Jacobin Italia

La lingua del Terzo reich

23 Marzo 2022

Appiattimento del discorso, militarizzazione del quotidiano, esaltazione della tradizione in sprezzo al proletariato urbano, predilezione per il parlato: il taccuino di un filologo sulle parole del nazismo ha ancora oggi molto da dirci

Jean Améry, scrittore ebreo e austriaco, dopo l’Anschluss del 1938 fugge in Belgio e si unisce alla Resistenza. Nel 1943 la sua brigata partigiana ripara in un’abitazione confinante con un appartamento abitualmente occupato da soldati nazisti. Si ritrova muro a muro coi carnefici. Un giorno, i ribelli fanno troppo rumore. La cosa disturba la pennichella pomeridiana di un soldato del Terzo Reich, dall’altra parte del pianerottolo. Allora quest’ultimo bussa alla porta. Trafelato e ancora mezzo addormentato, il nazista invoca un po’ di quiete. Il partigiano è spaventato ma anche interdetto. La confusione lo assale quando si accorge che il nemico della porta accanto parla il dialetto della sua regione. Quell’accento lo riporta per le strade della sua terra. È incredibilmente tentato di rispondergli. Di farsi riconoscere. Di parlare con la stessa cadenza. Perché quello sconosciuto compaesano con la divisa dell’esercito del male, quel milite ignoto ritrovato nel mezzo degli orrori della Seconda guerra mondiale, gli ispira «familiare cordialità». In fondo, non dovrebbe essere così complicato: «Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti con una bottiglia di buon vino una festa di riconciliazione?», si chiede Améry confessando la sua debolezza al richiamo dell’Heimat

L’aneddoto rimanda esplicitamente all’identità territoriale, all’irrazionale sentimento di complicità che la lingua comune può scatenare anche in situazioni estreme. Tuttavia, potrebbe essere utilizzato anche per capire come il linguaggio costruisca familiarità e spazi comuni, cameratismo e derive inattese. Lo spazio della comunicazione e dei codici condivisi rischia di cancellare le più scontate soglie di attenzione. È pericoloso, dunque, perché ci fa accettare cose che in altri contesti avremmo considerato irricevibili.

Per le strade di Dresda

Negli stessi anni in cui Amery combatte il nazismo. Victor Klemperer si aggira per le strade di Dresda. Cristiano-protestante di origini ebraiche, Klemperer era nato nel 1880, da una famiglia borghese dalla quale sarebbe uscito anche il cugino Otto Klemperer, direttore d’orchestra tra i più grandi della sua generazione, celebrato soprattutto come interprete delle sinfonie di Mahler. Victor, dal canto suo, aveva prestato servizio nell’esercito prussiano come artigliere sul fronte occidentale della Prima guerra mondiale. Era stato docente di filologia romanza al politecnico di Dresda fino al 1935, per effetto delle leggi di Norimberga era stato escluso dall’insegnamento. Aveva sposato una donna protestante e si era convertito alla chiesa luterana, cosa che lo salverà dalle deportazioni. Sotto la persecuzione nazista mette a frutto esperienza di vita e formazione accademica di filologo per appuntarsi tutti gli scivolamenti linguistici che avevano accompagnato l’ascesa al potere del nazismo. 

La sua capacità di tenere conto delle chiacchiere in birreria e della pubblicistica del periodo sono raccolte nei suoi Diari e nel saggio in forma di racconto in prima persona La lingua del Terzo Reich (Giuntina, 1999). Sono pagine che forniscono una preziosa indicazione di metodo e che ricostruiscono in presa diretta l’importanza del linguaggio nelle relazioni sociali. «Le parole possono essere come minime dosi di arsenico – annota Klemperer – ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice ‘fanatico’, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo». Sia chiaro: la diffusione dell’arsenico linguistico avviene dall’alto, dalle posizioni di forza e comando. Ma interroga il modo in cui successivamente si diffonde nella società dispiegando le sue tossine.

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