L'aggressione militare della Russia in Ucraina ha prodotto, tra molti effetti, anche quello di ridisegnare i conflitti politico-ideologici che coinvolgono credenze e valori, quelli che da alcuni decenni si è soliti indicare con il nome di culture wars. Se, da un lato, i missili di Mosca che piovono sul Donbass hanno suggerito alla politica e ai media occidentali maggiore sobrietà nell’uso della guerra come metafora, dall’altro la decisione di Vladimir Putin di presentare quello con l’Ucraina e la Nato come uno scontro di civiltà, tra tradizionalismo e liberalismo, ha fatto della guerra stessa un’altra faccia della politica dei valori e dell’identità.
L’espressione culture wars, resa popolare dal sociologo James Davison Hunter con il libro Culture Wars: The Struggle to Define America, del 1991, è impiegata da allora per descrivere gli scontri ad alta intensità che dividono aspramente l’opinione pubblica, intorno a temi caldi come i diritti delle donne, l’omosessualità, il razzismo, i diritti delle persone trans. Naturalmente le contese sui valori non sono affatto una novità della storia recente, ma il loro peso nel definire le divisioni politiche è cresciuto grandemente negli Stati uniti e in Europa, in parallelo con l’enfasi sulle questioni identitarie che – dalla fine della Guerra fredda – sopravanza l’attenzione ai temi economici e sociali.
Putin e la cancel culture
Da una parte, c’è la critica progressista che investe la memoria comune, la letteratura, il linguaggio, i costumi, promuovendo la grammatica dell’inclusività. Dall’altra, ci sono gli esponenti del mondo culturale e politico conservatore, decisi a contrastare le domande di diritti e spazi di rappresentazione per gruppi politicamente minoritari, come le donne e le minoranze sessuali e razziali, alimentando un panico morale da fine della civiltà. L’idea centrale, per questo fronte, è che esista una cultura della cancellazione, una cancel culture, che minaccia la sopravvivenza delle tradizioni del passato e la libertà d’espressione nel presente. Di questa «follia» o «furia» o «nuova barbarie» vengono portati sempre nuovi esempi, spesso tratti da notizie distorte, sovradimensionate o decontestualizzate, che riguardano controversie sul carattere razzista, sessista od omotransfobico di testi, monumenti, idee.
Non di rado, per stigmatizzare quella che viene presentata come un’offesa alla storia e paventata come la fine della libertà e della sperimentazione artistica, è richiamata la memoria di un passato infausto: il rogo dei libri del nazismo, le purghe staliniane, la caccia alle streghe del maccartismo. La strategia si basa su due espedienti ben rodati: l’esagerazione del potere delle minoranze e degli attivisti, del pericolo che rappresentano per la conservazione della cultura, dei valori, della civiltà; e la conseguente retorica dell’assedio, del trovarsi «sotto attacco», dell’essere «vittime» di forze ostili, che fomenta la polarizzazione alimentando un immaginario guerresco.
