Jacobin Italia

La fine del momento populista

23 Novembre 2024

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Le elezioni nello stato spagnolo segnano una sconfitta senza precedenti del blocco reazionario. Ma i risultati per la sinistra sono ambivalenti. E pare che il "momento populista" sia ormai trascorso

Lunedì 29 aprile non è stato facile per la destra spagnola. Faes, il think tank di destra più influente, ha puntato il dito contro la frammentazione dei partiti conservatori e la «spericolata ignoranza degli elettori» per spiegare i disastrosi risultati elettorali ottenuti la notte precedente. Federico Jiménez Losantos, conduttore radiofonico, ha definito il paese «smarrito, stupefatto e idiota». «All’indomani di questo triste giorno sto considerando di trasferirmi in un altro paese – ha scritto un membro di ForoCoches, un forum online reazionario –. Quale paese europeo di destra mi consigliate?». Un altro utente ha sottolineato che i paesi europei di destra non accolgono immigrati.

La delusione è comprensibile. Fino allo scorso fine settimana, il primo ministro di centro-sinistra Pedro Sánchez aveva affrontato un futuro incerto in mezzo alla terra di nessuno. Alla sua destra, un’alleanza reazionaria formata dal conservatore Partido popular (Pp), dai presunti liberali di Ciudadanos e dal partito emergente della destra radicale Vox. Alla sua sinistra, Podemos e Izquierda unida (Up) hanno visto il governo entrare in stallo e vacillare dopo l’inizio promettente dello scorso giugno. In parlamento, il rifiuto dei partiti catalani indipendentisti di sostenere una legge finanziaria progressista negoziata con Unidas Podemos aveva costretto Sánchez a ricorrere alle elezioni anticipate.

La campagna elettorale era parsa infausta. Dopo tre anni di lotte intestine viziose, messaggi incompetenti e infinite torsioni tattiche, Unidas Podemos pareva essere destinata a perdere metà dei suoi elettori, mettendo in pericolo la sopravvivenza di un blocco di sinistra. Vox, d’altro canto, sembrava sul punto di trasformarsi da propaggine ultraconservatrice del Pp in partito anti-establishment populista di destra con un elettorato giovane e fortemente mobilitato (Steve Bannon aveva profetizzato che avrebbe ottenuto il 15% dei voti). I media hanno consentito l’ascesa del partito con una prevedibile combinazione di copertura ossessiva, fact checking spuntato e condiscendenza. Prendendo in prestito una pagina dal libro di François Mitterrand, Sánchez aveva anche sfidato il leader Vox Santiago Abascal cercando – senza riuscirci – la sua partecipazione a un dibattito televisivo. Oltre a ciò, aveva optato per una campagna di basso profilo, ponendo il suo Partito socialista (Psoe) come modello di moderazione e ottenendo riconoscimenti da The Economist e Financial Times.

Lo scenario sembrava destinato a un altro sconvolgimento, come quelli di Donald Trump negli Stati uniti e di Jair Bolsonaro in Brasile. Un risultato simile si era già verificato lo scorso dicembre in Andalusia, dove Pp, Ciudadanos e Vox avevano unito le forze per porre fine a 36 anni di governo del Psoe. Mentre questi partiti si differenziano per questioni relative ai diritti civili, tutte e tre concordano su un’agenda di redistribuzione della ricchezza verso l’alto e repressione statale contro il movimento indipendentista in Catalogna. Con il Pp che prometteva a Vox un posto come membro della coalizione di governo, Abascal avrebbe potuto seguire le orme di Matteo Salvini, sfruttando la goffaggine dei suoi partner per diventare il giocatore decisivo della destra spagnola.

Invece, a quanto pare, questa congiuntura non ha mobilitato gli elettori di destra, il cui numero è rimasto relativamente stabile negli ultimi dieci anni. Al contrario, ha generato uno stato di emergenza nella sinistra dell’elettorato, che ha votato in numeri da record: l’affluenza totale è stata vicina al 76%, il più alto dal 1996. Il principale beneficiario è stato il Psoe, che ha ottenuto il 29% dei voti e la sua prima vittoria dal 2008. Anche Podemos ha superato le aspettative, aggrappandosi al 14%, forse per merito delle performance di Pablo Iglesias nei dibattiti televisivi, nei quali ha chiaramente battuto i suoi rivali.

Il nodo principale, comunque, è il crollo del blocco di destra. Precedentemente visto come un monolite inattaccabile, il Pp ha subito la sconfitta più grossa della sua storia, cadendo rovinosamente al 17% dei voti (la metà del del 2016). Ciudadanos è diventato il terzo partito (16%). Vox, ha raccolto il 10%, un dato nettamente inferiore alle sue aspettative che comunque rappresenta una crescita inquietante. Tutti e tre i partiti sono stati ostacolati dalle predilezioni del regime elettorale per il maggioritario e per le zone rurali, fattori che in precedenza hanno giocato a favore del Pp.

Insomma, la frustrazione di Faes e Losantos è giustificata. Al di là della sconfitta elettorale, la destra spagnola si sta lentamente aggrappando a un problema più profondo: ha fondamentalmente interpretato male il paese. Il messaggio della reazione, che negli ultimi mesi è aumentato a un livello febbrile, offre ben poco oltre una malsana fissazione con la (inesistente) minaccia che sarebbe rappresentata dall’indipendenza catalana e con riferimenti automatici al Venezuela ogni volta che Podemos entra in scena. Piuttosto, un decennio di crisi e austerità ha lasciato gli spagnoli più preoccupati per la disoccupazione e l’aumento della disuguaglianza. Appena sono stati chiamati a votare in massa, hanno consegnato un parlamento di sinistra in cui il sostegno dei partiti regionali rimane necessario per garantire un nuovo governo. Le destre considerano una maggioranza di questo tipo intrinsecamente illegittima per le destre, ma il loro rifiuto non farà altro che esacerbare la loro irrilevanza.

Quo vadis Sanchez?

Se i risultati sono catastrofici per la destra, sono comunque ambivalenti per la sinistra. A Sánchez mancano una cinquantina di seggi per avere una maggioranza. La perdita di 1,3 milioni di voti e di un terzo dei seggi parlamentari del 2016 ha lasciato Iglesias in una posizione debole per rivendicare la coalizione di governo. Partecipare a un governo col Psoe sarebbe il modo migliore per Unidas Podemos per stabilire un consenso social-democratico, anche se questo significa diventare un partner minore con un programma relativamente modesto.

Questa coalizione introdurrebbe qualche attrito nella relazione altrimenti liscia tra affari e élite politiche. Probabilmente non è una coincidenza che, mentre gli investitori internazionali hanno reagito tiepidamente alla prospettiva di una coalizione tra Psoe e Up, la più grande banca spagnola ha emesso un rapporto allarmistico, mettendo in guardia contro il populismo di sinistra e consigliando a Sánchez un accordo con il leader di Ciudadanos Albert Rivera, che «farebbe piacere al mercato più di Podemos». Nelle prossime settimane il Psoe e Ciudadanos saranno sottoposti a notevoli pressioni per formare una maggioranza di governo.

Sánchez aspetterà che le elezioni regionali, comunali ed europee (il 26 maggio) si siano svolte prima di prendere qualsiasi decisione. Durante i dibattiti televisivi, pressato da Iglesias, ha rifiutato di chiarire se avrebbe cercato il sostegno Ciudadanos. Sta a Rivera decidere se il suo partito si oppone incondizionatamente a Sánchez e che preferisce unire le forze con la destra radicale. Tuttavia, Rivera ha già dimostrato di non essere di parola e di avere un talento per le conversioni ideologiche consumate nel giro di una notte.

Le elezioni di maggio potrebbero introdurre nuove variabili – specialmente se le divisioni di Podemos mettono in pericolo il blocco di sinistra – ma un patto tra Psoe e Ciudadanos non sembra probabile. Ciudadanos darà priorità alla rimozione del Pp come partito principale della destra, il che significa che continuerà a rappresentare il primo ministro come uno squilibrato estremista. Nel celebrare la sua vittoria nel quartier generale del Psoe, Sánchez è stato accolto da una folla di sostenitori che urlavano «Non con Rivera!». In linea di massima, la base del partito vede Unidas Podemos come partner di coalizione più auspicabile.

Oltre a spaventare gli elettori del Psoe, un’alleanza con Ciudadanos demolirebbe la posizione del partito nei Paesi Baschi e in particolare in Catalogna, la regione che ha visto i maggiori aumenti dell’affluenza e che rimane essenziale per cementare le vittorie di centrosinistra. Mentre i partiti indipendentisti si sono dimostrati inaffidabili in passato, i catalani hanno votato prevalentemente per la sinistra repubblicana (Erc) e il franchise regionale del Psoe, due forze che attualmente optano per moderazione da entrambe i lati dello scontro pro o anti-indipendenza. Sánchez potrebbe tentare di raggiungere una maggioranza di governo senza partiti indipendentisti, il che gli garantirà più margine di manovra e forse meno critiche da parte dell’opposizione. Allo stesso tempo, la sempre più palese rottura dell’Erc con i nazionalisti catalani di destra che hanno appoggiato durante l’ultima metà del decennio suggerisce che il partito potrebbe svolgere un ruolo più costruttivo nella politica spagnola.

Forse ancora più importante, il Psoe si è ripreso spostandosi verso sinistra. Paradossalmente, la pressione di Unidas Podemos su Sánchez ha alla fine giovato al suo partito, se non altro costringendolo a prendere sul serio la propria retorica sull’uguaglianza sociale. Come altrove in Europa, il centro-sinistra sopravvive solo in quei paesi (come il Portogallo o il Regno Unito) dove rifiuta l’eredità della terza via. Raggiungere un modus vivendi tra socialdemocrazia e populismo di sinistra è diventata l’unica via per i progressisti.

Fine del momento populista?

Questo dilemma taglia entrambe le posizioni e impone alcune dure verità su Unidas Podemos. Sebbene la frammentazione politica abbia messo fine al sistema bipartitico spagnolo, il campo di battaglia politico rimane una competizione tra destra e sinistra, nella quale Podemos ha assunto il ruolo di forza ausiliaria del Psoe. Il partito ha respinto questa posizione sin dalla sua nascita, ma il momento populista del 2014-16 sembra ormai lontano, in gran parte a causa degli errori di Podemos. La scena politica non può più essere rappresentata con la contesa tra «popolo» ed «élite oligarchica», come hanno fatto Iglesias e Íñigo Errejón con grande successo. Questa strategia ha permesso a Podemos di raccogliere la stragrande maggioranza di spagnoli che hanno appoggiato l’agenda di riforme radicali del movimento degli indignados, non solo la parte minoritaria di elettori a sinistra del Psoe. Il calo di consensi dei leader di Podemos insieme a un temporaneo, ma comprensibile, calo delle mobilitazioni sociali seguito al ciclo di movimento del 2011-2013, ostacolano la possibilità di crescita che aveva avuto Podemos nel 2016. Il femminismo è diventato un terreno cruciale di politicizzazione radicale, ma il partito non ha ancora trovato il modo per capitalizzarlo da un punto di vista elettorale. Come sottolinea Manuel Monereo, consigliere di Iglesias da lungo tempo e spesso critico con Errejón, Podemos si è ora posizionato nel ruolo tradizionalmente detenuto da Izquierda Unida, la coalizione comunista che è stata a lungo relegata in una posizione marginale dal Psoe.

Ciò non dovrebbe sorprendere. Con una struttura verticale, una catena di comando autocratica e una leadership guidata dai media, Podemos pare progettato per fornire vittorie elettorali veloci piuttosto che per costruire una cultura organizzativa vivace. Senza un clima di eccezionalità politica, si blocca e si fissa sull’applicazione della disciplina interna. A partire dal 2016, il partito ha adottato una serie di zig-zag strategici, facendo una netta opposizione al Psoe all’inizio del 2017, collaborando con il centro-sinistra a metà 2017 e chiedendo un referendum sulla monarchia spagnola alla fine del 2018 – idea rapidamente accantonata dopo un disastroso lancio pubblico. Le costanti dimissioni di dirigenti di alto profilo dopo il secondo congresso di Vistalegre del partito, compresi alcuni fondatori di Podemos che non hanno aderito alle opinioni di Errejón, segnalano l’attuale isolamento della leadership. Ma il problema è tanto istituzionale quanto personale. Finora il partito si è dimostrato riluttante alle riforme e anche le sue fazioni scissioniste – come il Más Madrid di Errejón – presentano caratteristiche simili.

In circostanze normali, Up avrebbe avuto bisogno di un’accurata autocritica e un rinnovamento della sua leadership. Ma l’introspezione non avverrà, data la congiuntura attuale e l’inclinazione del partito a incolpare dei suoi problemi agenti esterni, come l’ostilità dei media o la sporca guerra del governo precedente contro Up. Queste accuse dicono il vero. Ma non giustificano i risultati del partito, o il fatto che la sua debolezza ha permesso a Vox di coltivare un voto anti-sistema che non è imbrigliato secondo linee democratiche. Con la destra radicale che entra nel parlamento, anche lo status della Spagna come eccezione alla crescente ondata di xenofobia europea è sparito.

Come osserva lo scrittore Isaac Rosa, la società spagnola si è aggrappata alla manopola di emergenza nel 2011 e nel 2018, canalizzando la forza degli indignati e del femminismo di fronte a una situazione politica insostenibile. Domenica ha tirato la leva una terza volta. I risultati non sono rivoluzionari, ma non dovrebbero essere guardati dall’alto in basso. E se mai ci fosse stato un momento in cui gli spagnoli e le spagnole di sinistra dovessero sentirsi orgogliose del loro paese, quel momento sicuramente è adesso.

*Jorge Tamames è redattore di Política Exterior e sta seguendo un PhD allo University College di Dublino. Vive tra Madrid e Dublino. Questo articolo è tratto da JacobinMag. La traduzione è di Giuliano Santoro.