Jacobin Italia

La lingua scorretta dei colonizzati

23 Marzo 2022

Inventare un linguaggio, come accadeva nelle piantagioni o come succede nei ghetti metropolitani, è un atto che disturba. Perché nell’idioma del colonizzatore mancano le parole per descrivere ciò che si è perso per strada

Si dice che «chi è padrone della lingua è padrone del mondo», che si deve «padroneggiare una lingua», che «una lingua si deve dominare». Ma se il linguaggio dell’affermazione, in una società globalizzata, è costruito totalmente sulla possibilità di padronanza, sulla proprietà del linguaggio, cosa significa invece (r)esistere nella lingua del padrone? 

Nell’uso delle persone schiavizzate, la lingua era corpo. Come ricorda lo scrittore martinicano Patrick Chamoiseau in un’intervista del 2009 sulla rivista Le-Point, il linguaggio della resistenza dello schiavo «inizia in silenzio, attraverso la memoria del corpo». Le persone lasciano la stiva della nave degli schiavi spezzate, al loro arrivo la loro lingua non servirà più a niente, ad attenderli troveranno il creolo, dovranno ricostruirsi nella lingua del padrone. 

Esiste un’intensa letteratura legata al mondo della piantagione in cui la ricerca delle lingue spezzate è una costante. Saidiya Hartman, ad esempio, in Perdi la Madre ci ricorda come l’altrove venisse abbracciato dalle persone rese schiave «nei loro sogni, elaborato nei loro canti e immaginato come il loro futuro» nella lingua che emergeva nel nuovo paese attraverso la combinazione di vari elementi. Le persone non possedevano nulla, e dal nulla creavano una lingua nuova a partire da quelle che avevano conosciuto, insieme a quelle che erano state obbligate ad apprendere. Lo scrittore martinicano Édouard Glissant, che ha riflettuto a lungo sulla poetica della relazione, titolo di uno dei suoi capolavori, racconta che nel luogo chiuso della piantagione, la parola è aperta. In quello spazio, le persone schiavizzate hanno fatto qualcosa di imprevedibile. A partire dal solo potere della memoria, dalle tracce residue, dalla parola necessaria all’esecuzione del lavoro, ingoiata, differita, mascherata, trattenuta hanno composto linguaggi creoli e forme d’arte. Nelle lunghe notti hanno trasformato il silenzio in grido, in una melodia «spezzata dai divieti, liberata dalla spinta dei corpi».

Nelle nuove terre, riaffiora la necessità di trovare ciò che è andato perso, e come ricorda Patrick Chamoiseau, espressioni come la danza, la musica, il canto prima proibite, vengono poi concesse dal padrone perché funzionali alla produttività nel lavoro. Il racconto che ne seguirà, non è la parola comunitaria tramandata dal griot, importante figura sociale dell’Africa Occidentale che custodisce la tradizione orale del suo popolo e lega le memorie, ma è la parola nuova del corpo sopravvissuto che deve ricostruirsi e da solo suturare le proprie ferite. Di questi nuovi racconti non tutto è comprensibile e la voce emerge in continui processi di dissimulazione, imprevisti, che sfuggono alla lingua del padrone.

L’oratura

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