì le Federazioni Calcistiche – che si riuniranno ad Asunción – e i massimi vertici della Fifa dovrebbero votare per l’esclusione di Israele

da qualsiasi competizione fino a quando la Palestina non tornerà ad essere libera. Se così non fosse, sarebbe la terza volta dallo scorso marzo che la FIFA evita di prendere una decisione, nonostante – come dichiarato da Dima Said – i ripetuti appelli della PFA, sostenuti da tifosi internazionali, club e società civile. La Federazione Calcistica Israeliana continua a operare con pieni privilegi, nonostante l’occupazione e il continuo attacco contro atleti palestinesi, infrastrutture e attività sportive. Non resta che continuare a chiedere responsabilità, perché il calcio non può dichiararsi neutrale quando vengono violati diritti fondamentali. Abbiamo presentato formalmente il nostro caso e finché questo processo non avrà inizio, la FIFA starà venendo meno non solo al suo dovere verso il calcio palestinese, ma anche all’integrità stessa del gioco.

*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.