Jacobin Italia

La Gkn alza il volume

11 Dicembre 2025

Al via la nuova campagna di finanziamento per dare un futuro al piano industriale dei lavoratori, contro l’immobilismo dell’intervento pubblico. Due milioni di «azioni» da raccogliere con crowdfunding, con il metodo Flotilla

Comincia una nuova campagna per dare un futuro alla ex Gkn. L’ennesima, dopo più di quattro anni di lotte, manifestazioni, presìdi, progetti di reindustrializzazione, proposte di legge, Festival di letteratura Working class, libri, iniziative culturali, processi di convergenza politica e sociale, fino a diventare la punta di lancia della proposta di riconversione ecologica in Italia. Eppure, nonostante il progetto di reindustrializzazione ecologica avanzato della Gkn sia un modello anche internazionale – la stessa Greta Thunberg lo sostiene attivamente – è ancora fermo e in attesa di risposte istituzionale. Una lentezza politica ormai evidentemente sospetta, che mostra la distrazione della gran parte della politica e del sindacato rispetto alla prospettiva di una fabbrica rigenerata direttamente da chi ci lavora e da questi diretta e organizzata.

Per questo è partita la campagna «un’azione per salvare Gff», con un nuovo crowdfunding lanciato da Gff, la cooperativa delle lavoratrici e dei lavoratori dell’ex Gkn, insieme ad Arci nazionale, per sostenere l’avvio della prima fabbrica socialmente integrata d’Italia. La raccolta è attiva sulla piattaforma Produzioni dal Basso e punta a raggiungere 2 milioni di euro.

Dopo quattro anni di lotta, un piano industriale già validato e continui rinvii da parte di istituzioni e finanziatori, il Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn sceglie di rafforzare la via del coinvolgimento popolare per avviare le prime linee produttive, che vanno dalla rigenerazione dei pannelli fotovoltaici alla produzione di cargo bike con tecniche a basso impatto ambientale. In parallelo prosegue la campagna di azionariato popolare sulla piattaforma Ener2Crowd dove da oggi può versare chi aveva già manifestato l’interesse a far parte della cooperativa come azionista e socio sostenitore.

Si tratta chiaramente di rompere l’immobilismo e il boicottaggio istituzionale di questo progetto, con un’azione concreta finanziaria e di lotta: «Un gesto semplice per salvare la fabbrica socialmente integrata e la reindustrializzazione dal basso. Perché dare uno schiaffo al sistema non ha prezzo», dice la campagna che è stata lanciata l’11 dicembre. Il punto è che la vertenza si trova davanti al tentativo di logorare la lotta. Nonostante gli impegni della Regione Toscana, con la nascita del Consorzio industriale della piana fiorentina, l’intervento pubblico è stato finora assente o insufficiente: il consorzio stesso, per presunti problemi burocratici, non è ancora divenuto operativo e potrebbe non intervenire mai. Dall’altro, i cosiddetti fondi di investimento «sociali» e il management delle cooperative, che si erano impegnate a finanziare l’avvio del progetto industriale, restano a guardare.

La lotta dei lavoratori va avanti da più di quattro anni, è la più lunga lotta operaia del nostro paese, e già questo potrebbe essere sufficiente per affermare che «dopo tutto, hanno vinto». Ma la lotta non ha altre soluzioni vincenti se non far partire effettivamente la reindustrializzazione, e si sta misurando con un’ipotesi di vittoria che sembra sempre meno tollerata, come se fosse troppo scandaloso e rapresentasse uno smacco sistemico che degli operai riescano davvero recuperare e rigenerare, per di più in chiave ecologica, il lavoro e la fabbrica che è stata loro portata via.

Tanto più che il sistema italiano vive un processo di deindustrializzazione e riduzione di salari e diritti ben identificato dalla vicenda parallela, diversa ma analoga per certi versi, dell’Ilva di Taranto e Genova che tiene banco in questi giorni. In realtà, il sistema industriale italiano sembra ormai basato esclusivamente sulla delocalizzazione e sul profitto finanziario e immobiliare. Si è cercato di attribuire la responsabilità di tale processo di crisi alla transizione ecologica, ma il re è nudo: la povertà è in aumento e non c’è traccia di transizione ecologica.

Un’azione contro la guerra

In un quadro di deindustrializzazione e di erosione dell’intervento pubblico, la grande nuova idea europea è quella del riarmo. Lo ha scritto il piano Draghi, lo dicono i vertici della Commissione e tutti i governi europei di destra o di sinistra (pochi in realtà) secondo i quali 800 miliardi di euro in spese militari, più debito per comprare armi e una prospettiva di militarizzazione della società, è utile anche alla ripresa economica. Dalla riconversione ecologica e digitale inaugurata con la pandemia di Covid-19 si è passati alla rigenerazione militare, nell’illusione che per questa via l’Unione europea possa togliersi dalla morsa della competizione mondiale in cui Stati uniti e Cina, con il corollario della Russia, sembrano averla posta. 

L’azione del Collettivo ex Gkn dimostra che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso, per la transizione climatica, per una vita migliore. E per autogestire il proprio lavoro e la propria vita senza padroni. Propone una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica, creando posti di lavoro e benessere attraverso il soddisfacimento dei bisogni umani e la transizione ecologica, un piano oggi eversivo su scala internazionale.

Metodo flotilla

Con un’ultima innovazione: il metodo della Flotilla. «La Flotilla ci ha dimostrato – spiega la Soms Insorgiamo – quanto siamo forti quando mettiamo le nostre navi in ​​mare, costi quel che costi, senza chiedere permesso. Pertanto, questa nuova campagna salperà con navi grandi o piccole, con una parte del progetto o con la sua interezza. E ogni passo che faremo sarà uno schiaffo in faccia a un intero sistema. Sarà la dimostrazione che noi siamo tutto mentre loro non sono niente».

Il progetto ora ha l’obiettivo di raccogliere 2 milioni di euro, da aggiungere al milione e mezzo di euro già raccolto con gli impegni precedenti degli azionisti. Un grande sforzo dal basso necessario ad avviare concretamente il piano di industrializzazione, basandosi sulle risorse proprie dei lavoratori e sulla grande comunità solidale, presente in tutta Italia e anche in Europa, per creare un modo cooperativo di produrre e lavorare.

Per sostenere questa nuova richiesta vengono esibiti orgogliosamente i numeri della lotta: oltre 1.600 giorni di presidio permanente, ancora in corso; 15 mesi di stipendi ancora non pagati dall’ex Gkn; migliaia di firme raccolte nel dicembre 2022 in provincia di Firenze, a sostegno della creazione di una fabbrica pubblica socialmente integrata; 12 cortei nazionali, con la partecipazione di decine di migliaia di persone da tutta Italia e da tutta Europa; 3 edizioni annuali del Festival di letteratura working class (e la quarta è in preparazione); 4 libri pubblicati sulla lotta; 3 documentari; 1 opera teatrale; 1 legge nazionale contro le delocalizzazioni e 1 legge regionale per la creazione di consorzi industriali pubblici a supporto del salvataggio cooperativo delle imprese; 1 piano industriale, nato dopo tre anni di gestazione, portato avanti dai lavoratori dell’ex Gkn supportati da ricercatori e sostenitori con competenze professionali che ha superato con successo 4 prove di due diligence (tecnica, commerciale e industriale, da ottobre 2024 a giugno 2025) coordinati da consulenti indipendenti assunti dall’investitore principale al tavolo dei finanziatori; 1,5 milioni di euro contabilizzati tramite azionariato popolare, a sostegno del piano di reindustrializzazione (da versare ora per chi ha preso l’impegno sulla piattaforma Ener2Crowd) a cui si aggiunge l’obiettivo dei 2 milioni di euro della nuova campagna di crowdfunding.

«Questi numeri non sono bastati – ci dicono i lavoratori del Collettivo – Non è bastato smontare ogni alibi tecnico per convincere chi deteneva il potere a decidere a favore del piano e a concretizzarlo. Ora tocca anche al nostro mondo rinunciare a ogni alibi, se vogliamo e pretendiamo un’alternativa alle strategie letali dei nostri governi, che mirano ad aumentare i livelli di occupazione attraverso il riarmo e la riconversione delle fabbriche in industrie militari»

I 2 milioni di euro, nuovo obiettivo della campagna, servono anche a sostituire la defezione – improvvisa, non spiegata, sospetta – degli investitori «a impatto sociale» che avrebbero dovuto investire nella reindustrializzazione (1 milione in equity, 1 milione in semi-equity), e che invece, dopo 9 mesi di due diligence, hanno rinviato a tempo indeterminato la loro risoluzione. E, a oggi, nessuno dei vertici delle federazioni cooperative italiane ha ufficialmente espresso la disponibilità a investire nel piano.

Ce la fai da solo?

L’obiettivo della campagna mira quindi a garantire la disponibilità delle risorse necessarie per avviare una o più parti del piano industriale. Ciò presuppone che lo stabilimento di Campi Bisenzio, dove ha sede l’ex Gkn, sia effettivamente disponibile, o che possano essere resi disponibili altri stabilimenti idonei alle nuove parti della linea produttiva.

Per costruire la campagna più larga possibile gli operai possono contare sull’aiuto dell’Arci:  «La vicenda Gkn non è solo una vertenza operaia: è una battaglia per il futuro del lavoro, per la giustizia sociale e climatica, per il diritto delle comunità a decidere del proprio destino. Come Arci abbiamo scelto di esserci fino in fondo: questa campagna è un atto collettivo di coraggio e una risposta concreta a chi da anni rinvia, ostacola, diluisce. Se una fabbrica come questa rinasce, tutto il paese può farlo», dichiara Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci.

Con una donazione di 100 euro si entra simbolicamente nell’assemblea dei donatori, che saranno aggiornati sugli sviluppi del progetto attraverso incontri convocati da Arci. Inoltre, grazie al supporto di Banca Etica, che ha deliberato, a titolo condizionale, 2,5 milioni di euro a sostegno del piano, il Collettivo di fabbrica può contare su sponsor che hanno scelto la parte giusta. A questi potrebbero seguire delibere di altri investitori istituzionali (due istituti bancari e un investitore istituzionale della Regione Toscana), per un totale di 3,1 milioni di euro.La ex Gkn quindi «alza il volume» per battere il colpo vincente ed essere quello che  ha rappresentato per migliaia di persone mobilitatesi generosamente per quattro anni: un esempio che va al di là della singola vertenza, qualcosa che vale «per questo, per altro, per tutto». A conferma di questa visione politica, il Collettivo di fabbrica propone che se alla fine non riuscissero a raccogliere la cifra necessaria per avviare il progetto, tutte le sottoscrizioni raccolte saranno impiegate per finanziare il primo fondo di mutua resistenza sul territorio nazionale. Questa campagna quindi, nel peggiore dei casi, diventerebbe un modo per raccogliere l’eredità di questa lotta, oltre a sostenere altre lotte per la difesa del lavoro dignitoso. Infatti, nel caso in cui nessuna parte del piano prenda avvio, le assemblee dei soci finanziatori decideranno se creare il fondo di mutuo soccorso e resistenza, che a quel punto diventerebbe uno strumento permanente per il mutualismo conflittuale nel nostro paese.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).