Le persone oppresse lottano con la lingua per riprendere possesso di sé, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare. Le nostre parole significano, sono azione, resistenza.
bell hooks, Elogio del margine
Chi combatte contro la rapina del capitale, contro l’oppressione eterocispatriarcale, per l’autodeterminazione individuale, della propria comunità e del territorio in cui vive, sa che la lingua è anche un luogo di lotta. Mi sono imbattuta in questa espressione quando ho letto per la prima volta Elogio del margine di bell hooks. In quelle pagine è evidente lo sforzo dell’autrice di rendere il periodare, la sintassi, le frasi, persino le singole parole strumento di analisi, atto rivendicativo, inno alla dignità di chi vive ai margini ed esortazione alla resistenza attiva. Uno sforzo linguistico che avevo avuto la fortuna di osservare «dal vivo» già nella mia esperienza di attivista No Tav.
La guerriglia linguistica dei movimenti
Gli slogan più famosi del movimento aprono allo stesso tempo critiche all’esistente e panoramiche su altri immaginari: le troviamo nel potere ambiguo ma solidamente orientato al futuro di «a sarà düra», nell’implicita cura contenuta in «si parte e si torna insieme», nel biasimo a un intero mondo economico sottinteso in «No Tav: né qui né altrove», nel ribaltamento e nell’assunzione di responsabilità di «colpevoli di resistere».
Nell’esperienza di movimento mi sono immersa in un linguaggio che è allo stesso tempo strumento di indagine, di consapevolezza, di difesa e di contrattacco. I proponenti l’opera scelgono accuratamente le parole con le quali presentare e accompagnare le proprie azioni. Un esempio fra molti possibili: nel 2011 il movimento era in un momento di particolare forza, risonanza e attrattiva, la controparte si trovava nella necessità di elaborare strategie che aggirassero le critiche dei tecnici, le barricate di carta e l’opposizione popolare. Scomposero il contestato progetto della tratta internazionale e lo riproposero in un’altra veste. Non si trattava di una nuova linea e nemmeno – così come richiede il movimento da decenni – dell’utilizzo della linea storica senza ulteriori tunnel e cantieri, bensì dello sminuzzamento del progetto già bocciato dalla comunità No Tav. Quella frammentazione, detta anche «fasizzazione», aveva per i proponenti diversi vantaggi. Da una parte provava a far inghiottire la devastante opera un pochino per volta ma, soprattutto, smontandone l’integrità, evitava di dover sottoporre l’intero disegno a una valutazione d’impatto ambientale che ne avrebbe sommato tutti i danni. Sarebbero sembrate «solo piccole devastazioni» indipendenti l’una dall’altra. Telt, la società incaricata di costruire l’opera, e il governo proposero ai media questa nuova incarnazione del progetto con un subdolo anglicorum: low cost. Metteva se non simpatia, almeno sollievo: «è un’offerta. costa poco!». Si trattava di una balla ovviamente. Un chilo di spalla bovina non costa di meno della stessa quantità di carne ridotta a tocchi, anzi. Il movimento svelò le reali mire di cementificatori e devastatori e ribattezzò la manovra «spezzatino».
